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Unità d’Italia, 21 ottobre 1860: la farsa del plebiscito al Sud e le reazioni in Capitanata
Il Movimento Neoborbonico, un’associazione culturale che da anni si batte per la verità storica del Sud, in un comunicato stampa chiede la revisione del voto alla Corte di Giustizia in Lussemburgo e alla Corte di Giustizia dell’Aja

Lucera, 12.12.2010 - Il 21 ottobre del 1860, mentre ancora si combatteva nella fortezza di Gaeta per la difesa e l’indipendenza del Regno delle Due Sicilie, si svolse quello che già allora si capì essere un “plebiscito-farsa”.
L’irregolarità e l’anormalità di questo voto è testimoniato da numerosi studi come ad esempio quello di T. Pedio (Vita politica in Italia meridionale, 1860-1870) che afferma: «Basta che si manifesti il desiderio di votare per il mantenimento dei Borbone, perché si venga arrestati e rinviati a giudizio per rispondere di attentato a distruggere la forma di Governo; basta un semplice sospetto, perché si proceda al fermo preventivo che impedisce a numerosi cittadini di partecipare alle operazioni di voto». Un alto ufficiale piemontese, testimone oculare, ebbe a dichiarare: «In Caserta, lo Stato maggiore della mia Divisione, composto di cinquantuno ufficiali non tutti presenti al momento del plebiscito, si trovò ad avere centosessantasette voti. Nel resto del Regno si fece il plebiscito al pari di quello di Napoli».
Non da meno furono alcune dichiarazione rese alla vigilia della fatidica data da alcuni personaggi che di lì a poco sarebbero diventati dei “simboli” del nuovo Regno d’Italia. In una riunione con i suoi ministri Vittorio Emanuele II (il “padre della patria”, così è scritto al Pantheon!, tralascio ogni commento) ad esempio, si lasciò andare ad una cocente confidenza, a proposito dell’ormai scontata ed imminente annessione del Sud: «…che unirsi con i meridionali era come mettersi a letto con un malato di vaiolo»; lo stesso ebbe a dire Massimo D’Azeglio:
«Meglio andare a letto con un lebbroso che con un meridionale». Parole vergognose pronunciate da “personaggi” che ci fanno studiare a scuola ed ai quali il Sud ha dedicato strade, scuole, musei, teatri e quant’altro. A parte qualche sporadico caso, nel Mezzogiorno – dove in molti finalmente incominciano ad “aprire” gli occhi ed a prendere coscienza della verità storica – sembra ancora che sussistano remore e pregiudizi ad intitolare, che so, una strada a Carlo III di Borbone, a Ferdinando II, a Maria Sofia o a Francesco II. A Lucera, per esempio, che contraddizioni! Risultano intitolate: una scuola a Vittorio Emanuele III, il promulgatore delle leggi razziali, una piazza ad Antonio Salandra, «colui che appoggiò l’ascesa di Mussolini al potere nel 1922» (il trinomio Savoia-Mussolini-Fascismo è il peggiore che l’intera storia possa ricordare, altroché!) ed una via a Carlo II d’Angiò… Pure lui? Sì, anche lui, per il quale, tra l’altro, viene organizzato un corteo; Carlo II d’Angiò, autore, insieme a Pipino da Barletta, della strage di migliaia e migliaia di persone! (NOTA IN CALCE). Addirittura, poi, come se non bastasse, sempre a Lucera – ed esempi di questo genere se ne possono fare nel Sud a centinaia – tantissime persone ignorano sia il periodo di costruzione sia il fatto che il cosiddetto teatro di città si chiamasse “Real Teatro Maria Teresa Isabella” e credono, invece, che questo teatro sia stato costruito e intitolato, nello stesso tempo, a “peppiniello ‘o robbacavallo”! Ah!, quell’Angelo Manna e le meningi imbottite, aveva capito proprio tutto! E, dulcis in fundo, ancora a Lucera, c’è la storia del quadro di Francesco II (nel museo “Fiorelli”) che attende il restauro promesso. Sembrava che la cosa fosse a buon punto, grazie all’interessamento dell’allora assessore alla cultura Mario Monaco, dopodiché il buio! Insomma, chissà se a Lucera qualcuno sia a conoscenza della Circ. n. 1814 del 24.3.2009 (e di quanto in essa viene prescritto), avente ad oggetto: “Adempimenti dei comuni relativi agli strumenti ecografici e topografici per i Censimenti Generali del 2010-2011”! Sai, non si sa mai, domani, tra un anno… Chissà!
La formula del plebiscito, sulla quale i votanti dovevano esprimere le proprie volontà, era la seguente: «Il Popolo vuole l’Italia una ed indivisibile con Vittorio Emanuele Re Costituzionale e suoi legittimi discendenti. Il voto sarà espresso per “SI” o per NO”, col mezzo di bollettino stampato» (Archivio di stato di Foggia).
«Giorni prima che si facesse il plebiscito furono affissi, alle mura delle città principali, dei grandi cartelli, in cui si dichiarava nemico della Patria chi si fosse astenuto o avesse dato il voto contrario all’annessione». (C. Alianiello, La conquista del Sud)
Il «plebiscito-burletta» a Napoli avvenne in un clima intimidatorio, «sparpagliati per tutta la città, garibaldini e camorristi cercavano di convincere in tutte le maniere e con i modi più sbrigativi come si doveva votare, cercando di sforzare la volontà altrui. In ogni seggio di votazione vi erano due urne palesi, quella del No era coperta dai nazionali e camorristi». (N. C. D’Amelio, Quel lontano 1860).
«Tra un’esibizione di bandiere tricolori con stemma sabaudo e l’occhiuta vigilanza di addetti, guardie, e curiosi accalcati in entrata, ogni segretezza del voto – come si può capire – era pura illusione». (G. Campolieti, Re Franceschiello). Quei pochi che ebbero il coraggio di votare contro subirono minacce fisiche e violenze, fatti che fecero persino dire all’inglese Mundy: «Un plebiscito a suffragio universale svolto in tali condizioni non può essere ritenuto veridica manifestazione dei sentimenti del paese». Sulla stessa linea furono le affermazioni di Lucien Murat: «Le urne stavano tra la corruzione e la violenza. Non più attendibili apparvero gli scrutini. Specialmente i garibaldini si erano diverti ad andare a votare più volte, e certamente nessuno pensò di impedirlo ai galantuomini delle città di provincia, che affermavano in tal modo la loro importanza». Insomma, «si fece ricorso a ogni trucco, nel voto e negli scrutini, per ottenere il risultato plebiscitario desiderato». (P. G. Jaeger, Francesco II di Borbone l’ultimo re di Napoli).

I fatti in Capitanata

In Capitanata, simbolo delle reazioni, le cose non andarono diversamente da Napoli e da Caserta. Rivolte popolari si erano già avute a partire dal giugno del 1860 in occasione del ripristino della Costituzione del ‘48 voluta da Francesco II, a dimostrazione che la massa popolare era favorevole al re ed al suo governo, contro all’introduzione invece della costituzione che faceva temere loro la perdita o la limitazione di quei diritti che il re ed il governo gli garantivano, con timori – cosa che di fatto poi avvenne – di soprusi da parte dei liberali, dei proprietari e dei “galantuomini”. La popolazione era in preda al panico. A Stornarella, per esempio, il sindaco, in data 20 agosto 1860 – nello scrivere all’Intendente di Capitanata recatosi a Napoli per pregarlo perché si adoperasse presso il re per «…chiederle che venga col sussidio con esso accordata una dilazione di non di due anni ma tempi di quattro» – si domandava che «…questa popolazione ne restava tutta rammaricata da non sapersi dare pace. Tutti ne domandavano ragione, tutti volevano essere informati; ed a tutti dai volti irrigati… dove si scorgea il dolore, ed il rammarico. Unanime era il grido: col sol pensiero dicea come faremo? A chi ricorreremo». (Archivio di Stato. Sez. di Lucera).
A Foggia la sera del 15 e 16 agosto del 1860 un «forte ammutinamento di popolo chiamò abbasso il Sig. Comandante della Provincia Colonnello D. Francesco Rispoli salvato a stento dalla folla inferocita grazie al pronto intervento del Maggiore Maresca, Comandante dei Dragoni di Foggia e nuovo “Comandante delle armi della Provincia” in sostituzione del Col. Vitale di età avanzata ed infermo di salute». In un telegramma inviato dal maresciallo Flores da Bari all’Intendente di Foggia, che si era rifugiato a Bovino, vengono “adombrati” quegli atteggiamenti che da lì a poco si sarebbero verificati tra gli alti gradi militari in fatto di tradimenti e corruzioni: «Il Maresciallo Flores da Bari – all’Intendente di Foggia in Bovino –. Ricevo il di lei telegramma, sono in grave oppressione per di lei rispettosa persona e del Comandante delle armi. Li Dragoni debbono sgomberare da Foggia perché hanno uffiziali che disconoscono la loro santa missione. O’ fatto marciare due squadroni di carabinieri, con una sezione di artiglieria, tale truppa dipende da Lei. Si trova ora in Molfetta. Sono di avviso che i Dragoni partono da Foggia e ciò pel di Lei bene –. Il tempo le farà conoscere la bontà del mio avviso; spero li carabinieri, e l’artiglieria resteranno in Cerignola fino a che lei non disporrà che entrino in Foggia, mi risponda subito».
A Bovino, nei giorni 19 e 20 agosto del 1860, ci fu una rivolta popolare «con quattro o cinque morti» con a capo – come risulta dagli atti di imputazione della Gran Corte Criminale di Capitanata (Archivio di Stato Sez. di Lucera) – D. Giovanni Montuori, vescovo, D. Nazario Sanfelice, Intendente, e D. Gennaro Barra Caracciolo, Capitano della Gendarmeria. «Il vescovo, Monsignor Montuori, si mostrava, dopo i mutamenti politici del 25 giugno 1860, avverso alla italiana rigenerazione, mal tollerava coloro che caldeggiavano le libere istituzioni dicendo essere un male la Costituzione». Il giorno 19, «…un’orda di contadini Bovinesi» (i contadini, sì loro, la massa popolare, quelli che «…gli scrittori salariati tenteranno infamare col marchio di briganti»A. Gramsci –, per cui non si capisce come poterono o meglio come avrebbero potuto esprimere liberamente il SÌ, in occasione del plebiscito, se non nei modi e nei termini che conosciamo) «…con scuri e fasci si era impadronito del corpo di guardia della Guardia Nazionale» sostituendo la bandiera tricolore, lacerandola, con quella bianca gigliata al grido di «Viva il Re e Monsignore, abbasso la Costituzione». Il mattino del 20 i reazionari impossessatisi sempre del corpo di Guardia Nazionale «…si pose in giro a piccoli drappelli, come se pattugliasse pel buon’ordine. Al più tardi arrivarono 75 altri Gendarmi, e quei masnadieri continuarono come prima le loro pattuglie, e le ruberie. Quindi a poco al suono della banda municipale un grosso drappello di assassini» (questo è il racconto che fa il Cancelliere del “Giudicato Regio” di Bovino preso di mira – insieme ai “galantuomini” del paese – dai reazionari) «…seguiti da alcuni gendarmi anziché procedendo al disarmo, inalberando una bandiera bianca con la iscrizione di “Viva Francesco Secondo”, e con lo stemma e gigli reali, ed emettendo sediziosi gridi di “Viva il Re”, parafrasavano così quel sacro nome dei gendarmi vedendonsi spesso in unione di quei tristi». Il mattino del 21 «…pervenne un drappello di Dragoni, comandato dal capitano Acton, e si proclamò lo stato di assedio. Si cominciò il disarmo, e l’arresto dei malviventi, e riapparve il commercio. In giornata son partiti per Lucera 89 arrestati – rimangono in questo carcere circa 24 donne – altri arresti si stanno eseguendo. Il capitano di gendarmeria Sig. Gargiulo, che ha rimpiazzato il capitano Barra Caracciolo, ha spiegato zelo, energia e solerzia. A lui è dovuta la salvezza del paese». Tra i carcerati vi è un tale Vincenzo Maglietta detto Senzamelelle ed Occhio di Voccale condannato alla «…pena dei lavori forzati per la durata di anni sedici, con sentenza 1 marzo 1869 dalla Corte di Assise del Circolo di Lucera», pena aumentata poi ad anni 25 dalla Corte di Cassazione di Napoli nel 1871.
Il 28 settembre, ad Apricena si riunirono nel largo della chiesa madre molte persone al grido di «Viva Francesco II, a morte Garibaldi». La dimostrazione proborbonica, organizzata dai fratelli Vincenzo, Pasquale e Raffaele Paolicelli, noti per aver reso servigi alla polizia borbonica, veniva prontamente affrontata dalla Guardia Nazionale che disperdeva i partecipanti (Archivio di stato di Foggia, Atti di Polizia). La sera del giorno dopo a Carpino, «…nella strada delle vigne contigue a questo abitato e nell’estremità dell’abitato stesso, si sia gridato “Viva Francesco II, fuori Garibaldi e Vittorio Emanuele”». (G. D’Addetta, Carpino).
Anche San Paolo di Civitate reagì nei giorni precedenti il plebiscito; infatti nella notte del 7 ottobre, i filoborbonici assalivano il posto di guardia, si impossessavano della bandiera italiana e davano fuoco ai ritratti del re Vittorio Emanuele II e di Garibaldi. Intervennero le guardie nazionali di San Paolo, Torremaggiore e Serracapriola, mobilitate dal sottoprefetto di San Severo, che procedevano all’arresto di numerose persone. (Archivio di stato di Foggia, Atti di Polizia). Nello stesso giorno a San Giovanni Rotondo una ventina di persone, tra cui 16 soldati del disciolto esercito borbonico capeggiati da D. Francesco Cascavilla, (voglio citare i nomi degli altri soldati: Vincevzo Cascavilla, Leonardo Cocomazzi, Francesco Baldinetti, Michele Martino, Nicola Russo, Matteo Canistro, Leonardo Pompilio, Giuseppe Savino, Michele Mangiacotti, Tommaso Lecce di Leonardo, Giuseppe Bevilacqua, Michele Grifa, Dante Cappucci, Felice Longo, Giovanni Canistro) «…si riunivano nel vertice della montagna denominato Crocicchia che domina questo abitato, da un punto che questa popolazione tutti avea sott’occhio, innalzarono d’apprima la bandiera bianca, indi la rossa e di poi la nera esternando sediziose grida di acclamazione al caduto Governo e gridando di tratto in tratto “Viva Francesco Secondo”. Vidi ancora accorrere colà diverse, in non poche persone del paese – racconta un testimone – e tra queste ragazzi e donne. Dicono che circolasse anche voce nel paese che questi disertori tendessero di riunirsi a quelli simili del vicino comune di San Marco in Lamis». (Archivio di Stato, Sez. di Lucera, Procura del Re).
A Biccari nel giorni dal 14 al 16 ottobre 1860, cioè una settimana prima dal voto plebiscitario, ci fu un’autentica insurrezione popolare. Tra i numerosi fautori della rivolta poi arrestati figurano i fratelli Michele e Vincenzo D’Addario accusati di «…sollevazione popolare ad oggetto di cambiare l’attuale forma di Governo ed a spargere il malcontento contro lo stesso, ed eccitare la guerra civile tra gli abitanti, disarmando la Guardia Nazionale ed altri eccessi». Nel processo svoltosi il 26 giugno del 1861 il Vincenzo fu assolto, mentre Michele venne «…condannato a tre mesi di confino». (Archivio di Stato, Sez. di Lucera)
Il 21 ottobre, il giorno fatidico, a Poggio Imperiale con 202 NO e soli 72 SÌ, su 278 aventi diritto al voto, rigettarono il plebiscito. Appreso l’esito definitivo, il paese, unico – si fa per dire, visto i fatti come sono andati – del distretto di San Severo a non volere l’annessione, minacciava di insorgere ed innalzare la bandiera bianca reazionaria (G. Saitto, i giorni del Plebiscito a Poggio Imperiale). Dimostrazioni a favore dei Borbone con sventolio di fazzoletti bianchi, accompagnati dagli «Evviva Francesco II», si ebbe nei giorni immediatamente successivi il plebiscito, ma la dimostrazione veniva prontamente sciolta dalla Guardia Nazionale (G. Saitto, Fatti e briganti della nostra terra). Per sedare l’insorgere di idee reazionarie, il paese alla porte del Gargano veniva occupato da una compagnia di garibaldini, i «…Cacciatori del Gargano», che ponevano lo stato d’assedio. Lo stesso avvenne a Panni, dove la popolazione rigettò il plebiscito.
A San Marco in Lamis, invece, la popolazione fu del tutto ostile, tanto che in occasione del plebiscito «…disertò le urne per non suffragare col suo voto l’unificazione italiana e la conseguente annessione al regno dei Savoia». La consultazione si tenne sette giorni dopo e diede 3022 “SÌ” e nessun “NO”!? (P. Soccio, Unità e brigantaggio in una città della Puglia). Ogni commento è superfluo!!!
A Cagnano, sempre nella stessa occasione, si verificarono gravi disordini durante i quali il posto di guardia Urbana fu devastato; non trovandosi resistenza, i rivoltosi «…assalirono la casa di un tal Salvatore Donatacci e, mettendo fuoco alla porta d’ingresso, tirarono nella casa un grandine di fucilate, nella quale rimase vittima il Donatacci». Dopo aver saccheggiato il magazzino della vittima, «…salirono sull’abitazione, raccolsero il freddo cadavere e, dopo averlo insultato e seviziato, lo portarono via trascinandolo su quella pubblica piazza». (T. Nardella, Profili di storia dauna). A Vico «…i borbonici più ostinati manifestarono il dissenso con l’astensione: numerosi esponenti, fedeli al vecchio governo, sparirono dalla circolazione». (G. Scaramuzzo, Borbonici, Liberali e Briganti. Vico del Gargano all’alba dell’Unità).
Anche a
San Nicandro, in un clima di fermenti reazionari, la popolazione espresse, guarda caso, 485 voti favorevoli all’annessione e nessuno contrario!!! La domenica del 21 ottobre, «…verso le sei antimeridiane i campagnoli, uscendo fuori dalla chiesa, dove avevano ascoltato la messa dell’aurora, avevano gridato “Viva Francesco II”! Appena erano giunte le guardie nazionali essi erano fuggiti. Uno di questi, Michele Centonza, era stato arrestato. Verso le cinque pomeridiane dello stesso giorno, però, mentre la votazione procedeva in tutta tranquillità, una pattuglia della Guardia Nazionale si accorgeva che alcuni pastori-campagnoli, riuniti in piccoli crocchi, tentavano di risollevare una sommossa reazionaria. Essi infatti, riunitisi a largo Colonna in vicinanza della chiesa madre, avevano di nuovo gridato “la detestabile parola” brandendo stili e scuri di cui erano armati e lanciando pietre ai cittadini inermi». I militi arrestavano i pastori Luigi Fortunato e Paquale Cristino, il quale aveva ferito una guardia a colpi di scure, mentre gli altri rivoltosi erano riusciti a fuggire in aperta campagna e a scampare all’arresto. (G. Saitto, La Capitanata fra briganti e piemontesi).
A San Severo molti contadini, «…col pretesto di bisogno di pane, di cui in quel momento la città ne era sfornita, muniti di scure, di coltelli, di bidenti, inneggiando lungo le vie al Re Borbone, si diressero alle carceri; disarmarono i pochi militi che vi stavano a guardia; vi abbatterono a colpi di scure le porte, e liberarono i detenuti, che unitisi a loro si diressero al municipio, percorrendo la strada San Benedetto. Quivi incontrarono il tarchiato e liberalissimo Domenico Sparavilla, il quale conduceva seco un pugno di seguaci per impedire quel tafferuglio, per farne poi a tempo debito aspra vendetta: ma per tutta risposta si ebbe un gran colpo di cure sulla grossa testa da dividerla in due parti, rimanendo estinto sulla via pubblica. Il tenente colonnello D. Giovanni Viglione, e diversi altri che li seguivano, presi da spavento, si diedero alla fuga. Fu in quel momento di confusione che per pochi istanti si vide comparire una bandiera borbonica, riccamente ornata e bordata di oro». (N. Casiglio, Unità e brigantaggio a San Severo nella testimonianza di Stefano La Marca).
Anche Vieste non fu estranea alla reazione; il 6 gennaio 1861 i borbonici «…assaltarono il corpo di guardia nazionale, abbassarono i quadri di Vittorio Emanuele, di Garibaldi, lo stemma dei Savoia, calpestando e gettando via tutto. Da una finestra, l’arcidiacono Matteo Nobile eccitava i dimostranti, agitando concitatamente un fazzoletto. Da corpo di guardia portarono via un cannone da barca e si giunse al punto di voler cacciare il giudice regio. L’anarchia divenne impressionante. Tutti i borbonici, preti e gentiluomini, gongolavano dalla gioia. Durante la notte, i dimostranti, scorazzando per le vie del paese, facevano rintronare il silenzio notturno di altissime grida inneggianti a Francesco II». (M. Della Malva, Vieste e la Daunia nel Risorgimento).
«A Roseto Valfortore solo il dieci per cento andò alle urne e sette ebbero l’ardire di introdurre nella cassolina dei NO una vistosa scheda negativa, sotto gli occhi della Guardia Nazionale che stava lì, ritta, con baionetta innestata e palla in canna. Sì, perché il voto non era segreto e si prendeva nota di quelli che votavano contro i Savoia. Quasi non fosse bastato l’espediente delle due cassoline, le schede erano di colore diverso, bianche per il sì e rosa per il no, disposte in due pile. Chi andava a votare ne prendeva una e la introduceva nell’urna del no o del sì, alla presenza del seggio e del pubblico. Lo squittino si faceva a Foggia; tutta una farsa dunque. Molti disertarono convinti della inutilità di certe consultazioni popolari». (M. Marcantonio, Abbasso la guerra ossia tre passi a ponente).
Il 14 febbraio 1861 Francesco II di Borbone, o’ Rre nuosto, nell’abbandonare Gaeta, scrisse «…non vi dico addio, ma a rivederci. Serbatemi intatta la lealtà, come eternamente vi serberà gratitudine e amore il vostro re Francesco». È l’inizio della resistenza armata nel Sud, meglio nota come “brigantaggio”, ma questo è un altro capitolo. (Prossimamente, Speciale 150°. I “briganti”? «Uomini con gli coglioni neri e tuosto», parola di Carmine Crocco Donatello, il Generalissimo).
NO AL FALSO PLEBISCITO.
Il Movimento Neoborbonico, un’associazione culturale che da anni si batte per la verità storica del Sud, in data 21 ottobre 2010, attraverso il seguente comunicato stampa, chiede l’annullamento del plebiscito del 21 ottobre 1860.
«Il cosiddetto plebiscito del 21 ottobre del 1860 è la base per l’annessione del Regno delle Due Sicilie al Piemonte, chiamata unificazione italiana.
Esso non può essere considerato valido per i seguenti motivi:

• Incompetenza del soggetto proponente (la dittatura del mercenario Garibaldi);
• Stato di occupazione militare e di guerra (la nazione duo siciliana era ancora in armi su una parte del territorio non conquistato);
• Votazione preclusa agli abitanti del territorio di cui prima (Capua, Gaeta ecc.);
• Violenze riconosciute nei seggi in molti dei quali non fu possibile affatto votare (Barra, Avezzano ecc.);
• Elettorato limitato a meno del 20% della popolazione;
• Mancato riconoscimento internazionale del plebiscito (eccetto Francia e Inghilterra, conniventi del Piemonte);
• Guerra civile (brigantaggio) scatenata dall’applicazione del plebiscito sotto il regno dei Savoia.

Pertanto, il Movimento Neoborbonico ha delegato i suoi avvocati di appurare gli aspetti prettamente legali della questione per denunciarla agli organismi internazionali della U.E. – Corte di Giustizia in Lussemburgo per violazione dei principi di legalità e non discriminazione e dell’O.N.U. (Corte Internazionale di Giustizia dell’Aja per violazione del diritto internazionale) – ed ottenere la revisione di quel plebiscito che può essere definito dalle parole di un testimone oculare, certamente non filo borbonico, l’ammiraglio inglese George Rodnej Mundy, che dichiarò nel suo diario: “Un plebiscito a suffragio universale regolato da tali formalità non può essere ritenuto veridica manifestazione dei reali sentimenti di un Paese”». (Fonte : www.neoborbonici.it)

QUADRO STATISTICO DELLA POPOLAZIONE DEI COMUNI DI CAPITANATA NELL’ANNO 1860

Circondario di Foggia
Foggia: 25105. Orta: 3432.
Ordona: 753. Carapella: 6675. Stornarella: 1010. Stornara: 951(Totale mandamento: 6674). Cerignola: 18698. Casaltrinità: 6662. Saline: 2966. S. Ferdinando: 2009 (Totale mandamento: 11637). Manfredonia: 8350. Zapponeta: 429 (Totale mandamento: 8979). Montesantangelo: 16056. Mattinata: 2359 (Totale mandamento: 18.415). Vieste: 6554. Lucera: 14556. Biccari: 4222. Alberona: 3801. Roseto: 5924 (Totale mandamento: 13947). Volturara: 2910. Volturino: 3293. Motta: 1646 (Totale mandamento: 7849). S. Bartolomeo: 8149.

Circondario di San Severo
Sansevero: 16281. S. Marco in Lamis: 17.526. Rignano: 2106 (Totale mandamento: 19631). S. Giovanni Rotondo: 7424. Sannicandro: 8151. Cagnano: 5317. Carpino: 6986 (Totale mandamento: 123030). Vico:9352. Peschici: 2083 (Totale mandamento: 11445). Rodi: 4858. Ischitella: 4914 (Totale mandamento: 9772). Apricena: 5195. Lesina: 1349. Poggio Imperiale: 1794 (Totale mandamento: 8308). Torremaggiore: 6963. S. Paolo: 2853 (Totale mandamento: 9816). Serracapriola: 5468. Chieuti: 1396. Tremiti: 525 (Totale mandamento: 7329). Castelnuovo: 3252. Casalvecchio: 2408. Casalnuovo: 2408. Pietra: 3305 (Totale mandamento: 12347). Celenza: 3901. Carlantino: 1724. S.Marco la Catola: 4800 (Totale mandamento: 10425).

Circondario di Bovino
Bovino: 6834. Panni: 4149. Castelluccio dei Sauri: 756. Savignano: 3859 (Totale mandamento: 15598). Deliceto: 4585. Santagata: 5214. Ascoli: 6155. Candela: 6095. Troia: 6068. Celle: 1003. Castelluccio Valmaggiore: 2755. Faeto: 3465 (Totale mandamento: 13291). Castelfranco: 4606. Montefalcone: 4253. Ginestra: 1135 (Totale mandamento: 9994). Accadia: 4549. Monteleione: 3861. Anzano: 2494 (Totale mandamento: 10904). Orsara: 5025. Montaguto: 2214. Greci: 3787 (Totale mandamento: 11026).

«Come ha potuto solo per un momento uno spirito fine come il tuo, credere che noi vogliamo che il Re di Napoli conceda la Costituzione.? Quello che noi vogliamo e che faremo è impadronirci dei suoi Stati». (Cavour all’ambasciatore Ruggero Gabaleone).
«I Borboni non commisero in cento anni, gli orrori e gli errori che hanno commesso gli agenti di Sua Maestà in un anno». (Napoleone III – Lettera a Vittorio Emanuele II, 1861)
«La restituzione del mio non mi adesca; quando si perde un trono, poco importa il patrimonio. Se l’abbia l’usurpatore o il restituisca, né quello mi strappa un lamento, né questo un sorriso. Povero sono, come oggi tanti altri migliori di me; stimo più la dignità che la ricchezza». (Francesco II di Borbone).

NOTA. A Lucera, città con duemila e passa anni di storia, la toponomastica, nella sua stragrande totalità, è “rappresentata” da persone nate nel novecento che in qualche caso hanno pure sostituito antiche denominazioni. A tal proposito, a dimostrazione di come viene vista la città, toponomasticamente parlando, agli occhi del turista, c’è un commento che tralascio per adesso di pubblicare perché sarà oggetto di uno specifico servizio dal titolo “La storia come risorsa. Lucera: come valorizzare il centro antico attraverso i personaggi storici”, di un ricercatore di Firenze venuto a Lucera insieme alla moglie.
Alla prossima.

Eduardo Gemminni



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