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Foggia, 1853: i resti del palazzo imperiale di Federico II di Svevia oggetto di tutela
Il Maggiordomo Maggiore Bisignano ordina all’Intendente della Provincia di Capitanata l’immediato sgombero del palazzo – occupato da una bottega di fabbro ferraio – ove era situato l’arco antico ora visibile all’esterno del “Museo civico” di Piazza Nigri

Foggia, 18.01.2012 - Nel 1223 Federico II fece costruire a Foggia una fastosa residenza «splendida di marmi, statue e colonne…» elevata al rango di regalis sedes inclita imperialis. Il Pacichelli ricorda i leoni di marmo, le colonne di verde antico, e altri ruderi: «…appariscono in più luoghi porzioni delle mura, rimaste dopo le più barbare prede» (G. Pacichelli, “Il Regno di Napoli in prospettiva”, Napoli, 1703). Costruttore della residenza imperiale fu il protomagister Bartolomeo da Foggia. Federico II fece numerosi soggiorni a Foggia e molto probabilmente nella domus; a Foggia morì l’imperatrice Isabella; a Foggia ricevuto l’Infante di Castiglia. A Foggia si svolse la riunione del “parlamento” del regno del 1240. Re Corrado radunò a Foggia un’altra assemblea nel 1252; nel 1260 Manfredi tenne nella città una curia solemnis dove erano riuniti, secondo Saba Malaspina, i nobili e i deputati degli insediamenti di tutte le provincie site a nord della Calabria; «…si trattava di prendere decisioni per mantenere la giustizia e assicurare il bene pubblico; la riunione fu l’occasione di feste, uomini furono armati, altri ricevettero dignità; il palazzo illuminato da enormi ceri, si che “nel combattimento dei giocatori la notte si converte in giorno”» (Jean - Marie Martin, “Foggia nel medioevo”, Congedo Ed.).
Il palazzo fu luogo di memorabili feste organizzate dagli Svevi, il cui clima ci viene restituito in più luoghi dai cronisti coevi: Matteo Paris, in Chronicon, MGH, SS., XXVII, 61, racconta con quale fasto fu accolto a corte e festeggiato Riccardo di Cornovaglia al ritorno dalla Terrasanta e quali cose meravigliose e inconsuete lo dilettarono: «Frattanto il conte Riccardo di Cornovaglia, mentre andava dall’imperatore, attraversò molte città e fu sempre accolto con moltissima gioia e con rispetto; gli andarono incontro uomini e donne della città, cantano al suono dei tamburelli, ornati di rami e fiori, con bei vestiti festivi; diversi soldati cavalcavano cavalli di razza, con alla testa il comandante secondo le disposizioni imperiali. Quando il conte arrivò presso all’imperatore, fu accolto con onore, con scambievoli baci e abbracci, mentre i consiglieri applaudivano con entusiasmo. Indugiando quindi fra colloqui desiderati e conforti di vario modo, come si fa tra amici, si ritempravano per diversi giorni. Poi l’imperatore dispose che il conte si ristorasse con bagni, salassi e lenitivi medicamentosi in modo piuttosto blando e carezzevole, per riprendere le forze dopo i pericoli del viaggio per mare. Dopo alcuni giorni, con il benevolo permesso dell’imperatore, il conte Riccardo protrasse liberamente il desiderato colloquio con l’imperatrice, sua sorella Isabella d’Inghilterra. Per disposizione dell’imperatore, il conte assistette a numerosi spettacoli sconosciuti con strumenti musicali, preparati per rallegrare l’imperatrice, con vario piacere. Tra queste stupende novità ne apprezzò e ammirò soprattutto una. Due fanciulle saracene dal corpo elegante, salivano su quattro sfere poste sul pavimento, e ciascuna sottoponendo alle piante dei piede due sfere si muoveva in ogni direzione, battendo le mani, dove le portava l’ispirazione; esse si muovevano sulle sfere che ruotavano, contorcendo le braccia in diversi modi facendo spettacolo e cantando, ripiegando armoniosamente il corpo secondo il ritmo, muovendo e agitandolo senza stancarsi. Spettacolo mirabile, così si offrirono allegramente agli spettatori sia la e danzatrici che gli attori, percuotendo tamburelli e nacchere».
In un disegno cinquecentesco della città (conservato nella Biblioteca Angelica di Roma) si trova la più antica rappresentazione del palazzo imperiale (nella
foto 1, indicazione cerchiata in rosso), visto in corretto rapporto con l’assetto urbano. Il complesso sorge ai margini della città, in prossimità della Porta Grande (vedi foto 1, indicazione cerchiata in verde). A nord si affaccia sulla Piazza della Pescaria (nella foto 1, indicazione in azzurro).
«L’edificio, a due piani, presenta una corte bordata all’interno da costruzioni destinate ad alloggi, servizi, scuderie: su questo lato si apre nella cinta una grande arcata con l’androne d’accesso: qui doveva trovarsi l’ingresso principale, del quale ci è pervenuto l’archivolto a fogliami, su mensola-aquila. Si può supporre che la primitiva cinta fosse quadrangolare e tanto vasta da inscrivere palatium, cortili e impianti accessori. Oltre allo splendore di una residenza imperiale, il palazzo di Foggia doveva presentare dispositivi di difesa: esso è infatti ricordato come castrum munito di un balium (cinta). Per certo doveva essere di imponenti dimensioni se nel 1255, durante la lotta contro Manfredi, vi poterono trovare riparo le truppe pontificie, e più tardi, al tempo del re angioino Carlo I, vi fu accolta una folla di ospiti per festeggiare le nozze della principessa Beatrice». (M. S. Calò Mariani, prefazione in “Architettura sveva nell’Italia meridionale”).
Sembra che il declino del «Castello residenziale» sia iniziato con il terremoto del 1456 ripetutosi poi nel 1731 con la distruzione di buona parte della città. Fra il sei e settecento il Pacichelli potè vederne i ruderi assai estesi e le superstiti sculture in marmo. Ancora nella prima metà dell’ottocento, come mostra il Fraccacreta, la ubicazione e la estensione del palazzo imperiale erano ben note «Or suo (di Federico II) palazzo in Foggia… fu il preferito castello nelle dette 4 Corsee fra d. Porta Grande o Arpana Nord-Est… tra Pozzo Ritondo, S. Domenico, e il grande Teatro aperto nel 1828. Suo avanzo dicesi un portone di pali 6 di corda con mediglioni, e altri rilievi, e la pescheria: presso dov’è la taverna dell’aquila, fu il quartiere militare. Perciò pittagium palatii diceasi quel rione della reggia». Se ne ricava l’immagine di un vasto complesso recintato con palazzo, cortili, costruzioni di servizio; la Pescaria, forse il vivarium pisci, occupava l’area antistante, come nelle dimore normanne di ascendenza islamica: a Palermo, la Zisa era preceduta dal bacino del vivarium, dal quale emergeva una isoletta artificiale; a Granada il palazzo imperiale della Spagna araba si affaccia su di un bacino d’acqua, “Patio de los Arrajanes”.
L’archivolto a fogliame su mensola-aquila, oggi murato insieme all’epigrafe all’esterno del “Museo Civico” di Foggia, fu nel 1853 oggetto di tutela da parte della «Soprantendenza Generale di Casa Reale». Infatti il Maggiordomo Maggiore di detta Casa, Bisignano, in data 22 novembre 1853 indirizza una disposizione all’Intendente della Provincia di Capitanata dal tenore seguente: «Signore, il Segretario della Direzione del Real Museo Borbonico, Commendatore D. Stanislao d’Aloe, passando per codesta capitale ha osservato ed indi riferito che la medesima, priva in generale di monumenti storici, ne possiede uno preziosissimo e raro nei ruderi del palagio del gran Federico di Svevia Re di Napoli e di Sicilia, i quali ruderi consistono nell’arco d’ingresso a tale palagio con la antica epigrafe in cui si fa’ menzione del comando dato dal Re per la edificazione di esso e dello anno in cui questa ebbe luogo; che nel passato secolo fu aggiustata nello spazio detto arco una bottega con una stanza superiore e vennero aperte due finestre per dar lume alla stanza e che nella bottega e ora collocato un fabbroferraio, il quale ha posto sulla porta della stessa una mezza tettoia, sia per impedire la caduta delle acque, sia per sospendervi gli oggetti di cui fa mercato. Osservando quindi tornare a disdoto del paese il non aversi così niun riguardo per l’indicato monumento, ha opinato doversi l’arco di cui trattasi col muro antico di cui è formato, ridurre allo stato primiero con togliervi tutta l’opera moderna sia della bottega, sia di tutt’altro aggiunto per dar rendita al comune cui appartieni, con dire che il medesimo non dovrebbe tenere conto della piccola rendita ne ritrae in venti o trenta ducati annuali, dapoiché trattasi di ripristinare un monumento così ragguardevole ed onorifico per la detta città. Io quindi, analogamente alla richiesta fattane dal Direttore del Real Museo Borbonico Soprantendente Genereale degli Scavi di Antichità, la interesso Sig. Intendente perché tenendo presente il disposto in massima col Reale Decreto 16 settembre 1839 relativo alla conservazione dei monumenti antichi, faccia assodare il principio che né conseguita di doversi togliere tutte le fabbriche moderne sottoposte ed assodate all’arco antico di cui è parola, e quindi provvegga al disfacimento delle fabbriche stesse, ed al restauro del monumento nel modo prescritto col cennato Real Decreto».
In base a questo preciso ordine l’amministrazione comunale di Foggia sembra fare un po’ “orecchio da mercante” adducendo la seguente motivazione: «Il fondo in parola, da tempo immemorabile si è sempre locato e l’ultimo affitto conchiuso, si fu dalla di lui autorità approvato per la durata di un triennio, cioè da settembre 1853, epoca anteriore alle disposizioni ricevute fino a ottobre 1856. Come le diceva, non mancavasi da me di usare tutti i mezzi bonari acciò il fittaiolo, pria di cessare lo affitto, avesse di suo consentimento lasciato vuoto non ò potuto riuscire, denotando misi dall’inquilino di non essersi sino al momento potuto provvedere di altro opportuno locale. Dopo ciò, non mi sento neanche la forza di proposte la rescissione del contratto si per non apportare un equilibrio alla finanza comunale con la perdita della rendita e di cui litigio dispendioso, quanto per la condizione, che altro poco di tempo decorrendo, verrebbe a cessare la locazione il comune potrebbe apportare quelle modificazioni al fondi e che meglio si stimeranno».
Alla luce di questa risposta interviene l’Intendete di Capitanat ordinando al Commissario di Polizia di Foggia quanto segue: «Il bel monumento di antichità che decora questa città capoluogo, cioè l’arco d’ingresso al palagio del Gran Federico di Svevia, trovasi ora deturpato, e ridotto ad officina di fabbro ferraio. Questa vandalica destinazione fece, come doveva, meraviglia al Sig. D’Aloe Segretario del Real Museo Borbonico allorché percorreva le Puglie, ed appena ritornato in Napoli ne rapportava energicamente al Sig. Soprintendente Generale degli Scavi d’Antichità ed al Maggiordomo di Casa Reale, il quale in forza del Real Decreto del 16 settembre 1839 ordinava di subito far togliere tutte le fabbriche nuove addossate al prezioso avvanzo dell’antico monumento e di restituir questo al pristino stato nel modo prescritto col cennato Real Decreto. Tale superiore disposizione, la quale mira a quel decoro che un si celebre oggetto di archeologia di Foggia, debba attuarsi senza alcun ritardo, ed io già davo le convenevoli disposizioni al sindaco per la esecuzione. Questi però mi manifesta di avere incontrato per primo difficoltà la negativa del fabbro ferraio a sciogliere bonariamente il contratto di locazione che trovasi avere stipulato col comune e quindi consegue che per altri due anni il rudere in parola dovrebbe soggiacere alle continue deturpazioni che la fucina tutto di gli arreca, sicché ove adesso potrebbesi per avventura restaurare abbastanza,al termine dello affitto si avrà certamente meno suscettibili le di ripristinamento. Io mi rivolgo a lei perché metta in opera tutti i suoi mezzi per ottenere la bonaria soluzione del contratto di affitto ed il ferraio sgombri subito il locale in parola senza obbligare l’amministrazione a venire a misure colle quali ottener lo scopo. Io son sicuro che Ella si conpererà con tutto la di lei efficacia e confido che in riscontro mi farà sentire i felici risultati delle di Lei pratiche».

Il 6 maggio del 1856 il locale era già stato sgomberato quando si comunica al sindaco di Foggia «…che in pendenza delle determinazioni che potranno prendersi in seguito del progetto da presentarsi dall’ingegnere provinciale Sig. Ravillion per rendere al bello artistico il monumento che rammemora la dimora di Federico di Svevia in questa città, egli potrà affittare il detto locale come meglio creda, tanto la stanza inferiore, che quella superiore, nella intelligenza che non dovrà apportargli la menomea innovazione al cennato monumento». Felice Ravillion, ingegnere di ponti e strade, incaricato dell’esecuzione dei lavori richiede che «…siccome per un progetto di restauro di antico monumento richiedendosi elaborati e nitidi disegni, e per la qual cosa dovrei impiegare qualche mese di assiduo lavoro, la prego permettermi che mi faccia coadiuvare dal valentissimo Architetto Civile D. Giuseppe Ventura». Il 19 aprile del 1856 l’intendente di Capitanata approva la richiesta di far collaborare il detto architetto al «…progetto artistico ed i disegni corrispondenti».
Ah!, che ignoranza questi Borbone! Si occupavano di tutela dei beni archeologici… Oggi invece ci si occupa di ben altro. Il castello di Lucera ne sa qualcosa!!!

Eduardo Gemminni

Bibliografia

• Jaen - Marie Martin, “Foggia nel medioevo”, Congedo Ed.;
• Medioevo. Dossier, “Federico II. Storia e leggenda di un grande imperatore”. De Agostini - Rizzoli periodici;
• A. Haseloff, “Architettura sveva nell’Italia meridionale”, Adda Ed.;
• Archivio di Stato di Foggia, “Governo e Intendenza di Capitanata”, Atti.



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