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“This is a raggamuffin” di Razza Mc
(Produzione: Quattro Fasi). Tracklist: May Day, Generazion senza valor (con Ciu Bo), Jah Jah bless, This is a Raggamuffin (con Enphasy), Warriors, Fight inna Babylon (con Manuel Di Pompeo aka Bloow)

Lucera, 20.05.2017 - Nonostante io sia un metallaro incallito e praticamente sordo a causa dei milioni di decibel subiti in 30 anni di ascolti, non ho potuto esimermi dall’approfondire la conoscenza di Razza Mc (all’anagrafe Mario Frascone), dopo il piacevole “Boh”: sarà perché la Foggia-Napoli sulla CLP, raccontata nel pezzo di apertura, mi è familiare, questo giovane lucerino mi ispira grande simpatia.
Iniziamo col dire che “This is a raggamuffin” è un bel passo avanti rispetto al precedente disco “Boh” (già di ottimo livello), soprattutto sotto il profilo della varietà della proposta.
È un disco eterogeneo, capace di sorprendere per la commistione di generi trattati con grande naturalezza. Ci diverte con ritmi da vacanza in Jamaica o almeno in Salento, e ci fa riflettere senza essere pretenzioso. La produzione è ben curata e professionale, affidata a Giovanni Cianci “Quattrofasi”, che ha curato anche le basi musicali.
Il viaggio inizia con “May Day”, dai ritmi rilassati e atmosfere soft, un piccolo autoritratto in stile un po’ “funky come Jamiroquai”.
Con “Generazione senza valor” la tensione cresce di colpo: i versi sono scanditi e ripetuti in loop, con voci effettate. Una sveglia per chi “gioca a fare l’emozione”: “la vita non è un cartoon e ha uno scopo”. Poche parole, per dire tutto il necessario ad una generazione che sembra apatica, che dovrebbe scuotersi. La collaborazione con tale Ciu Bo porta ad un amalgama tra lingue diverse che parlano un solo linguaggio. Molto bella l’alternanza di voci tra i due artisti.
“Jah Jah bless” assume toni spiccatamente drammatici, con una base elettronica che mi ha ricordato (sono davvero vecchio!), le svisate horror in stile Claudio Simonetti, rigenerato con suoni moderni. È sicuramente il mio pezzo preferito, in alcuni momenti confinante con l’elettronica più cupa. “‘A kiant’ s’addrizz’ da p’ccenenn”, e vai col volume a palla come se stessimo ascoltando i Wumpscut.

(A proposito di Wumpscut: cosa accadrebbe se si fondesse il lucerino con i suoni devastanti dell’elettronica tedesca? Caro Razza, io la butto là…).
Con il quarto brano, che dà il titolo al disco, “This is a raggamuffin”, ci ritroviamo sdraiati sulle spiagge del Salento, birra sulla destra, pro-fumi vegetariani provenienti dalla sinistra. È uno spasso irresistibile, scanzonato, divertente. Peccato che io in spiaggia ero abituato ad andarci con le magliette dei Meshuggah, ma garantisco che è forte la tentazione di ondeggiare alla Bob Marley!
Non mi stupirebbe ascoltare questo pezzo nei lidi, al posto di quella insulsa robaccia che ogni anno sono costretto a sentire mentre cerco di arraffare una peroni fresca nella calura di agosto, tra le ascelle puzzolenti dei truzzi locals. Dove è scritto che la musica estiva debba necessariamente essere stupida? Sole cuore amore… ma va’ là, basta! Noi in estate vogliamo ombra, amicizia e birra ghiacciata, roba seria insomma!
“Warriors” cambia per l’ennesima volta le carte in tavola. Torna il rap in dialetto lucerino, alternato ad un ritornello semplice ed efficace, con base musicale minimalista, costruita sul suono e il ritmo di scudisciate che scandiscono le rime.
In chiusura, un pezzo davvero sorprendente: “Fight inna Babylon”.
Mi sembra di percepire una chitarra reggae, poi una voce roca, all’improvviso una specie di tenore… Che diavolo succede?! Ritornello, strofa, di nuovo quel tenore! Nello sconcerto, compare una voce con velleità salmodianti. Al secondo ascolto, ti ritrovi a cantare “Sint’ cum shh’catt’ stu floooo, sint’ cum shh’catt’ stu flo flo floooo!”. Non ho la più pallida idea di cosa voglia dire, ma è uno spasso e ogni tanto tocca farsi trasportare, no?
Una nota di merito ad Antonio Totaro e Donato Stampone, che hanno dato un contributo concreto alla realizzazione del disco, all’insegna dell’amicizia.

Nicola Ivan Bernardi

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