Un mistero poco “conservato”
La Fortezza di Lucera e i segni dei maestri incisori
Lucera, 23.04.2006 - La convivenza con la Fortezza di Lucera è per i cittadini talmente naturale che ai più sembrerebbe di conoscere abbastanza compiutamente l’antico manufatto che si erge sul colle Albano. Ed altrettanto naturale appare considerare questo monumento, che qui chiamano “il Castello”, il simbolo più rappresentativo della comunità locale.
Certo la funzione del simbolo, del palio, del vessillo, era importante e necessaria, ancor più quando veniva a mancare tanta parte dei fattori aggreganti di una comunità, in periodi di crisi, pestilenze, guerre. Quei periodi di pressione economica e sociale ci sembrano lontani (e forse lo sono), pertanto la funzione del simbolo come collante viene percepita in maniera affievolita, quasi esclusivamente estetica. Eppure è ancora presente, tanto che sfido un qualunque concittadino a non rivoltarsi se venisse minacciata, oggi, l’esistenza e l’integrità del simbolo storico e culturale di questa città: la Fortezza Svevo-Angioina.
Durante una delle mie passeggiate meditative lungo la cinta muraria del “castello”, fungendo da guida ad una comitiva di amici londinesi, ho avuto modo di apprezzare la fattura del restauro compiuto lungo la muraglia che si affaccia sul fossato.
Ora non mi voglio dilungare sui molteplici aspetti da me poco o per nulla condivisi di tale intervento conservativo, quanto piuttosto focalizzare l’attenzione su qualcosa di ben specifico, che – suppongo – non molti fieri concittadini conoscono: i simboli dei “magistri incisores” sulle pietre delle torri.
Con la sintesi che necessita l’argomento cercherò di fornire solo qualche elemento per permettere ai lettori di percepire almeno una parte dell’orrore di cui son stato preda.
Allora, un piccolo passo indietro di 730 anni!
La cinta muraria venne edificata sotto il dominio angioino e, precisamente, tra il 1271 e il 1280, in un secondo momento rispetto al Palatium federiciano (che non possiamo apprezzare perché venne fatto esplodere nel XVII-XVIII secolo per recuperare materiale edile).
Per priorità difensive sotto la guida di Pietro d’Angicourt (architetto dell’intera Fortezza e anche di alcuni celebri chiese locali) venne edificata per prima la parte che si affacciava verso Lucera, dove vi era (e vi è) l’entrata principale, il ponte levatoio e il fossato (questi ultimi entrambi di fattura posteriore).
Un “recinto di muraglia, di pietre cotte, cordonata poi con pietre vive” per dirla con le parole di Carlo Corrado, dotto canonico lucerino che ne scrisse nel 1699, questa muraglia rappresenta uno degli esempi più fulgidi di architettura militare tanto da entrare negli annali della storia dell’architettura medievale e non solo a livello nazionale: due torri circolari, una cortina intermedia, sette torri pentagonali, una doppia porta principale, per un’estensione di oltre 200 metri di difesa inespugnabile.
Ad una fabbrica siffatta lavorarono centinaia di persone, dagli architetti agli ingegneri, dagli arredatori ai muratori, dai “magistri” (gli artigiani) ai “manipoli” (gli aiutanti, i garzoni). Tra i mastri artigiani c’era una categoria specializzata nell’arte del taglio della pietra: i “magistri incisores”, scalpellini e tagliapietre, appunto.
Come racconta l’architetto Nunzio Tomaiuoli nel suo libro “La Fortezza di Lucera” (1990), molto spesso questi artigiani lavoravano “ad extalium”, a cottimo, e per questo “dovevano scegliersi un segno distintivo da incidere su una qualsiasi faccia del blocco di pietra [da loro] sagomata per dar modo al capocantiere di verificare il suo lavoro alla fine della settimana e di contare il numero delle pietre squadrate per poterlo adeguatamente pagare” (op. cit., pag. 80).
Ecco, allora, che sulle pietre dure delle torri di difesa l’osservatore più attento vedrà affiorare segni misteriosi (ma non troppo a questo punto), raffiguranti croci greche, mezzelune, pugnali, chiavistelli, spirali, figure geometriche, arnesi di lavoro, segni floreali, sciabole.
Centinaia di secolari simboli su tutti i lati della muraglia e sulla Torre del Leone… tranne che sul lato che volge al fossato.
Non è la sede adatta per divagare scientificamente di archeologia ed epigrafia, né avremmo le competenze idonee per affrontare temi di tale spessore, ma il buon senso ci suggerisce che, se la fabbrica della Fortezza Svevo-Angioina è stata compiuta all’interno di un unitario disegno edile, in un medesimo contesto e con le stesse tecniche di costruzione, risulta alquanto strano che il versante difeso dal fossato sia l’unico completamente privo dei segni dei “magistri incisores”.
Possibile che quel versante non ne sia mai stato fregiato? Dove sono finiti quei segni?
Quali linee ha seguito il restauro della muraglia sul fossato? Quanto è stato “conservativo”?
A pensare male si fa peccato, ma spesso ci s’azzecca.
Sergio Proculo
info@ilfrizzo.it
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