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STORIA
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La pesca e la tutela della biodiversità. Il Regno delle due Sicilie anticipò l’Europa e l’Italia di ben oltre due secoli!
Nel 1784 Ferdinando I di Borbone emanò una “prammatica” rivolta alla salvaguardia delle piccole specie marine

Lucera, 29.05.2011 - È entrata in vigore in Italia (almeno sulla carta) dal 1º giugno 2010 l’applicazione del nuovo regolamento della Comunità Europea n. 1976/2006 volta a regolare la pesca delle specie in tutta l’area del Mediterraneo, con particolare riguardo alla pesca a strascico e alla pesca effettuata con draghe trainate e draghe idrauliche. Tra le direttive elencate, diverse sono le modifiche che interessano il metodo della pesca, come ad esempio il divieto dell’uso di reti da traino entro la distanza di 1,5 miglia, la misura delle maglie delle reti e l’impiego delle draghe trainate ed idrauliche (normalmente impiegate per la pesca dei molluschi bivalvi). Le nuove maglie delle reti trainate passano da 40 mm. quadrati a 50 mm. a losanga. Gli obiettivi del nuovo regolamento dettato dalla Commissione Europea sono quelli di tutelare le specie a rischio e garantire il nutrimento ai pesci grandi. Norme importanti e di notevole interesse, si direbbe, quelle introdotte dall’Europa e recepite dall’Italia per la gioia di molti ambientalisti! È bene precisare, però, che questa materia fu già trattata e regolamentata nel 1784 nel Regno delle Due Sicilie. È proprio così, avete capito bene! Ed è impressionante la chiarezza con la quale il legislatore Duosiciliano – come si evince dalla “prammatica” di seguito riportata – regolò questa materia tanto da far sembrare che la Comunità Europea, nella sua ratio legis, abbia, in qualche modo, “ricalcato” la normativa emanata dal glorioso Regno delle Due Sicilie. Ah, questi Borbone, che “arretratezza internazionale”!!! L’intendente della Provincia di Capitanata, Biase Zurlo, nel 1823, nel ribadire l’applicabilità della prammatica emanata nel 1784, fa stampare 60 copie della normativa da distribuire ai sindaci dei comuni interessati.

«Ferdinando I, per la grazia di Dio Re del Regno delle Due Sicilie… Biase Zurlo, Intendente della Provincia di Capitanata… Visto il Real Rescritto de’ 17 Settembre del corrente anno 1823, con cui ci viene partecipata da S.E. il Segretario di Stato Ministro degli affari interni quanto siegue.
Avendo rassegnato a S.M. nel suo Consiglio di Stato ordinario del 9 andante le osservazioni del Consiglio generale di Principato Ulteriore relativamente al mezzo distruttivo di esercitar la pesca co’ così detti Paranzelli; la M.S. si è degnata di risolvere, che in proposito si richiami la esatta osservanza della Prammatica pubblicata a’ 6 ottobre 1784 intorno al tempo, ed al modo con cui debbasi adoprare ne’ Reali Dominj l’enunciata pesca. A tal effetto ha disposto la M.S. ch’Ella pubblichi un’Ordinanza in cui inserirà la detta Prammatica. Le partecipo nel Real Nome questa Sovrana determinazione per l’esatto adempimento». (Marchese Amati)

Dando esecuzione alla suddetta sovrana risoluzione, qui appresso trascriviamo il tenore dell’enunciata Prammatica de’ 6 ottobre 1784, con cui sta prescritto, ed ordinato…

Che la pesca tanto per le paranze, che per li paranzelli debba incominciare non più dal mese di ottobre, ma dal dì 4 novembre di ciascun anno per trovarsi in tal tempo, non solamente schiuse le ova, ma di aver presa anche il pesce qualche forma, e consistenza, con finire la detta pesca il Sabato Santo dell’anno seguente: che tanto le reti di cui fanno uso li paranzelli, quanto quelle delle paranze debbono essere a maglia chiara, e della grandezza di un tarì della nostra moneta, potendo da simil rete uscire buona parte del pesce, e seguitare a crescere nel mare.
Che tanto le paranze, quanto li paranzelli non possono aggiungere a dette reti le mazzare o altri pesi di simil natura ad oggetto che non profondano troppo, e conseguentemente non radino, e sconvolgono il fondo del mare.
E che tanto le paranze, quanto li paranzelli debbano, uscendo, buttar le reti a dieci passi d’acqua lontano dalla terra, e ciò per non guastare a questa distanza dal lido, il fondo del mare, e per non inabilitare gli altri pescatori di rete a potersi procacciare il pane colle loro industrie.

Volendo nel tempo stesso S.M. che per l’esatta osservanza di siffatti stabilimenti trovandosi così paranze che paranzelli a pescare contro la forma prescritta, debbano i padroni soggiacere irremisibilmente alla perdita delle barche, e delle reti, e tanto li padroni che i marinari alla pena di sei mesi di carcere, e di non poter più esercitare la detta pesca, con altre pene da stabilirsi dal Sovrano arbitrio.
Quindi per l’esatta osservanza della Inserta Real determinazione ordiniamo, e comandiamo, che tutt’i padroni di paranze, e paranzelli, e marinari addetti a’ medesimi, sotto le pene in essa espressate, e contenute della perdita delle barche, e delle reti pe’ padroni, e di sei mesi di carcere pe’ padroni non meno che pe’ marinari, di non poter più esercitare la detta pesca, debbano cominciare la citata pesca colle paranze, e paranzelli, non più dal mese di ottobre, ma sibbene dal dì 4 novembre di ciascun anno, e terminare al Sabato Santo dell’anno seguente; che debbano usare delle reti a maglie chiare, e della grandezza di un tarì della nostra moneta; che non possano aggiungere mazzare alle reti; e che debbano, uscendo, buttare le reti a dieci passi d’acqua lontani dalla terra, e praticare lo stesso nel ritorno.
I Sottintendenti, i Sindaci, i Giudici Regi, i Comandanti la Gendarmeria, e gli altri capi della forza pubblica sono strettamente incaricati a vigilare la più stretta osservanza di quanto sta disposto nella presente ordinanza.
I Sindaci ne cureranno la pubblicazione per la piena conoscenza di tutti, e respingeranno a noi la presente coll’atto della cerziorazione data al pubblico firmato dal Cancelliere comunale». (B. Zurlo)

In seguito all’applicazione della suddetta normativa sorgono alcuni dubbi circa il «diametro della maglia, delle reti, di cui nella pesca debbono far uso i paranzelli». Ebbene, per dirimere ogni dubbio o controversia sentite che cosa avviene e cosa viene deciso quindi con una reale disposizione.

«L’Intendete di Capitanata ai Signori Sottindententi e Sindaci dei comuni.
Signori, benché i regolamenti in vigore per la pesca avrebbero prescritto il diametro della maglia delle reti, di cui debbano far uso i paranzelli; pure molti reclami avanzati avevano conoscere di essere insorto il dubbio se del tarì, misura di dimensione prescritta, l’aja o il diametro dovesse passare a traverso delle maglie delle reti anzidette.

Sua Maestà informata di ciò si è degnata di passare colle sue sacre reali mani il modello della suddetta dimensione, ordinando di rimetterne agl’intendenti in disegno un esemplare, onde si disponesse, che i padroni delle barche paranze, volendo esercitare la loro industria della pesca facciano uso di reti uniformemente al modello dello istesso. Quindi rimettendomi il prelodato Ministro un tale esemplare munito di sugello di quella Rea Segreteria di Stato, mi ha incaricato a farne ricavare dei modelli in legno tornito, che con sugello di questa Intendenza dovessero trasmettersi in tutti i comuni marittimi di questa provincia onde i sindaci, ed eletti prendano attenta e costante cura che i padroni delle barche paranze, non si facciano tessere, né facciano uso di reti che abbiano maglie maggiori della grandezza del modello, e così evitare le contravvenzioni, e i dubbi, che potrebbero insorgere contro l’espressa volontà del Re (e Nostro Signore). Io ò adempiuto a tali ordini, facendo costruire e seguendo ne’ comuni suddetti gli esatti modelli di legno tornito, dando le disposizioni che colla presente intendo di confirmare, per la più rigorosa osservazione. (La presente circolare viene inserita in questo giornale, perché tutti abbiate conoscenza della cennata General Determinazione Sovrana)».

Nel 1812 viene inoltre concessa, sempre in materia di pesca, una «privativa della pesca delle seppie nel mare Sipontino». Nel concedere tale privativa vengono tutelati e garantititi i diritti dei restanti pescatori, oltre alla valutazione economica che da essa ne deriva a vantaggio del fisco e di conseguenza dei cittadini con la diminuzione delle tasse (i “zimbare verdi” sventolano ai quattro venti il “federalismo fiscale”!) in seguito a tale concessione.
Il 21 aprile del 1812 l’intendente di Capitanata scrive al Ministro dell’Interno.

«Oggetto: sulla privativa della pesca delle seppie nel mare Sipontino.
Per meglio approfondire l’esame delle circostanze indicatemi da V.E. col suo pregiato foglio del 16 marzo scorso relativamente alla privativa della pesca delle seppie sulla spiaggia Sipontina, ho consultato il consiglio decurionale di Manfredonia per sapere quali parti di mare possano soffrire questa novità, cioè se la privativa facendosi estendere ai locali dinominati Siponto, Sotto il Castello e Sciale il ceto industrioso, e povero dei marinai vada a perdere i mezzi della sua sussistenza, o se affittandosi la privativa sulle acque, di Rivoli, Fosse e Zapponeto, il comune vadi ad acquistare una rendita inferiore sì, ma non macchiata dalla desolazione dei miserabili pescatori. Il Decurionato mi ha fatto conoscere, che l’affitto della privativa su tutta la riviera del mare di Sipontino non può apportare nessuno danno al ceto industrioso, e povero dei marinari, perché a questi resterebbe sempre salva la libertà di pescare lido lido colla fescina, e colle piccole barchette, né altrimenti costoro possono esercitare la loro industria, perché non hanno i mezzi sufficienti a preparare i locali, ove si pratica la pesca di questo pesce. Infatti per farvi le preparazioni necessarie, con gli ordegni, le reti, ed i rami di lentisco, vi occorre un capitale non indifferente, che non può impiegarsi dal ceto povero, onde ne avviene che la privativa nasce ancora dal fatto, perché i pochi proprietari acquistando le barche, le reti, e quant’altro vi abbisogna si rendono padroni dell’intera pesca. All’incontro se la privativa si concedesse in appalto su tutta l’estensione del lido, la comune verrebbe ad acquistare una rendita ed i marinari poveri non avrebbero impedimento di pescare con la fescina, e le piccole barchette. Atteso acciò il Decurionato medesimo mi fa riflettere, che il ceto dei meschini colla rendita che la comune andrebbe ad acquistare con l’appalto della privativa ne riporterebbe ancora un altro sollievo, perché in tal caso si pensa di abolire, o diminuire il dazio del macinato, che adesso molto gravoso si rende. Mi ha soggiunto che nonostante la proibizione della pesca ordinata col Reale Decreto del 25 ottobre 1811 nel mare accanto del castello pure al presente si osserva con sorpresa, che gli artiglieri littorali han situato delle vorole, ed esercitano la pesca nell’estensione delle tese proibite dalla legge, della estensione di 500 passi, prendendo la lunghezza delle mura della litta, e delle tese di arginatura delle fossate dalla parte così orientale che occidentale del castello, ed a questo modo si viene a defraudare il disposto della legge, e l’interesse non meno dei particolari pescatori, e degli stessi miserabili littari che potrebbero in qualche maniera profittarne ancora dal fatto, perché i pochi pescando colla fescina, della libertà di detti luoghi. Sono dunque di parere, che la privativa di questa pesca sia accordata alla comune di Manfredonia con la legge di lasciarsi in libertà dei cittadini poveri di pescare lido lido, e nei luoghi non preparati, e che agl’artiglieri ugualmente, che ad ogn’altro sia vietato di pescare nelle tese stabilite col Real Decreto del 25 ottobre suddetto; per qual divieto io prego l’E.V. d’interporre i suoi autorevoli offici presso il Ministro della Guerra, e Marina, cui vado ancora col presente corriere a rassegnare le mie rimostranze. Mi attendo indi ciò i suoi oracoli, e la prego di gradire gli omaggi del mio rispetto».

Eduardo Gemminni



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