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Lucera
ai tempi dei nostri nonni (avi)
Prima
di cominciare, vi voglio raccontare qualcosa dei tempi passati
della "Città di Santa Maria" - così si
chiamava allora! - per meglio comprendere come sono nati i racconti
di Nannorco e di Mammaminorca.
La nascita
di Lucera non si sa come è avvenuta, tanto che viene avvolta
da racconti e favolette. Ma non è della Sua nascita che
voglio parlarvi, ma di quello che questa Città era al tempo
dei nostri nonni.
Su tre collinette edificata, rotonda come un tegame d'alluminio
per cuocere le patate al forno o un'anguria, sembrava una grande
borgata medievale e la gente che qui veniva se La godeva passeggiando
tra le sue case basse con i cortili, vicoli e vicoletti, piazzette
piene di alberi e fiori (oleandri soprattutto!). La piazza principale
era quella del Duomo, che era il luogo più amato e frequentato
dai Lucerini per passeggiare e fare conoscenze. (Quanti amori
lì sono nati!). Allora in villa, soprattutto di sera, non
si poteva andare perchè era considerata un luogo di perdizione.
(Era considerato il posto per donne di facili costumi e delinquenti!).
Tutt'intorno la campagna! Una campagna opulenta, che ricorda ancora
oggi la vocazione dei nostri avi: agricoltori o contadini che
dir si voglia. Chi poteva, lavorava il pezzetto di terra di sua
proprietà: un orto, una vigna, un uliveto e, magari, cresceva
anche il maialino, con le ghiandedegli alberi della villa, nel
cortile dietro casa. Bisogna pur dire che allora tanta gente viveva
nelle casette con gli asinelli, con i cagnolini e con i gattini
perchè i topolini non mancavano mai! I latifondisti, invece,
seminavano grano, orzo e avena. E non vi dico delle feste che
si facevano in campagna al momento del raccolto! La sera, mentre
l'azzurro del cielo declinava, per l'aria si sentivano i rumori
dei carretti trainati da muli o cavalli sulle basole sconnesse
e consumate dal timpo e le grida dei bimbi che giocavano o si
rincorrevano per le viuzze della Città. Mentre i contadini,
al ritorno dalla campagna, si lavavano nel bacile per togliersi
di dosso e dalla bocca il sapore della terra, che altro non era
che quello della miseria più nera di quanto si possa immaginare,
le madri preparavano il pranzo e, quanto tutto in tavola era pronto,
uscivano sull'uscio di casa e gridavano ai figli: «Pasquale...
Anna... è tutto pronto... venite a mangiare!». La
famiglia, allora, si riuniva intorno al tavolo e non si mangiava
se no erano tutti presenti. Dopo il segno di croce sulla fronte
e qualche parola di ringraziamento al Signore da parte del padre,
ognuno si sedeva al posto assegnato per mangiare quasi sempre
pancotto (fatto con cicorie o verdure miste o rucola o cime di
rape selvatiche o marioli che nascevano e crescevano per volontà
divina lungo i tratturi di campagna o nelle maggese o nei boschi
intorno alla Città!). Si mangiava una volta al giorno (solo
di sera!) in piatti spasi (piatti piccoli li tenevano solo i signori!)
a gruppi - quattro/cinque persone per piatto! - ognuno dalla parte
che aveva dinanzi Durante il giorno ci si doveva accontantare
di una fetta di pane duro bagnato nell'acqua per ammorbidirlo
e, a volte, con qualche pomodoro spremuto sopra. Prima dell'inverno,
la campagna regalava gli ultimi frutti: nespole e sorbe, che ,aturavano
col tempo, buone da mangiarsi nei giorni molto freddi, mele macchiate
di rosso motlo saporite, melagrani, melacotogne, funghi porcini
e, soprattutto, le olive, un miracolo della natura, che potevano
essere mangiate, fare l'olio, accendere lo stoppino del lume in
mancanza di petrolio e fare il sapone per lavare vestiti e persone.
La terra opulenta, il sole e l'aria pulita erano una ricchezza
per Lucera perchè, grazie anche al lavoro e all'arte dei
nostri nonni trasmessi ai figli, dava (e dà!) un vino,
il cacc'è mmitte, che ancora oggi è un anfitrione
(insieme con la rucola e i monumenti suoi senza uguali: anfiteatro,
castello e cattedrale) per eccellenza per i tanti visitatori ke
qui vengono. Ai primi freddi nei cortili o sull'aia delle case
coloniche si ammazzava il maiale. La macellazione, con allegria
fatta con la partecipazione di grandi e piccoli e anche con i
vicini di casa, era come una sorte di salvadanaio rotto perchè
non si buttava niente, neppure le setole che servivano per fare
i pennelli per insaponare la barba e le scopette per pulite i
vestiti. Ciccioli, salsiccia, prosciutto, piedi orecchie e muso
erano ricchezze per l'intero anno per tutta la famiglia. Le case,
allora, erano tutte basse e non avevano nè luce lettrica
(il lume a petrolio illuminava le case!) nè acqua corrente
(un pozzo per ogni quartiere con la galetta serviva per l'approviggionamento
quotidiano!) nè stufe o termosifoni, ma una cucina murata
o il camino per cucinare (a me che scrivo ancora oggi accompagna
i ricordi dell'infanzia!) e il braciere di stagno per riscaldare
case e persone durante l'inverno. Era proprio intorno al braciere
che nelle serate lunghe e fredde dell'inverno la famiglia si riuniva
e i nonni raccontavano fiabe e favolette dei tempi andati dette
loro dai padri, che col trascorrere del tempo, andando da una
generazione all'altra, le sembianze hanno preso dei racconti che
in questo libro sono raccontate (Ce stéve 'na vota....).
Come puoi notare, caro lettore, la fantasia dei nostri nonni,
illetterati a com'erano, ha trasformato fati e cose che capiatavano
loro giornalmente in racconti bellissimi (anche orchi e streghe
hanno inventato!) che non hanno nulla da invidiare ai tanti scrittori
dell'antichità e dei giorni nostri che si sono dedicati
solo ed esclusivamente a questi!
Pasquale
Zolla
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