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La solitudine
A volte, vediamo persone che si affannano a rincorrere le proprie vite e cercano di buttarci dentro più esperienze possibili, che non si fermano mai, hanno sempre qualcosa da fare, sono sempre in ritardo per qualcos’altro

Lucera, 11.09.2007 - Affrontare un tema come quello della solitudine non è facile, il rischio è quello di dire delle banalità o di trattare con tecnicismo asettico un tema che riguarda l’animo umano.
Dunque, vado incontro a questa trattazione così complessa con lo spirito del tentativo.
La solitudine è uno stato esistenziale che tutti noi sperimentiamo nel nostro personalissimo modo ma anche, paradossalmente, “insieme” agli altri. Può apparire come una volontà di non comunicare, spesso come una roccaforte nella quale comunicare solo con noi stessi o peggio ancora neanche questo. A volte, il senso di inferiorità e la paura sostengono nel tempo la voglia di solitudine che può diventare nella vita più presente di altri bisogni e la sensazione di tristezza che ne può scaturire alimenta il perpetuarsi di uno stato d’animo che dà solo l’illusione di una fuga dalla realtà. In questa modalità la solitudine non è più uno stato che casualmente si sperimenta nella vita ma il cristallizzarsi di un atteggiamento che diventa vero e proprio isolamento.
La solitudine può essere l’espressione di un tentativo di fuga da contesti che ci mettono a disagio e il loro evitamento trasmette inconsciamente la sensazione di stare meglio, come quando a volte si dice “non mi va di uscire”.
La solitudine può anche essere una difesa, cioè un meccanismo che attiviamo per la paura di rimanere delusi da ciò che normalmente può accadere, questo può significare che a volte l’ideale che una persona ha del proprio Io è talmente elevato che il confronto con la normale realtà è necessariamente insoddisfacente e fallimentare.
L’Io di ognuno può continuamente evolversi o cristallizzarsi in un corredo di meccanismi di difesa. Ogni passo in avanti o indietro dell’Io è sempre un tentativo di evitare frustrazioni e dolore che ci fanno percepire più fragili di quanto non vorremmo sentire di essere.
Eppure la solitudine può anche essere l’esatto contrario di questo, ovvero da una consapevolezza di sé talmente franca e serena può venire fuori una solitudine scelta, vissuta come spazio di pensiero, di creatività, di tempo tutto dedicato a sé per fermarsi, scendere dalla ruota degli impegni, del lavoro, della famiglia e dedicarsi a coltivare il proprio giardino interiore che spesso con i tempi e i modi della società moderna dobbiamo lasciare alle ortiche. Tibullo diceva: “Sii una folla per te stesso”.

La solitudine nella nostra società è di tutti, dei ragazzi che vivono soprattutto di telefonini, di tv e di computer, spesso lasciati soli dagli adulti e poco integrati coi loro coetanei; degli anziani che vengono lasciati spesso ai margini e che sono soli due volte: la prima perché sono più deboli e indifesi con l’avanzare dell’età e la seconda perché si ritiene che non servano più alla vita socialmente condivisa.
Non bisogna poi dimenticare i più o meno trentenni in carriera o che spesso sperano di avviare prima o poi una carriera: questi molte volte si proiettano esclusivamente sul lavoro perché sentono che la società della mancanza di certezze e di punti di riferimento li definisce adulti ma vuole che restino bambini nel mondo del precariato; dunque, la solitudine può essere anche concentrarsi su un solo aspetto della propria vita sperando che vada bene almeno quello nel tentativo di sostenere la propria autostima. In effetti, la solitudine ha molto a che fare con l’autostima e quindi con la paura del rifiuto, con lo sperimentare delle delusioni che possono segnare più di altre, con la sensazione di non sapere quanto saremo in grado di reggere di fronte a una situazione che ci può creare disagio.
Alla parola solitudine si avvicina molto anche la parola adolescenza: gli adolescenti che sono di per sé in una fase di enormi e straordinari mutamenti più di altri sperimentano a un tempo l’euforia e la paura dei cambiamenti. Spesso si ritrovano insieme, in gruppo, per uscire, per andare a ballare, per bere, per fumare, ma sembrano anche così soli da non essere molto diversi dai loro compagni più isolati che hanno meno amici e che non escono quasi mai.
A volte, vediamo persone che si affannano a rincorrere le proprie vite e cercano di buttarci dentro più esperienze possibili, che non si fermano mai, hanno sempre qualcosa da fare, sono sempre in ritardo per qualcos’altro; forse hanno solo paura di fermarsi perché probabilmente senza saperlo si sentono già soli in mezzo a tutta la gente che vedono, in tutte le cose che fanno, a tutte le ore del giorno, ma il terrore di saperlo con più certezza li porta a correre sempre per anestetizzare un po’ il dolore.
Dunque, credo che la solitudine abbia una moltitudine di facce che per farle diventare una si possono guardare e scoprire così: come uno spazio dell’anima che a volte allarghiamo, altre restringiamo, l’importante è sapere che c’è e che può essere vissuto come risorsa, come momento di consapevolezza che anche se negativa su se stessi si può imparare a riconoscerla e ad accettarla come una parte di noi che, in quanto tale, non va rifiutata ma sempre accolta perché diventi input di intenti e di cambiamento.

Enza Di Giovine



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