Re Manfredi: una “busta” dell'Associazione culturale “Lugarah” per il 740° anniversario della morte
Lucera ricorda Manfredi, l’Imperatore biondo e bello, amante delle scienze e dei dotti
Lucera, 06.09.2006 - «Dite al Sultano di Lucera che io con lui non voglio che battaglia, e che o io manderò lui nell’inferno o egli me nel Paradiso».
Così Carlo I d’Angiò apostrofava Manfredi invitandolo allo scontro decisivo nella battaglia di Benevento del 1266. Figlio prediletto di Federico II di Svevia, continuatore della politica fredericiana, Manfredi permea a corte l’amore per le lettere e per le arti, ereditate dal padre; «…era l’erede delle virtù e dei doni del padre e il suo autentico successore», annota Jamsilla.
Il rapporto di Manfredi con Lucera dovette estrinsecarsi fin dalla giovane età a causa dei soggiorni del padre, cui era solito seguire (diciottenne a Fiorentino, vicinissimo a Lucera, era presente al capezzale del padre morente). Nella città e nei saraceni ebbe lo slancio alla lotta per la riconquista del regno. (Le presenze di Manfredi a Lucera sono attestate negli anni 1251, 1254, 1255, 1259, 1261, 1264, 1265). Memorabile resta, a tal proposito, il racconto di Jamsilla della sua entrata trionfale a Lucera nel 1254. Riconosciuto dai saraceni a guardia della «porta civitatis» (la porta era situata nei pressi della rotonda che si incontra entrando in città da Foggia, cosìddetta “zona Porte Vecchie”) dopo l’avventuroso viaggio da Venosa, con sosta notturna nella domus di Sant’Agapito, Manfredi viene portato in trionfo, sulle braccia, fino al centro della città «usque ad medium civitatis» e condotto, poi, tra ali di folla al Palatium imperiale. Qui entra in possesso del tesoro regio di Federico II, del tesoro di Re Corrado e dei beni personali del Marchese Oddo e di Giovanni Moro. Da una finestra situata a sud-ovest del Palatium, dove la gente raccolta nella piazza davanti al palazzo poteva ben vederlo (dalla descrizione sembra evincersi che il Palatium da dove si affacciò Manfredi è il “palazzo-torre” fatto costruire da Federico intorno al 1235-40, i cui resti architettonici sono visibili nei disegni di J. L. Desprez e nell’incisione dal “Saint-Non” di fine settecento) tiene un discorso commovente a tutto il popolo lucerino. Manfredi racconta le ragioni per cui si era allontanato dal Sommo Pontefice e come era suo dovere difendere, con forza, i diritti suoi e di suo nipote Re Corradino, nonché la libertà e il bene del regno e di tutte le sue città. La folla, dopo averlo osannato in un tripudio generale, gli giura fedeltà e obbedienza promettendogli aiuto e sostegno (Manfredi verrà incoronato imperatore a Palermo il 10 agosto del 1258). Col danaro ed altri beni preziosi rinvenuti nelle “camere” (oltre al danaro, si rinvenne molto oro e argento, vesti lavorate, pietre preziose e moltissime armi) Manfredi riorganizza, di fatto, a Lucera, l’esercito svevo (vedi nota 1 a fondo pagina).
I primi, a parte i saraceni, a mettersi al suo servizio furono 300 Cavalieri Teutonici, che abitavano fuori Lucera in case regie concesse da Giovanni Moro. Molti altri Teutonici, che erano stati dispersi, alla morte di Federico, in altre parti del regno ed in particolare in Puglia, sentito l’arrivo di Manfredi a Lucera si precipitarono da lui per aggregarsi al suo esercito. Altri ancora abbandonarono l’esercito Legato e quello del Marchese Bertoldo per andare da lui, il quale concesse cavalli e armi a chi ne era sprovvisto (molti di questi cavalieri saranno protagonisti nelle Battaglie di Montaperti, Benevento e Tagliacozzo). Riorganizzato l’esercito, Manfredi diede ordine di spedire a Lucera, dalle vicine terre e da Foggia, dove era il Marchese Bertoldo, tutte le vettovaglie necessarie per i soldati. Discorrendo ancora del rapporto di Manfredi e della sua presenza a Lucera, è da notare che non mancano documenti “Datati Lucerie” da lui emanati e diretti alle città del regno. Nel maggio del 1259 Re Manfredi, riconoscendo la città di Salerno ”utpote speculum provincie”, le concede di tenere, nel mese di settembre, negli otto giorni che precedono la fiera di San Matteo, una fiera generale con esenzione da qualsiasi imposta sia regia che municipale. Un analogo provvedimento è diretto, nel novembre del 1264, alla Città di Fermo: «Manfredi Re di Sicilia concede ai suoi uomini e ai mercanti di entrare nel suo regno con le loro mercanzie e di esercitarvi il commercio e di ritornare per mare e per terra alla loro città senza alcun onere dovuto e gabella». Proprio «…in regno Apulieapud noceram (Lucera) inpalatio» inizia per Manfredi la fase di riaffermazione della potenza paterna.
L’imperatore, nei mesi di maggio e luglio del 1259, stipula un patto di alleanza con i ghibellini di Siena promettendo loro sicurezza, protezione e difesa contro ogni aggressore in cambio del giuramento di fedeltà (anche Montepulciano per «…bocca a uno auno, da’ quattordici anni insino a’ setanta aveva fata la fedeltà a messere lo re, lo reManfredi…»). Manfredi, col forte appoggio dei senesi capeggiati da Farinata degli Uberti, riguadagna la Toscana nella storica battaglia di Montaperti (4 settembre 1260): per i ghibellini italiani è l’inizio di un acceso entusiasmo!
Ed infine, come non ricordare dell’incontro avvenuto a Lucera tra Manfredi ed il filosofo, storico, poeta e matematico Jamal ad-din, qadi di Hamat, inviato del sultano-mamelucco d’Egitto Baibars? (Il 1 settembre del 1261, come risulta da un mandato, Manfredi è a Lucera). Dice Jamal ad-din nella traduzione di M.Amari: «…L’imperatore che io conobbi era tra tutti i reFranchi il migliore amico dei Musulmani ed amava i dotti. Quand’io arrivai presso il detto imperatore Manfredi, egli mi fece onore, ed io soggiornai insieme con lui in una città della Terraferma d’Italia, che sicongiunge alla Spagna; la quale città appartiene alla provincia di Puglia. Conversai più volte con Manfredie lo trovai uomo di molto discernimento, amante delle scienze speculative: e teneva a mente dieciproposizioni del libro di Euclide. Presso il paese nel quale io soggiornava è una città chiamataLugarah/Lujarah (Lucera), gli abitatori della quale son tutti Musulmani di Sicilia; e quivi si fa pubblicapreghiera del venerdì, e si compiono pubblicamente l’izin (appello del muezzin) e la preghieragiornaliera». Proseguendo il racconto, Jamal menziona anche dell’esistenza a Lucera di un “Istituto Scientifico” di eccezionale importanza, dar al-‘ilm (Casa della conoscenza): un centro per lo studio, fatto costruire fa Federico II, in cui vi fossero insegnati tutti i rami delle scienze speculative; per cui «…tuttofa pensare – come evidenzia il Rizzitano –, e rende verosimile che il travaso arabo-latino della scienza greca, tanto felicemente iniziatosi nella Spagna e continuato in Sicilia, abbia avuto ulteriori sviluppi proprio inquell’Istituto Scientifico di Lucera…».
L’associazione culturale “Lugarah” vuole ricordare l’imperatore «…biondo era e bello e di gentile aspetto…», amante delle scienze e dei dotti, nel 740° anniversario della morte con una “busta”. In essa è rappresentato, oltre allo stemma adottato da Manfredi, l’aquila nera su fondo bianco entro lo scudo, il sigillo per bolla imperiale con legenda il cui conio, illustrato dal D’Amelj (vedi nota 2 a fondo pagina) in “Storia della Città di Lucera”, (1861), fu rinvento nella fortezza di Lucera.
A fare da sfondo all’intera busta è il Palatium – cosi come è visibile nell’incisione dal “Saint-Non” del 1786 – quasi a voler immaginare la figura di Manfredi nel racconto dello Jamsilla. La distribuzione della busta avverrà all’interno della fortezza nei giorni 9 e 10 settembre durante il consueto orario di visita della fortezza. Successivamente, la stessa, sarà reperibile presso la Banca Popolare di Milano. Alcune copie, inoltre, verranno consegnate all’Archivio di Stato di Fermo.
Eduardo Gemminni
(Nota 1) Nel 1927 su “Il Foglietto” comparve la notizia secondo cui a Lucera, al “Pian dei Puledri”, durante i lavori di scavo per la costruzione di un edificio, fu rinvenuto un cofanetto che doveva contenere un migliaio circa di monete in “oro giallo zecchino” che si riteneva appartenessero a Re Manfredi, di cui 70 furono sequestrate agli operai.
(Nota 2) D’Ameli, erroneamente, parla di un conio per battere moneta. È da notare, al riguardo, che nessuna moneta coniata in epoca sveva ritrae l’immagine di un imperatore in trono con i simboli del potere, cosa che, invece, è sempre presente nei sigilli. Tra l'altro è da osservare che un simile sigillo, con analoga legenda a quella riprodotta, è conservato presso l’Archivio della Badia di Montecassino ed è relativo ad un privilegio di Manfredi emanato da Sulmona.
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