«In politica, come nella vita: campare o vivere?»
A chiederselo è Antonio Tutolo, che denuncia anche la forte carenza di apertura al dialogo da parte della città intera
Lucera, 10.05.2005 - «Nella gestione della cosa pubblica, campo operativo della politica, una cosa è “CAMPARE” e ben altra cosa è “VIVERE”.
“CAMPARE” è tirare avanti alla giornata, scendere a compromessi pur di contare un po’, confondere la mediazione con pasticci voluti per restare a galla.
“VIVERE”, invece, è coltivare la cultura della responsabilità personale più che quella dell’appartenenza, analizzare i problemi per essere consapevoli delle scelte che si fanno, saper discernere per assicurare la compatibilità delle legittime aspettative private con quelle della comunità. “CAMPARE” è preoccuparsi solo delle competizioni elettorali, dalle Comunali alle Europee e, per questo, essere attratti dalle politiche per l’acquisizione del consenso che, di per sé, sono di breve periodo.
”VIVERE”, invece, è non dimenticare mai i bisogni delle diverse generazioni e, per questo, dare priorità alle politiche di sviluppo che, per loro natura, sono di lungo periodo e richiedono l’umiltà di accettare che possano essere altri a raccoglierne i frutti. Gli stessi elettori non possono esimersi dalla scelta tra “CAMPARE” e “VIVERE” al fine di orientare bene le proprie sollecitazioni ed essere disponibili a sacrifici per un avvenire migliore e più sicuro non solo per sé. “VIVERE” per un elettore è pretendere una corretta gestione della cosa pubblica. “CAMPARE” è elemosinare il piccolo favore. “VIVERE” è sollecitare politiche di lungo respiro fatte d’investimenti oculati per favorire lo sviluppo. “CAMPARE” è sottomettersi perdendo anche la dignità. Compito arduo quello dell’elettore, specie nella nostra città! Città che si distingue per una forte crisi economica e occupazionale, causate entrambe da fattori epocali e, soprattutto, da decenni di politica di basso livello. Politica finalizzata più agli interessi personali e di pochi grossi imprenditori. Noncurante dei problemi della città e della loro risoluzione. Manca la voglia di reagire. Manca il coraggio di parlare ad alta voce. Si preferisce stare nascosti e aspettare che la Divina Provvidenza sistemi le cose. È comprensibile un tale atteggiamento da parte dei più deboli, specie di quanti - disoccupati e disperati preferiscono non esporsi -, temendo ritorsioni, diventa invece difficile comprendere lo stesso atteggiamento da parte di chi non è in uno stato di bisogno. Pure chi potrebbe e dovrebbe indignarsi ad alta voce preferisce farlo a bassa voce, lontano da orecchie indiscrete, cullandosi nel proprio benessere, anzi atteggiandosi a gran signori preferendo trescare per ottenere benefici, piccoli ed insignificanti favori o grossi benefici personali. Le associazioni culturali, di culturale hanno ben poco, tranne la cultura della ricerca del contributo e della voglia di partecipare al dissipamento del denaro pubblico. È un assalto collettivo alla diligenza. È il trionfo dell’egoismo, del menefreghismo, dimenticando che in una comunità più è diffuso il benessere, meno problemi si hanno per tutti. È il trionfo collettivo del tirare a “CAMPARE”.
Sarebbe certamente un bene per tutti se ci fosse più partecipazione e attenzione alla vita politica. È molto dura aprire dei dialoghi, ma provarci è un dovere di tutti. Certamente ai politici non farebbe comodo che si parli: per loro è fondamentale il silenzio e la rassegnazione.
Un grazie sincero per i vostri tentativi e gli spazi che ci dedicate».
Antonio Tutolo