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L’argomento specifico dei nostri periodici incontri sarà il vino che, mai come in questi ultimi anni, sta incontrando il favore di un numero sempre crescente di appassionati estimatori intenzionati a conoscere e ad apprezzare più compiutamente questo affascinante “capolavoro” della natura. Le conversazioni che intendiamo intraprendere con un pubblico sempre più ampio saranno condotte con semplicità discorsiva e non avranno una impostazione sistematica. Esse intendono, semmai, rafforzare e stimolare la curiosità e l’interesse di chi già conosce alcune problematiche legate al vino. Tuttavia prima di parlarne, mi sembra opportuno richiamare la vostra attenzione sulla Puglia vitivinicola di ieri per poter valutare appieno la nuova fase di ristrutturazione che essa sta oggi subendo senza misconoscere, ma per difendere le antiche “radici” di questa coltura che è parte integrante del paesaggio e della cultura di questa Regione. Hemingway affermava che il vino segna il cammino della civiltà dei popoli ed ogni regione ha contribuito a rafforzare il valore di rito propiziatorio. Per noi, quindi, la conoscenza e l’apprezzamento del vino deve ritenersi una spontanea manifestazione di amore poiché esso è stato uno dei primi e più significativi protagonisti della gloriosa storia pugliese. Prima di intraprendere la conversazione sul vino, mi preme ricordare in maniera sintetica che la coltivazione della vite nel Mezzogiorno, e particolarmente in Puglia, trova collocazione certa all’epoca della colonizzazione fenicia come ampiamente manifestano i numerosi reperti sia vascolari che ornamentali rinvenuti nei molteplici siti archeologici sparsi su tutto il nostro vasto territorio regionale. Queste testimonianze sono d a supporto alla tesi di molti studiosi secondo la quale tre sono state le civiltà che hanno segnato e contrassegnato le realtà culturali dei nostri territori. La parte settentrionale comprendeva la Daunia denominata anche “Civiltà della terra”. Abitata dai Dauni, la leggenda sostiene che discendesse da Diomede, celebre eroe greco, che qui trovò dimora regnando fino alla morte. Per la costituzione del suo terreno ondulato, fertile, profondo l’Uva di Troia aveva trovato il suo habitat propizio. Al centro vi era la Peucezia o “Civiltà della Pietra” a causa del suo terreno di spessore limitato, sassoso e perciò poco ubertoso. I Peuceti, popolazione dalle origini incerte e molto amica dei Greci provenienti dal tarantino, si manifestarono estremamente abili oltre che nella lavorazione della pietra anche nell’agricoltura con spiccata predilezione per la pastorizia e la viticoltura. Le varietà più coltivate furono l’Uva di Troia, il Bombino nero e bianco, il Montepulciano ed il Pampanuto. La parte meridionale costituiva la Messapia o “Civiltà della Luce” a causa del mare che abbracciandola la illuminava di luce riflessa. I Messapi predilessero essenzialmente il Negro Amaro - ripetizione della parola nero dal latino niger e dal greco maru - perché fra tutte le varietà si manifestò più redditizio. Da questa premessa scaturisce una sconcertante osservazione che ha condizionato e mortificato l’enologia pugliese. La coltivazione della vite in Puglia, nonostante la sua antichissima tradizione e la sua notevolissima espansione sull’intero territorio, non ha mai brillato - in passato - in quanto a vini di prestigio. Solo da qualche decennio, grazie agli sforzi meritori di alcuni privati e di qualche Cantina Cooperativa, la Puglia investendo in nuovi impianti, non solo ha introdotto altre pregiate varietà, ma utilizzando le moderne tecnologie, comincia a produrre vini di qualità che possono benissimo competere con i più blasonati vini italiani ed europei.

Michele Tolve



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