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Federico II di Svevia, l’imperatore che continua a stupire
il mondo

Ritrovata dagli archeologi israeliani un’iscrizione in arabo risalente alla crociata da lui condotta. Risalente alla sesta crociata reca il nome dello svevo e la data “1229 dell’incarnazione del nostro Signore Gesù il Messia”. Originariamente era situata nella cinta muraria di Giaffa. A darne notizia, Moshe Saharon e Ami Shrager dell’Università Ebraica di Gerusalemme

Lucera, 29.03.2015 - Gli archeologi israeliani hanno scoperto la prima iscrizione in arabo risalente alla sesta crociata condotta da Federico II di Svevia (vedi foto nella pagina). Scritta 800 anni fa, l’epigrafe in marmo era originariamente situata nella cinta muraria di Giaffa, città fortificata dallo stesso imperatore. Le mura contenevano due iscrizioni, una in latino e l’altra in arabo. Solo un piccolo frammento rimane dell’iscrizione in latino, studiata nell’800 dall’orientalista ed archeologo francese Clermont-Ganneau che la attribuì a Federico II.
L’iscrizione in arabo reca il nome dell’imperatore del Sacro Romano Impero, Federico II, e la data “1229 dell’incarnazione del nostro Signore Gesù il Messia”.
«La grafia è particolare – spiega Sharon – ma una volta che la lastra è stata ricomposta, è stata decifrata con poco sforzo». Secondo Moshe Sharon e la collega Ami Shrager, l’iscrizione venne preparata dai funzionari di Federico, o forse dall’imperatore stesso, che parlava correntemente l’arabo ed alla sua corte aveva dotti musulmani ed ebrei.
Federico II, benché scomunicato da papa Gregorio IX, è stato il «re cristiano che ha guidato la sesta crociata» (1228-29). «Federico riuscì, senza ricorrere alle armi, a guadagnare grandi territori per il Regno crociato di Gerusalemme», ci ricorda Sharon.
L’iscrizione in arabo elenca inoltre tutti i titoli di Federico e le province italiane da lui governate. Si sottolinea inoltre che Federico è imperatore del Sacro Romano Impero, «il protettore del Papa a Roma» e il «Re di Gerusalemme», una corona che «si è messo sul capo nella Chiesa del Santo Sepolcro a Gerusalemme nel 1225», ha detto Sharon. «Non c’è un’altra iscrizione di Federico o di un qualsiasi altro re di Gerusalemme in lingua araba. Questa è l’unica testimonianza epigrafica connessa con la sesta crociata».
Federico II si imbarca alla volta della Terra Santa il 2 settembre 1228. Il 7 settembre la flotta arriva a San Giovanni d’Acri, dove l’imperatore è accolto da delegazioni di tutti gli ordini cavallereschi con i loro Gran Maestri: Ermanno di Salza per i Teutonici, Pietro di Montaigu per i Templari, Bernardo di Thessy per gli Ospedalieri. Sono presenti anche Enrico di Limburgo, i vescovi di Exeter e Winchester, il patriarca di Gerusalemme, gli arcivescovi di Tiro, Cesarea e Nazareth. Un’armata di crociati, circa 800 cavalieri e 10.000 fanti, attende il sovrano.

Federico è accolto con entusiasmo. Nessuno dei presenti pensa ch’egli sia scomunicato. Del resto, essi ritengono forse che l’interdetto lanciatogli contro dal Papa sia stato tolto, dal momento che egli è arrivato in Terra Santa (“Federico II di Svevia, un monarca medievale alle prese con la sorte”, Pierre Racine).
Sistematosi inizialmente nel castello di Ricordane, Federico invia due ambascerie, uno al Papa per informarlo delle sue iniziative tentando di riallacciare i rapporti con lui, l’altra al sultano Malik al Kamil che la cronaca d’Eracle riferisce con queste parole: «Sire, il nostro imperatore vi saluta come colui del quale vuole l’amicizia. Vi fa sapere di non avere attraversato il mare per cupidigia o per conquistare terre, poiché ne ha tante che nessuno potrebbe desiderare averne di più. È venuto per i Luoghi Santi, nei quali tutti i cristiani hanno riposto la loro fede. E se voi voleste restituirgli in pace questa Terra Santa, che un tempo apparteneva agli antenati di suo figlio Corrado, egli vi lascerà in pace sulla vostra terra e sarà vostro amico». Al Kamil, garbatamente, oppone un netto rifiuto all’imperatore per timore che la restituzione di Gerusalemme avrebbe «attirato su di sé lo sdegno di tutto il mondo musulmano».
Tra il sultano e l’imperatore vi furono continui scambi di ambascerie e doni: il sultano «mandava allo imperatore bei presenti di cavalle, muli, dromedari, cameli battriani, stoffe, ed altri somiglianti doni da re»; Malik fece anche venire dall’Egitto un elefante che regalò a Federico. «L’imperatore era filosofo, uomo generoso, di gentil tratto e di bella fama, spedì ambasciatori al sultano, con preziosi doni e con gran seguito» (Kitàb Siar).
Il Papa, intanto, non ha intenzione di riconciliarsi con l’imperatore ed anzi, invia un messaggio al patriarca di Gerusalemme per biasimarlo d’essere «venuto a patti con l’Infame». Vengono anche inviati due predicatori in Terra Santa incaricati di proclamare diversi interdetti contro l’imperatore: divieto di dargli ospitalità, di nutrirlo, di curarlo se dovesse ammalarsi, proibizione agli Ordini cavallereschi di ubbidirgli, divieto ai baroni franchi di rendergli omaggio, divieto di amministragli i sacramento. Contestualmente, Gregorio IX invia contro gli stati di Federico le truppe pontificie con lo scopo di conquistare la Puglia e la Sicilia. La situazione si fa drammatica, in quanto il Papa, informato degli avvenimenti di Siria, non esita a mettere in giro la voce che l’imperatore era morto.
Federico non ha altra scelta, non può ritornare in Occidente senza avere risolto il problema di Gerusalemme. Il 18 febbraio del 1229, con un «intreccio diplomatico», riuscito molto bene a Federico, si giunge al “Trattato di Giaffa”: Malik al Kamil, il sultano che ammirò San Francesco d’Assisi per le sue teorie sul sufismo, accettava di restituire ai crociati Gerusalemme, Betlemme ed il Santo Sepolcro. All’imperatore venne anche «consegnato Lùd, Ramlah e i territori confinanti a quelli tra Gerusalemme e Acri».
Dopo il trattato, Federico lascia Giaffa e si dirige verso Gerusalemme dove il 18 marzo 1229 viene incoronato nella chiesa del Santo Sepolcro: il viaggio in Terra Santa era compiuto, con la complicità del sultano.
Il soggiorno di Federico a Gerusalemme dura poco. Le brutte notizie che riceve dal suo Regno, invaso dalle truppe pontificie, lo inducono ad affrettare il ritorno. L’11 maggio 1229, s’imbarca alla volta di Brindisi dove giungerà il 10 giugno, sulle galere approntate da Enrico di Malta.
I rapporti e le ambascerie tra Federico II ed regno di Malik al Kamil (morto nel 1238 a Damasco) continuarono anche dopo il “Trattato di Giaffa”. Tra il 1241 e 1242, l’imperatore inviò ad Alessandria d’Egitto due navi, la prima (1241) con a bordo cento marinai con «grandi ricchezze e rare preziosità e doni splendidi»; la seconda (1242), denominata Nusf ‘ad dunià (Mezzo mondo) «della cui grandezza la gente facea le maraviglie, dicendosi che portava trecento marinai, senza contare i passeggeri, e che v’era un immenso carico di mercanzie: olio, vino, cacio, miele d’api, ed altre derrate» (Biblioteca arabo-sicula).

Eduardo Gemminni



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