L'ultima trincea
La solitudine è il male “dell’ultima trincea”, quando la giovinezza non è più disposta a darle ascolto. È la solitudine che la civiltà propone come crudele, selvaggia alternativa alla patriarcale continuità della saggezza
Lucera, 24.05.2008 - La natura non permette la vecchiaia.
Gli animali vengono eliminati dalla selezione prima di diventare vecchi, tutt’al più arrivano alla vita adulta. Solo gli animali protetti dall’uomo possono approdare ad un’età massima della loro specie!
La vecchiaia, o meglio il processo di senescenza, non è un processo regressivo, semmai una ulteriore fase evolutiva che la morte ingabbia nell’arcobaleno di un beffardo ricambio esistenziale… seducente metamorfosi, un addio all’orologio della giovinezza, un addio a se stesso, che plana silente, come accade talvolta che un microscopico moscerino increspi la superficie di una pozzanghera più che la caduta di un enorme masso! C’è ormai un’ombra matta nei vicoli del cervello, alleata dell’imperdonabile pensionamento, esorcista del tempo che resta profumato più di ozio che di riposo e l’ozio a quell’età è sempre noia e forzata esclusione dal mondo che rimbomba attorno senza coinvolgere. Un misto di quiete e di desolazione, drammatici silenzi, penose incomprensioni.
La solitudine è il male “dell’ultima trincea”, quando la giovinezza non è più disposta a darle ascolto. È la solitudine che la civiltà propone come crudele, selvaggia alternativa alla patriarcale continuità della saggezza; questo deliberato respingere ai margini del mondo chi non ha più la forza o il diritto di continuare a produrre. È l’alienazione definitiva, che viene offerta come premio, spesso accompagnata da un misero assegno di sopravvivenza. Con le mense comuni, con le “pensioni da fame” la società pensa di pagare il debito, quando le capita di ammettere che il debito esiste. Emarginandoli Li dimentichiamo e la nostra coscienza riposa in pace con loro. Essi, al contrario, continuano a condurre con perseveranza quasi non umana l’inutile lotta per la vita, alla quale gli istinti della specie tengono ostinatamente legato ciascuno di noi… e in questa lotta si cibano e si abbeverano, alimentando le forze cadenti, ridando al corpo la dolorosa spinta a continuare. I fili troncati non si ricongiungono più fra i giovani e i vecchi. Il colloquio è apparente e occasionale.
Cesari o pezzenti, un tempo custodi della stessa dinamica del progresso, ora stanno schivi, consapevoli della propria inutilità, ai margini del nostro errabondo proseguire. Li respingiamo per presunzione, per noia, per egoismo, per la fretta infine, che non s’accorda ai loro lenti pensieri. Dolenti, o semplicemente consapevoli, essi ripiegano allora su affetti modesti più fedeli; riversano sull’ingannevole umanità delle bestie torrenti di affetto che gli architetti delle giornate “viventi” non vogliono o non sono capaci di nemmeno di scorgere.
Così campando a metà o per un terzo, scivolano con solitaria e mesta preveggenza verso il traguardo della morte, non più spaventoso, dopo tutto, se raffrontato all’ingratitudine della vita. Quelli che un tempo erano i nostri consolatori, quelli che ci diedero la luce e la ragione, ancora ci precedono e non li vediamo.
Alcuni e solo alcuni di essi, i più solitari, riescono senza accorgesene a crearsi un supporto di personale umanità, ironica, dignitosa, grottesca, disperata o sfrontata in opposizione a quella comune. Figure caratteristiche di ogni luogo, la cui estraneità è da loro stessi volontariamente sottolineata, o esacerbata o commiserata nell’inconscio tentativo di meditare l’inutile dialogo col mondo.
È una forma di opporsi all’integrazione, che a volte sconfina nell’atto o nel puro aspetto demenziale: e in questo caso la fuga è definitiva, la pre-morte è totale. Sono gli zombi della civiltà, corpi che racchiudono un’anima rinsecchita come fragili foglie di un autunno ventoso… che spazza l’ultima trincea della vita!
Geremia Del Grosso