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“Stradefacendo. Itinerari ebraici” - Giornata europea della cultura ebraica
Presenze ebraiche a Lucera tra attività commerciale ed arte scrittoria. In città anche un cimitero per la sepoltura dei giudei

Lucera, 02.09.2006 - Con l’avvento di Federico II di Svevia le comunità ebraiche del Regno di Sicilia, oltre a proliferarsi, si contraddistinsero anche per un grande fervore sociale e culturale, grazie alla speciale protezione che il re concesse loro nel 1231. Federico  stabilì, ad esempio, che solo gli ebrei potevano prestare denaro con un tasso di interesse non superiore al 10%. Emanò, però, anche l’ordine secondo cui gli ebrei dovevano farsi riconoscere: gli uomini per il modo di portare la barba, mentre le donne dovevano portare una benda in testa di colore azzurro. Sono noti, poi, i contatti che l’Imperatore ebbe con studiosi ebraici, con i quali discuteva su questioni filosofiche e scientifiche. Alla sua corte erano presenti 3 grandi studiosi ebraici di origine spagnola: Rabbi Giacobbe, Mosè Ibn Tibson e Giuda ben Salomone ha-Cohen. A Trani, dove Federico concentrò il più alto numero di ebrei concedendo loro il monopolio della seta (a lui è attribuito il detto «Fugite Tranenses qui sunt de sanguine judaico»), viveva il più fecondo autore rabbinico dell’Italia di tutti i tempi: Rabbi Iaia di Meli.
Anche a Lucera, durante il periodo svevo-angioino, insieme ai saraceni operò una comunità ebraica che, mischiata con quest’ultimi, ne assimilò la cultura. Non solo i saraceni, ma anche gli ebrei erano addetti a particolari compiti: è il caso di Salomone (nome tipicamente ebraico) addetto alla custodia di leopardi e leoni. La gezia (jiziah), tributo di origine araba, venne applicata indistintamente a musulmani ed ebrei. La città, con una popolazione pari a quella di Trani e Bitonto, era un pullulare di attività commerciali: vi si svolgeva, oltre a mercati giornalieri e settimanali, una grande fiera generale dove tutti i mercanti del regno erano obbligati a vendere i loro prodotti ed erano attivi anche atelier per il  confezionamento degli abiti e del ricamo (l’arte di annodare tappeti e quella, in particolare, di costruire tende, erano delle autentiche peculiarità lucerine). Del resto come non pensare che tra le molteplici attività che si svolgevano a Lucera – come ad esempio quelle della seta, dei cambiavalute e della tessitura – non vi sia stata presenza ebraica visto che tali attività, in molti dei casi, erano quasi esclusivo appannaggio loro? (Sembra che per attività relative a questi settori Federico abbia fatto venire da Trani a Lucera delle apposite maestranze ebraiche). Una conferma di ciò è data dall’Egidi, il quale ebbe modo di visionare molti documenti angioini prima della loro distruzione: «Ho incontrato numerosissimi documenti riguardanti i neofiti o nuovi cristiani, come si chiamavano i convertiti dal giudaismo».
Con gli angioini, mentre da una parte fu intrapresa una politica di forte intransigenza nei confronti degli ebrei appoggiando il clero nel suo rinnovato impegno per le conversioni, più o meno forzate, dei giudei alla religione cattolica, dall’altra Carlo I d’Angiò si mostrò non molto interessato alla cristianizzazione di ebrei e musulmani a causa degli introiti che riceveva dalle speciali tasse che quest’ultimi erano obbligati a pagare per la loro condizione. Carlo lo Zoppo, invece, nel bandire gli ebrei dai suoi domini e dalle sue terre, nel 1292, appoggiò e sovvenzionò numerosi inquisitori come fra Giovanni da S. Martino e fra Guglielmo de Tacco, che accusarono gli ebrei di Lucera di favoreggiamento agli eretici. (Lettera regia del 16 dicembre diretta al Capitano di Lucera).
«Desiderando l’aumento della fede cristiana e dei suoi cultori, e volendo distrutta ogni erronea e malvagia setta… se si convertano e si lavino al fonte del santo battesimo…»; lo stesso Carlo, poi, concedeva, con un mandato dell’11 gennaio 1299, alla comunità lucerina (secondo Egidi era diretto agli ebrei) immunità e privilegio ordinando di non riscuotere la sovvenzione generale dai convertiti, ma di esigerla dai loro figli, se quelli erano morti. Un discorso a parte relativo alla sua venuta ed al ruolo svolto a Lucera merita, poi, Raimondo Tull, il filofoso alla corte aragonese che decise di farsi missionario e di convertire musulmani ed ebrei. Giunto a Napoli, nel 1293, Raimondo chiese ed ottenne il 1° febbraio 1294, da Carlo Martello, Re D’Ungheria, vicario del padre, di recarsi a Lucera. Nell’accordare tale richiesta, Carlo Martello si raccomandò al Capitano di Lucera di aiutare Raimondo nella sua missione, ma, nello stesso tempo, di tenerlo d’occhio perché temeva che egli, con la scusa di convertire, tramasse contro gli interessi della casa angioina. Raimondo Tull soggiornò circa tre mesi a Lucera, ma delle sue prediche non sappiamo nulla. Certo è che, nella sua relazione, egli mise in guardia il re sulle apostasie dei cattolici lucerini. Ciò provocò, il 12 maggio 1294, l’intervento di Carlo II che, con lettera regia, imponeva agli apostati il ritorno nel grembo della chiesa cattolica, «se non vogliono sentire il peso della giustizia, per mano dell’inquisitore apostolico contro gli eretici». Con Roberto d’Angiò sul trono si verificò un mutamento di situazione, i cui indizi si mostrarono quando il sovrano autorizzò alcuni ebrei tranensi a portare armi per difendersi dai ladri.
Con Alfonso il Magnanimo e Ferrante d’Aragona si vive una situazione favorevole all’inserimento degli Ebrei nel Regno meridionale. A Lucera, sotto gli Aragonesi, la presenza ebraica crebbe notevolmente; in città, infatti, affluirono genti provenienti da ogni parte d’Italia – Monza, Camerino, Lanciano, Faenza, Correggio, Viterbo –, che diedero notevole influsso all’attività economico-commerciale.
In città, talaltro, giunse anche un documento di notevole importanza per la cultura ebraica: un codice della fine del XIII e inizio XIV sec., contenente la Bibbia ebraica con scrittura sefardita, cioè di tipo spagnolo (vedi nota 1 a fondo pagina). Portato in Italia, questo codice manoscritto giunse a Lucera, dove il 16 di Sivan (giugno) del 1458 fu ceduto da Rafael Zaghi di Faenza a Morderai di Viterbo, abitante a «Lucera deli Saraceni».
Dopo l’epopea svevo-angioina, che vide l’introduzione dell’arte di leggere e scrivere la lingua araba (vedi nota 2 a fondo pagina), a Lucera, verso la fine del ‘400, fu anche esercitata l’attività scrittoria ebraica. Infatti, nel 1472, Iudah b. Salomon da Camerino copiò per il medico Rafael Cohen di Lunel, abitante a Manfredonia, il «Sefer Yosippon», un’opera storica dell’alto medioevo composta nell’Italia meridionale. Circa l’ubicazione o meno di una «giudecca lucerna» non si riscontrano notizie in merito. Sappiamo, per esempio, che  Leone da Correggio ricorse alla “Camera della Sommaria” perché alcuni cittadini volevano sfrattarlo dalla casa presa in affitto «da lo priore de Barlecta». Dopo diverse trattative, il Leone convenne con i “Sei del Consiglio” di lasciare la casa entro la «fiera di Tutti i Santi» e nel frattempo di permettere a «Paulo Sersale locumtenente del Commissario dela provincia de Capitanata» di depositarvi paglia, vino e legna. Da questa descrizione sembra che la casa presa in affitto da Leone si trovasse nei pressi della fiera (vedi nota 3 a fondo pagina). In effetti la cosa è probabile visto che in quella zona vi erano diverse case, botteghe e magazzini di proprietà di enti religiosi, i quali le concedevano in affitto a privati cittadini o a mercanti. E Leone potrebbe benissimo configurarsi come uno di questi.
In un atto di compravendita del 1603, sappiamo anche che Caterina de Antonio, giudeo di Collioniso, vende una casa a Lucera di sua proprietà a Domenico Romano sita in mercato della città, nella piazza episcopale, vicino alla casa di Donato De Infantis, di Andrea Quarata ed accanto al cortile di Carlo Gagliardi e alla strada pubblica. (A titolo di curiosità, è da osservare che in via San Francesco vi è un fabbricato che ancora oggi viene dialetticamente indicato ‘u pertòne ‘u rite”. Questo  toponimo è, forse, da intendere che in questo posto si svolgeva il rito ebraico?).
Dal «catasto onciaro» e dagli atti notarili della città si ricava anche che a Lucera vi era un cimitero per la sepoltura degli ebrei. Tra le prebande della venerabile Cappella di Santa Maria Patrona, il canonico D. Francesco De Iorio possedeva 20 passi di terreno nel luogo detto «la sepoltura degli Ebrei», confinante con quella di D. Francisco Scassa. Sempre tra le prebande, il canonico D. Saverio di Rosa possedeva un terreno di 40 passi fuori la porta di San Severo, e proprio vicino «la sepoltura detta degli Ebrei». Un legato, poi, di D. Gaetano Nicastro del Convento di San Francesco comprendeva 3 versure di terreno nel luogo detto «La Grotta degli Ebrei», confinante con quella della prebande del Canonico Di Rosa.
Da queste descrizioni si ricava che il luogo per la sepoltura degli Ebrei  era ubicato fuori le mura della città ed esattamente nello spazio comprendente Via Viglione e Via Colucci.
Con la morte di Ferrante d’Aragona (1540) si ebbe tra le comunità ebraiche del  Regno un enorme peggioramento delle loro condizioni di vita ed infatti, l’anno dopo, con l’editto del 1541, avvenne la definitiva espulsione degli Ebrei da tutto il meridione d’Italia. Nonostante ciò Lucera continuò ad essere frequentata da presenze ebraiche. In particolare, durante le fiere continuarono a giungere in città diversi «mercanti ebrei anconetani». Nel Marzo del 1522, per esempio, in «nundine Lucerie» sono presenti i magistri Aron Levi e Rafael Cohen. Aron dichiara di essere partito da Ancona con una barca per venire alla fiera di “Ogni Santi” di Lucera. Nella barca, tra le altre cose, portava una cassetta con del mangiare e degli effetti personali. Giunti nel porto del Fortore, Aron smarrisce la cassetta che dichiara di riceverla dopo due mesi ad Ancona per mano di Giovanni Antonio Damilano. Ancora nel 1522 Nicola Antonio Carletta di Lucera, «giudice ai contratti», dirime una controversia circa una quietanza di pagamento tra Ludovico Masa e Angelo Picciotta, Ebreo abitante ad Ancona. «Il 13 sett.1560 in nundinus Lanciani, Josia Parrella e Terraciano de Giliberta di Solofra dichiarano di dover dare a Vito Durante ebreo abitante in Ancona, 141 ducati  “ex venditione tot tergorum habitorum” che promettono di pagare alla prossima fiera di Lucera di Tutti i Santi».
Analogo impegno assumono Bartolomeo Ronca e Florio (suo figlio), Giulio Cerona (o Corona) e Mario (suo figlio), i quali dichiarano di dover dare sempre a Vito Durante, ebreo domiciliato in Ancona, 68 ducati “in paulis ex venditione tot corduanorum et coyrorum bufalorum per eos habitorum” che promettono di pagare alla fiera di Lucera di Tutti i Santi.
Con atto notarile del 1576 Simonetti de Angelo, ebreo di Ancona, in occasione della fiera quadragesimale di Lucera, è parte di una controversia relativa a pagamenti per debiti per un  totale di ducati mille e cento. Sempre mediante atto notarile, Simone Grebeto, ebreo di Ancona, acquista nella fiera quadragesimale di Lucera alcuni muletti «pili morelli».
Nel 1602 «Merise Immano hebreu anconetano nella fiera de ogni Santi prossima passata de questa città di Lucera vendette e consegnò a Colantonio de Desiato de Martina le seguenti quantità de robbe e merci per li seguenti prezzi: 14 mazzi de pelle con corduane, cioè 12 mazzi rossi e 2 neri e una manta pelosa per ducati 121 ricevuti in contanti dal detto de Desiato».
Nel 1605, ancora, in occasione della fiera di Tutti i Santi, «Angelo Duvati, Sancto Choen e Elia Esani, mercadanti ebrei della città di Ancona, mercanti di corduane e montoni, trasportano la detta merce dal porto del Fortore in lo fundico di Santo Domenico di Lucera». Presenze di mercanti ebrei provenienti da Ancona, sotto attestati ancora a Lucera nel 1634: controversie pecuniare vedono coinvolti «David Dezaccarrini o Zagarini e Frabrizio Salamone mercatori ebrei anconetani», il tutto calano more ebreu alla presenza di Antonio Cagnano, giudice ai contratti.
Leggi razziali sempre più coercitive e lo smantellamento della fiera dal luogo (nel 1660 era già un lontano ricordo) che per secoli aveva rappresentato un continuum temporale e territoriale di quella istituita da Federico II nel 1234, pongono fine, a Lucera, all’ultimo grande bagliore economico, sociale e culturale che aveva fatto della città, grazie  ai rapporti commerciali, uno dei principali centri fieristici nazionali.

Eduardo Gemminni

(Nota 1) Il codice è oggi conservato nella Biblioteca Estense di Modena.
(Nota 2) Ricordiamo che Federico II – il luogo in cui avvenne ciò non è detto, ma potrebbe essere proprio Lucera –, diede ordine al «servus camerae» Abolla di imparare a leggere ed esercitare la scrittura saracena presso il maestro Johachim.
(Nota 3) La Fiera di Lucera si svolgeva nella zona che va dalla Chiesa di San Domenico fino alla Chiesa di San Francesco e limitrofe.

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