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Il brigantaggio e la questione meridionale

di Florindo Di Silvio

Ancora oggi si parla della questione meridionale, il sud agricolo, il nord industrializzato; la domanda che molti si fanno: si riuscirà a mettere la parola fine a questa Italia divisa a metà con una economia interna a due marce?

Lucera, 24.02.2016 - Le tappe storiche fondamentali dell’Italia dopo l’unificazione sono: spedizione dei Mille di Garibaldi, annessione del Sud e unificazione dell’Italia (1860); proclamazione del Regno d’Italia, elezioni a suffragio ristretto (vota il 2% ossia i più ricchi), destra liberale al governo (1861); annessione del Veneto – terza guerra di Indipendenza (1866); conquista di Roma (1870); sinistra liberale al governo (1876); allargamento del suffragio – è ammesso al voto il 7% della popolazione più ricca(1882); primo governo Crispi (1887-91); secondo governo Crispi con tendenze autoritarie – scioglie le organizzazioni socialiste fra cui i fasci siciliani (1893-96); nel 1896 comincia l’avventura coloniale con la guerra contro l’Etiopia e la sconfitta di Adua. Segue un periodo di forte autoritarismo che culmina nella sanguinosa repressione (1898) dei moti popolari di Milano contro il carovita. Nel 1903 con il governo Giolitti, viene tollerata la crescita pacifica del movimento operaio socialista. 1911: guerra coloniale di Libia. 1913: suffragio universale maschile.
Ma che cosa è la questione meridionale? Questa fu un grande problema nazionale dell’italia unita. Il problema riguardava le condizioni di arretratezza economica e sociale delle province annesse al Piemonte nel 1860-1861 (rispettivamente gli anni della spedizione dei mille e della proclamazione del Regno d’Italia). I governi sabaudi avevano voluto instaurare in queste province un sistema statale e burocratico simile a quello piemontese. L’abolizione degli usi e delle terre comuni, le tasse gravanti sulla popolazione, la coscrizione obbligatoria e il regime di occupazione militare con i carabinieri e i bersaglieri, creò nel sud una situazione di forte malcontento. Da questo malcontento vennero fuori alcuni fenomeni: il brigantaggio, l’emigrazione al nord Italia e all’estero ed altro ancora.
Dopo l’unità d’Italia vi fu un rigetto nei confronti del governo da parte della povera gente del meridione. Tale rigetto si manifestò fra il 1861 e il 1865 con il fenomeno del brigantaggio. Il brigantaggio era localizzato in Calabria, Puglia, Campania e Basilicata dove bande armate di briganti iniziarono vere e proprie azioni di guerriglia nei confronti delle proprietà dei nuovi ricchi. I briganti si rifugiavano sulle montagne ed erano protetti e nascosti dai contadini poveri; ma ricevettero aiuto anche dagli antichi proprietari di terre che tentavano, per mezzo del brigantaggio, di sollevare le campagne e far tornare i Borbone. Fra i briganti, oltre ai braccianti estenuati dalla miseria, c’erano anche ex garibaldini sbandati ed ex soldati borbonici. Non mancavano poi numerose donne audaci e spietate come gli uomini. I briganti non furono “criminali comuni”, come pensava la maggioranza al governo, ma un esercito di ribelli che non conoscevano altra forma di lotta se non quella violenta. Del resto, tenuti per secoli nell’ignoranza e nella miseria, i contadini meridionali non avevano ancora maturato una conoscenza politica dei loro diritti e quindi non avevano mai potuto agire con mezzi legali. La politica di repressione adottata nei confronti dei briganti fu durissima. Per debellare il fenomeno furono impiegati 120.000 soldati mandati dal generale Cialdini. Ci fu una vera guerra intestina con numerosi morti e feriti. Questo provocò un ulteriore divario tra nord e sud. Una volta debellato il brigantaggio le condizioni economiche e sociali dell’Italia meridionale non migliorarono. Anzi, il fenomeno dell’emigrazione si manifestò in maniera consistente a causa delle difficili condizioni di vita nel sud Italia. Il motivo ditale fenomeno era per lo più occupazionale. La difficoltà di trovare lavoro e di raggiungere un tenore di vita se non dignitoso almeno accettabile, portò ad un’ondata migratoria sia verso il nord Italia sia all’estero. Si calcola all’incirca 28 milioni di persone che in questo periodo lasciarono l’Italia. Questo ci fa capire che l’emigrazione fu una delle pesanti conseguenze della mancata risoluzione, da parte dei governi italiani, della questione meridionale. Gli intellettuali hanno studiato il problema, ma non lo hanno risolto. Ancora oggi si parla della questione meridionale, il sud agricolo, il nord industrializzato; la domanda che molti si fanno: si riuscirà a mettere la parola fine a questa Italia divisa a metà con una economia interna a due marce? Solo con una politica di governo che guardi ai veri problemi della nazione un giorno gli italiani potranno dire: siamo tutti uguali.

Florindo Di Silvio



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