Verba
volant, scripta manent
Le
parole volano, ma gli scritti rimangono
Antico
proverbio che raccomanda di essere prudenti nello scrivere,
dal momento che se le parole si dimenticano con molta facilità,
tutto quel che si scrive o si lascia scritto può sempre
e comunque diventare, soprattutto nelle mani di soggetti malintenzionati,
materiale documentato assai spesso nocivo per chi l'ha scritto,
anche quando sia vergato (appunto messo per iscritto) in un momento
di malumore oppure sotto l'impeto e la foga di una di quelle passioni
che portano sovente a delirare; giacché ogni uomo ha le
sue ore di delirio, di leggera pazzìa, di superficiale
autostima, vanto e sicurezza a tal punto da indurlo a credere
d'aver fatto bene a vergar di pugno proprio un documento.
Vi ricorda niente tutto ciò? Intanto, prendiamo l'abitudine
di sapere con precisione e coscientemente quello che facciamo
nel momento in cui scriviamo (e sottoscriviamo) un documento che,
per molteplici motivi, potrebbe finire nelle mani di qualcuno
che non siamo noi stessi. Molti si impegnano a sottoscrivere il
proprio impegno in qualsiasi forma scritta: che sia una poesia,
un pensiero, un'annotazione oppure (udite!, udite!), un "Contratto",
altro non fa che trasmettere il proprio impegno, il proprio pensiero,
la propria "promessa". Negli ultimi tempi, anche in
politica abbiamo assistito a forme eclatanti di impegni scritti,
a tal punto che i candidati si sono esibiti in forma gaudiamente
"barocca" agli elettori con stipule contrattuali regolarmente
firmate in calce.
Ricordiamo allora l'Arisosto, il quale affermava: «Ma
chi mai fu sì saggio o mai sì santo / Che d'esser
senza macchia di pazzìa / O poco o molto dar si possa vanto?». Oppure il Metastasio, che ancor con più chiarezza proferiva: «
Son le follìe diverse, / Ma folle è
ognuno, e a suo piacer si aggira / L'odio, l'amor, la cupidigia
e l'ira». (da Olimpiade, a. II).
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