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LA LETTERA

Pietro Scioscia sulle scelte del Governo: «Non è più tempo di approssimazioni»
«Il Decreto "CURA ITALIA" (che medica qualche ferita) è un primo passo in avanti, meglio di niente, e contiene misure di primo impatto, ma bisogna disinnescare vincoli, passaggi e cavilli burocratici perditempo»

Lucera, 28.03.2020 - «Caro direttore, è da un po' di tempo che non esprimo pubblicamente qualche mio pensiero.
E questa semi reclusione forzata, dovuta all'epidemia di Corona Virus in corso, mi ha dato sia il tempo di scrivere, sia la motivazione.
Chi mi conosce sa che sono un ottimista di natura, che cerco e trovo anche nella peggiore situazione qualcosa di positivo da cui trarre spunto a da cui provare a ripartire. Ed è quello che ho sempre fatto in questi primi 40 anni di lavoro, soprattutto negli ultimi dieci, senza arrendermi, grazie ai miei compagni di avventura, affrontando le peggiori avversità.
Questa volta non è così, questa volta ho la netta sensazione che il Corona Virus lascerà sul campo molto sangue e sarà difficile, se non impossibile, per molti ripartire.
Sicuramente le vite umane che stiamo perdendo, purtroppo, sono già tante e molte altre se ne aggiungeranno a causa degli effetti morbosi diretti. Queste vite perse lasceranno tanto dolore e ferite aperte nelle famiglie di appartenenza e grandi drammi e traumi psicologici per come tutto è avvenuto.
Saranno altrettanto importanti, se non peggiori, le perdite economiche e patrimoniali che saremo costretti a registrare per effetto del virus, in quanto tantissime aziende, attività commerciali ed artigianali, micro, piccole e medie imprese, il vero tessuto produttivo nazionale, già sfiancate da oltre dieci anni di crisi economica e finanziaria, saranno costrette a chiudere, lasciando per strada un patrimonio aziendale e decine di lavoratori accompagnati dalle loro famiglie, travolte dall'aggravarsi della crisi stessa.
Questa serrata forzata di quasi tutte le attività produttive si è resa necessaria per affrontare il morbo e contenere il contagio; ed è giusto così, come è giusto che noi tutti lo rispettiamo facendo ognuno la propria parte restando a casa; forse andava decretata tempestivamente, con più decisione e senza mezze misure fin dall'inizio, già dal mese di febbraio. Iniziative governative parziali, a step, quasi come a volerci indorare la pillola amara, che non hanno consentito agli imprenditori, in particolare, di organizzare al meglio la rimodulazione, la chiusura e la sospensione delle proprie attività. Non ha giovato l'annuncio mediatico di decreti ancora da scrivere e che poi puntualmente non hanno trovato completa conferma, creando confusione e mettendo a repentaglio anche l'incolumità dei cittadini con il rischio del contagio. Basti pensare alla corsa nelle stazioni ferroviarie del nord per intercettare il primo treno in partenza con l’intento di raggiungere i paesi di origine del nostro sud Italia. Oppure l'annuncio via web, di sabato notte scorso, del decreto di chiusura "totale" delle attività prevista per il lunedì successivo. Insomma, un poco di approssimazione ed incertezza c'è stata ed ha generato tanta confusione e preoccupazione.
Stessa approssimazione si può notare, a mio avviso augurandomi di sbagliare, nella messa in campo delle misure economiche per affrontare questa crisi straordinaria. Il balletto delle cifre e delle misure la fanno da padrone. Tre miliardi di euro, poi sette, ancora 25… (ma come prima misura, si giustificano). Poi ci sarà un decreto ad aprile a completamento, si vantano. Cari nostri governanti non è più il tempo delle approssimazioni, qui la gente ha problemi seri già oggi e da ieri; ad aprile "la gente" scenderà in strada, in barba alle regole e alle prescrizioni, e vorrà MANGIARE perché non potrà resistere. Vi potrà travolgere, politicamente parlando.
Il Decreto "CURA ITALIA" (che medica qualche ferita) è un primo passo in avanti, meglio di niente, e contiene misure di primo impatto, ma bisogna disinnescare vincoli, passaggi e cavilli burocratici perditempo. Le aziende, ad esempio, vanno finanziate superando i vincoli di Basilea e l'accesso al credito e alla garanzia pubblica deve avvenire sulla base della capacità di sviluppo e non sui bilanci precedenti. Deve essere disinnescata totalmente la Centrale Rischi della Banca d'Italia, vera mina per le aziende; altrimenti, come in passato, non arriverà un centesimo a tantissime aziende e le misure previste resteranno un provvedimento inutile. Evidentemente non avete ancora capito bene quale è la situazione delle famiglie e delle imprese: i soldi devono arrivare quanto prima, subito, possibilmente IERI.
Qualche riflessione va fatta sullo stato della nostra economia, della sanità, dell'istruzione e della cultura, ad esempio. Oggi si mettono in campo iniziative finanziarie a favore di queste solo ed esclusivamente perché è intervenuta la crisi sanitaria, come se prima queste andassero bene. Purtroppo no. Se questi investimenti, con coraggio e contro le politiche europee, fossero stati effettuati qualche anno fa, forse oggi la crisi sarebbe stata affrontata diversamente e sicuramente sarebbe risultata più sopportabile.
Sono state chiuse strutture ospedaliere ed oggi corriamo a creane altre provvisorie con tanti posti letto per far fronte all'emergenza. Sono stati ridotti i posti di specializzazione e oggi abbiamo bisogno dell'aiuto di medici provenienti da altre nazioni. Il tutto per rincorrere la spesa, lo spendere meno, invece di rintracciare ed eliminare lo spreco che pure esiste e resiste.
Penso che sia anche il momento del mea culpa, da parte di una classe politica e dirigente che negli ultimi decenni non ha capito e saputo intercettare ed interpretare lo sviluppo della società e non ha avuto una visione politica industriale della nostra nazione. Basta, a mero esempio, il problema delle mascherine e dei dispositivi, dei presidi sanitari che non sono prodotti in Italia. Sono stati abbandonati interi settori industriali strategici, vedi per tutti la siderurgia, alienando aziende di interesse internazionale a capitalisti esteri.
Forse da tutta questa vicenda bisognerebbe trarre un piccolo monito:
su alcuni settori industriali (siderurgia-energia-agroalimentare, etc.), sulla sanità, sull'istruzione e sulla cultura non c'è bilancio che tenga.
Un ultimo sfogo: perché operare solo una sospensione di alcuni balzelli e bollette varie, facendo sì che lo spostamento a giugno metta le partite IVA nella condizione di trovarsi sulle spalle un peso maggiore senza che nel frattempo non vi sarà stata alcuna ripresa economica? La soluzione che il Governo dovrebbe adottare, secondo me, è una moratoria di cartelle e cartelline (quelle in corso e quelle che, ahimé!, le aziende potrebbero vedersi ancora notificare)».

Pietro Scioscia

 

 

 



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