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La sconfitta della bestia sul Gargano
Nel XVIII secolo, una nuova bestia a due corni imperversa, si afferma una cultura dove il pensiero religioso viene visto come ostile, alienante e pericoloso per una società civile oramai autonoma da ogni legame tradizionale e morale col passato, dalla legge naturale iativa di un gruppo di giovani studenti lucerini

Lucera, 18.11.2005 - Verso il VI secolo d.C. nell’Impero Romano si afferma stabilmente la società cristiana che, pian piano, soppianta quelle istituzioni civili con all’interno uomini con un credo pagano. L’impero romano era una organizzazione politica e culturale che andava oltre i confini etnici e nazionali con un centro di potere politico a Roma, al quale erano collegate le varie questure e comuni o rappresentanti del potere centrale. Una organizzazione politica perfetta ed efficiente che permetteva a un potere centrale di dominare ovunque e fare applicare le sue leggi. Di esso facevano parte razze varie, popoli con lingue e culture diverse, classi sociali diverse ma accomunati tutti dai loro doveri verso Roma e da una stessa legge civile. Una legge basata sul diritto naturale per lo più dove il reo veniva condotto davanti a un tribunale e giudicato da un giudice e non da un capo tribù o da un capo clan.
Con Costantino abbiamo la vittoria della nuova cultura che doveva affermarsi all’interno delle istituzioni statali e, a mano a mano, appianare quei contrasti e deviazioni nelle istituzioni basate su una visione politica molto rivolta al dominio e allo sfruttamento dei popoli incorporati all’impero con il predominio delle classi più abbienti e la supremazia dell’uomo virile e forte all’interno della società. Costantino iniziò alcune riforme incominciando dal matrimonio, dandogli più stabilita e certezza, e permise la libera diffusione del cristianesimo fino ad allora perseguitato. Si realizzava così quanto disse il profeta Isaia di Cristo: “È troppo poco che tu sia mio servo per restaurare le tribù di Giacobbe e ricondurre i superstiti di Israele. Ma io ti renderò luce delle nazioni perché porti la mia salvezza fino all’estremità della terra” (Is.49,5-6). Il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe, così oltrepassava i confini di Israele e veniva conosciuto dall’Impero Romano dei popoli. Ma dobbiamo aspettare la fine del IV secolo prima che l’imperatore Teodosio abolisse completamente il culto nei templi pagani, anzi, ne decretasse la chiusura. Non a caso è proprio in quel periodo che inizieranno le apparizioni micaeliche sul Gargano e proprio su un antico tempio famoso pagano del luogo sopra il quale verrà costruita una Chiesa. La bestia, rappresentata dal paganesimo, veniva definitivamente sconfitta dalla forza poderosa e divina dell’Arcangelo. Veniva legata e imprigionata! Il paganesimo oramai non esisteva più e viveva solo in piccoli villaggi o nella campagna da cui il nome di pagus. Quindi nascono dei grandi movimenti spirituali di vita associata, che trovano la loro organizzazione stabile nei grandi monasteri, principalmente benedettini.
Molti magistrati romani, retori e cultori delle arti, scelgono la vita monastica come lo stesso Benedetto da Norcia, San Leone magno, Gregorio magno, Sant’Agostino, Sant’Ambrogio e altri. Con l’avvento dei grossi monasteri, con annessi gli immensi lasciti dei fedeli, la vita politica quasi scompare, anche a causa di continue invasioni barbariche. Il vulgus si allontana dalla politica e dalle città e si rifugia nei monasteri, preferendo stare alle loro dipendenze per imitare la vita evangelica. Molti donano le loro proprietà terriere, anche se continuano a vivere e lavorare in esse, però a servizio dell’Abate. Da proprietari divenivano semplici amministratori per imitare la vita evangelica, fino all’avvento della società mercantile e la nascita dei comuni. Fu allora che nacque la spiritualità francescana e domenicana come esperienze religiose e comunitarie legate alla nuova società in contrapposizione alla vita monastica delle abazie, le quali, però, avevano il merito di essere legate di più ai laici. Questi ordini si distinguono per il voto di povertà e la mancanza di legame per la stabilità al luogo. La politica e la società civile viene vista all’interno di queste realtà spirituali come una cosa sporca, un luogo da cui fuggire perché pieno di interessi e di affari loschi, di traffici e commerci iniqui, dove nell‘autorità e nel signore venivano identificati i vizi della lussuria, mentre la proprietà era il prodotto del peccato . I civili lottavano per guadagnare e possedere, quindi per accrescere i vizi, mentre i religiosi imitavano la comunità evangelica dove tutti erano uguali e fratelli, dove regnava la giustizia senza preoccupazioni di sorta con una libertà interiore. Il clero regolare aveva una spiritualità che era una via di mezzo tra gli interessi della carne e gli interessi dello spirito e non avevano per la loro formazione i grandi mezzi culturali dei religiosi e dei monaci. Spesso erano membri di famiglie facoltose a cui erano legati da interessi tutt’altro che nobili. Essi appartenevano sempre a una casta al servizio del vescovo e spesso erano impelagati nelle preoccupazioni del mondo e delle ricchezze, non avendo il voto di povertà.
Ma nella stessa società civile si sentiva l’esigenza di avere una giustizia certa, mentre aumentavano le relazioni sociali, la necessità di regolare i rapporti a mano a mano che si popolavano di nuovo le città e aumentavano i traffici e le vie di comunicazione. Quando si passava dalla semplice vita agricola e monastica alla vita del borgo cittadino, si sentiva l’esigenza di regolare i rapporti sociali e ordinarli, aumentava il pathos politico. All’interno delle società evangeliche si introduceva ufficialmente il diritto canonico intorno all’anno mille, mentre la società civile non era retta ancora da nessun codice legislativo e le embrionali strutture politiche sentivano molto l’influsso ecclesiale. Non ci si poteva riferire al Vangelo per punire i delitti di ogni specie, perché il Vangelo imponeva solo di perdonare sempre, quindi bisognava avere un altro modello. Il modello più a portata di mano era il codice ebraico della legge naturale, molto più severo e più preciso dello stesso codice di diritto romano, però veniva depurato di alcuni elementi liturgici e inconsistenti riguardanti le abluzioni. Infatti, la legge mosaica è tutta basata su un elemento base, che ruota intorno al concetto di “occhio per occhio, dente per dente”, dove il metro è una giustizia giusta e non la vendetta. Oggi invece si da’ molta importanza nei codici civili moderni anche a quegli elementi della legge ebraica, che sembravano inutili e faziosi, come le prescrizioni rituali di purificazione, che non avvenivano all’interno di atti liturgici, ma erano semplice profilassi igienica e sanitaria quotidiana che, si è visto, salva dalle epidemie e dalle facili contaminazioni, nonché da molte malattie legate all’igiene della persona. I codici moderni ne sono pieni nel campo dell’industria alimentare e nelle profilassi ospedaliere o scolastiche.
Quale legislazione dei popoli più antichi aveva una legge così perfetta e precisa, che magari badava anche all’igiene? Quale legislazione antica si preoccupava dell’usura e la puniva con certezza? L’Inquisizione, cioè gli antichi tribunali amministrativi della giustizia civile medioevali, avevano quindi come modello Mosè, i profeti e tutti i re giusti dell’Antico Testamento, che miravano a tenere fermi i costumi senza che degenerassero nell’anarchia o per una visione falsamente evangelica che non riguardava la vita civile. Verso il XV secolo, nel vecchio Impero Romano, inizia la formazione degli stati nazionali e la lotta per la supremazia politica di uno stato sull’altro, per il dominio dei mercati e per rivendicare la propria identità politica.
La Chiesa subisce varie umiliazioni ed è sempre più costretta ad arretrare dalla società civile, dove si afferma una cultura sempre più autonoma che tenta sempre più a spiegare l’autorità e la morale e la legge come un parto della mente umana dove la legge naturale non c’entra nulla. Una ricerca della libertà e dell’autonomia umana dalla stessa legge morale, anzi una libertà intesa come trasgressione. Nel XVIII secolo, una nuova bestia a due corni imperversa, si afferma una cultura dove il pensiero religioso viene visto come ostile, alienante e pericoloso per una società civile oramai autonoma da ogni legame tradizionale e morale col passato, dalla legge naturale. Tuttavia si avverte l’esigenza imperiosa di un ugualitarismo sociale che appiani le molte ingiustizie sociali come una reminescenza della vita semplice medioevale. Nascono così le ideologie (destra e sinistra) dove ognuna delle classi o dei partiti politici giustifica i suoi interessi e da’ una soluzione approssimativa di tutta la vita sociale dell’uomo, legando le sue affermazioni a teorie di origine pseudoscientifiche e alla stessa matrice culturale: l’evoluzionismo darwiniano.
L’antica unità culturale dell’Impero Romano dei popoli, favorita dalla comune lingua, liturgia e cultura giuridica, scompare e si affermano le entità politiche nazionali, dove diventa difficile trovare degli elementi comuni su cui basare la vita dei popoli e gli scambi sociali e culturali. La libertà, che in alcuni casi non è altro che trasgressione dalle leggi morali, sembra la nuova parola d’ordine e la condizione necessaria di ogni politica. Dopo un periodo di ostilità reciproca i popoli cercano attualmente di nuovo una unità culturale, ma trovano soltanto delle intese economiche non sufficienti a fondare e ricreare la vita civile e dei popoli.

Carlo Eugenio Ruggiero



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