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Fonte: A. Verra | A. Bacchielli - Dal mito alla storia - Ed. Paravia (1969)
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Afrodite o Venere
Adone, Anchise, Eco, Narciso, Pigmalione, Cupido, Imene

Dea della bellezza e dell'amore, AFRODITE o VENERE nacque dalla evanescente spuma del mare, in un bel mattino pieno di sole e di colori.
Quel giorno l'Olimpo fu in festa. Gli Dei stupirono all'apparire di tanta bellezza, ma Giunone e Minerva, fin dal primo momento, sentirono nel cuore il morso della gelosia: capivano istintivamente che da quel momento la lor supremazia sarebbe stata messa in forse da una ben pericolosa rivale.
Nessuno, infatti, riusciva a resistere al suo potere: tutti, uomini e animali, persino le piante, a primavera, obbedivano al suo dolce richiamo.
Anche lei, però, restava spesso e volentieri vittima dei suoi dolci inganni e del suo capriccioso figlio CUPIDO, il piccolo dio alato che con le sue frecce d'oro colpiva il cuore di tutti, uomini e Dei, facendo nascere in ciascuno, con quell'invisibile ferita, la passione d'amore.
Il primo che ella amò fu ADONE, bellissimo cacciatore, che ebbe il malaugurato destino di essere assalito un giorno da un feroce cinghiale e di rimanerne ferito a morte, versando larghi fiotti di sangue dalle crudeli ferite che avevano lacerato il suo corpo gentile. La dea, impietosita, volle che le sue spoglie, ogni primavera, tornassero a vivere e a fiorire sotto l'aspetto dell'anemone, il fiore dall'intenso colore porporino.
Dopo Adone, Venere fu sposa di ANCHISE, principe troiano. Da questo matrimonio nacque ENEA, l'eroe che avrebbe condotto i superstiti della distruzione di Troia nella nuova sede assegnata dagli Dei, il Lazio, dove i suoi discendenti avrebbero fondato Roma.
Ad Anchise il matrimonio con una dea non portò molta fortuna: avendo osato vantarsi di quelle nozze con una immortale, fu da Giove punito con un fulmine, che gli paralizzò le membra finché visse.

Dopo Anchise fu la volta di Vulcano, l'affumicato e zoppo dio dei fabbri, al quale Venere andò sposa solo per volere dell'onnipotente Giove, che, su richiesta dello stesso Vulcano (anzi, per un suo ricatto), fu indotto a costringere lei, la più bella fra le dee, a sposare il più brutto degli Dei.

Anche Venere, come le altre Dee, era inesorabile nelle sue vendette e puniva inflessibilmente chiunque osasse ribellarsi alle sue leggi.
Sulle rive del fiume Cefiso viveva una bellissima ninfa, ECO, perdutamente innamorata di un giovane di nome NARCISO, il quale, fatuo e superbo, non amava altri che se stesso.
L'infelice giovinetta invano lo supplicò. Più volte respinta, incominciò a vagare per i luoghi più solitari piangendo e implorando, finché si consunse tutta nel dolore: alla fine, delle sue misere membra inaridite non restò che la voce. Da allora, se qualcuno grida tra le gole dei monti, sente rispondere di lontano una voce: è la povera Eco, che si ridesta al richiamo credendo di aver ascoltato Narciso, finalmente pentito e innamorato di lei…
Il giovane pagò cara la sua durezza, e la vendetta di Venere, questa volta almeno, fu abbastanza meritata. Un giorno Narciso, accostatosi ad una fontana, vide nell'acqua una bellissima immagine e se ne innamorò. Era il suo volto, ma Venere aveva fatto sì che non se ne accorgesse, ed egli da allora in poi incominciò a vagare disperato, travolto da un'assurda passione, in cerca di quelle sembianza che gli avevano così dolcemente sorriso dalle limpide acque della fonte. E così, per tutta la vita, non ebbe più pace.
Quando anche lui morì consunto dal dolore, Venere lo trasformò nel bellissimo fiore che ancora oggi porta il suo nome.
Più benigna fu invece verso uno scultore di nome PIGMALIONE. Costui, sdegnoso di ogni altro amore che non fosse quello per l'arte, scontroso e solitario, odiava tutte le donne e viveva sempre solo come un orso.
Un giorno (la stessa Venere lo ispirava) scolpì una statua di donna bellissima, perfetta, tanto bella che se ne innamorò perdutamente, ma di un amore che, ahimè!, non avrebbe mai potuto essere corrisposto!
Venere, astutamente, lasciò che quell'amore divampasse e crescesse sempre più, fin quasi a far uscire di senno il povero Pigmalione; e solo allora, certa che così facendo avrebbe completato anziché sminuito la sua vittoria sullo scontroso artista, trasformò in creatura vivente il bianco marmo della statua, lasciando che Pigmalione la sposasse e con lei, che chiamò GALATEA, vivesse felice il resto dei suoi giorni.

Anche il figlio di Venere, CUPIDO, l'alato dio dell'amore, restò un giorno vittima di se stesso, e si innamorò di PSICHE, giovinetta bellissima e gentile.
Cupido la teneva nascosta nel folto di una selva, dove andava a trovarla solo di notte, senza farsi vedere nel suo vero aspetto neppure da lei, che, anzi, aveva ammonito a non voler sapere chi egli fosse, né di vederlo mai, altrimenti il loro amore sarebbe per sempre svanito.
Psiche, una notte, non resistè alla tentazione e, al lume di una lucerna, sostò a lungo ad ammirarlo mentre dormiva, rapita nell'incanto della sua bellezza. Ahimè, ad un tratto una goccia d'olio cadde dalla lucerna sulla spalla del dio, che, svegliatosi, sparì all'improvviso.
Invano la giovinetta pianse e si disperò; invano pregò Venere che le rendesse lo sposo. Venere anzi, gelosa della bellezza di Psiche che uguagliava la sua, la fece sua schiava e la tormentò con umiliazioni di ogni genere, imponendole incarichi che era impossibile portare a compimento. Ogni volta Psiche si disperava, ma sempre, all'ultimo momento, un essere misterioso l'aiutava, in modo da placare l'incontentabile dea. Alla fine anche lei si impietosì della sventurata fanciulla innamorata e le fece ritrovare Cupido.
Altro figlio di Venere (che era chiamata CIPRIGNA, CITEREA e PAFIA per il culto speciale che aveva in Cipro, a Citerea e a Pafo) era IMENE, dio delle nozze, in onore del quale giovani e giovinette cantavano inni durante le cerimonie solenni dello sposalizio.

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