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La Luceria Saracenorum ed i luoghi della memoria: il “Castrum Sancti Iacobi”
Andrebbero condotte delle indagini archeologiche nella località “il Seggio” il sito dove Carlo I d’Angiò, nel 1269, dispose l’accampamento del suo esercito per l’assedio ai saraceni

Lucera, 16.04.2007 - Il territorio di San Giacomo – il cui possesso, in epoca medievale, era del monastero di Cava – è stato per anni oggetto di studio; i suoi confini, come risulta da un documento del 1284, occupavano un’ampia zona situata a sud-est di Lucera e, come vedremo, in una parte di questo territorio Carlo I d’Angiò, nel 1269, decise di disporre il suo accampamento per dare l’assalto ai saraceni asserragliati dentro le mura della città. Innanzitutto bisogna premettere che il luogo del  castrum non è lo stesso di quello in cui sorgeva la chiesa o monastero con il casale, e la distinzione è d’obbligo dal momento che si ritiene che entrambi sorgessero su uno stesso sito. Un conto è quindi il luogo del castrum (confine nord del territorio di San Giacomo)  ed un altro  quello del casale (località Lama Cupa) (Leggi nota 1 a fondo pagina). Prima di parlare del castrum occupiamoci, brevemente, della localizzazione del casale con la chiesa o monastero (Leggi nota 2 a fondo pagina). I documenti riferiti a quest’ultimo sono tanti. Prenderemo in esame solo quelli che ci consentono meglio di focalizzare la zona e, di conseguenza, la localizzazione.
Nel 1038 conosciamo una donazione di una petia di terra vicino al monastero, in località Lama Cupa, nelle vicinanze di una “carrara antica” e di una torre.
Nel 1110 Enrico e Guimondo vendono terre in loco dicitur Monticclo “sub casale Santi Iacobi”. Gli stessi donano, nello stesso anno, terre “sub casale Sancti Iacobi” al medesimo monastero… sitam est in pertinentis nostre civitate Lucerie ubi Lama dicitur Cupa. Sempre nello stesso anno Dilectus Mundi dona terram vacuam que est in loco dicitur Monticclo… monastero beatissimi Iacobi apostoli quod situm in pertinentiis prenominate civitatis… Lucerie ubi lama cupa nuncupatur.
Nel 1115 Guglielmo, signore di Lucera, offre al priore Dauferio una terra nel luogo detto Mezzana sita in questi confini: dalla via di Troia che viene dal “canale di San Giacomo lungo Monticclo” (Coppa Castagna) sono 764 passi…; dal fiume sino al “vado vecchio di Ripatetta”, (il “vadum antiquum qui pergit ad Baccariciam” situato vicino all’attuale masseria Selvaggi) compresi gli angoli e tortuosità sono 3688 passi; dal predetto “vado vecchio” fino alla “terra di San Giacomo” (quest’ultimo inteso come il casale vero e proprio) sono 1722 passi (3,2-3,5 Km. circa) (Leggi nota 3 a fondo pagina).
Riassumendo questi dati si evince che il casale San Giacomo era situato in una zona più alta rispetto alle terre donate (sub casale); dallo stesso casale partiva un canale che scorreva lungo Monticclo (Coppa Castagna); il toponimo “Vado Cupo” è sicuramente la continuazione di quello di “Lama” (Cupa), che nel lessico dialettale pugliese, quest’ultimo, designa la depressione di un terreno.
Questi dati – ed in particolare la distanza dal “vado vecchio di Ripatetta” alla “terra di San Giacomo” – ci portano a focalizzare l’attenzione su una determinata zona posta a sud-est di Lucera, ed esattamente nella depressione del terreno (lama) situato tra Villa Curato e masseria Uzzi, nelle immediate vicinanze del tratto ferroviario Lucera-Foggia.
La carta topografica 1:25,000 dell’IGM, proprio in questa zona (clic per la mappa), segnala la presenza di ruderi contrassegnati da “C. della Madonna” (Casa della Madonna). Questi ruderi, nel frattempo rimossi ed accumulati più giù, potrebbero appartenere proprio alla chiesa o monastero del casale di San Giacomo.
Un dubbio, però, rimane su tali ruderi: essi potrebbero appartenere pure alla chiesa di Santa Maria fatta costruire all’interno del territorio di San Giacomo, nel 1182, da Papa Lucio III su un fondo donato alla Sede Apostolica (Leggi nota 4 a fondo pagina) Ma, come vedremo nella parte finale questa chiesa, forse fu fatta costruire proprio dove, nel 1269, sorse il castrum. Comunque, aldilà dell’appartenenza di questi ruderi, una cosa è certa: il casale di San Giacomo era situato proprio nella zona sopra descritta.
Nell’Aprile del 1269 Carlo I d’Angiò, dopo l’infelice assedio di Lucera nell’anno precedente, decise di dare l’assalto ai saraceni arroccati dentro le mura della città. A tale scopo stabilì nei pressi di Lucera un accampamento per il suo esercito: “Castrum Sancti Iacobi tunc ante Luceriam in predicta obsidione pro abilitate nostri exrcitus”. Gli Annales Januenses lo dicono ben munito di fortificazioni “castrum valde munitum et circundatum valli set mac atque fortenciis”. Dalla descrizione si evince che il Castrum era situato nel territorio di San Giacomo, tanto da prenderne il nome (Leggi nota 5 a fondo pagina). A dirigere i lavori è chiamato Johans von Toul che decise di costruire macchine “pro faciendis manganellis et biffis” per la qual cosa vengono occupati 25 carpentieri al giorno. Dal 26 aprile è il re in persona, nel fortilizio, deciso a guidare l’attacco alla città il cui esito dipenderà non tanto dalle armi quanto piuttosto dalla mancanza di alimenti da parte dei saraceni (Leggi nota 6 a fondo pagina). Dai registri della cancelleria angioina risultano diversi mandati di Carlo I dalla fortezza di San Giacomo, mandati che, quasi sempre, riportano le seguenti indicazioni: “Datum in castris” o “in obsidione Lucerie”. Sfogliando i registri sappiamo, per esempio, che il 13 maggio del 1269 Carlo ordina di assumere a spese della Curia, da mettere a disposizione dell’esercito, “100 buoni falciatori per mietere il frumento di Lucera”. Sempre lo stesso giorno ordina al giustiziere della Terra di Bari di fornire soldi e quant’altro necessario agli ambasciatori del Sultano di Babilonia. Il 15 maggio ordina ancora al giustiziere della Terra di Bari di fornire legna necessaria per costruire le porte del Castri Sancti Iacobi. Il 26 maggio il re ordina al giustiziere della Terra di Bari di fornire tutto il necessario a Guglielmo de Faronvicia il quale deve riaccompagnare gli ambasciatori del sultano di Babilonia.
Il 29 giugno “in castris in obsidione Lucerie” re Carlo firmò la procura a Giovanni di Mafleto e Ansaldo Lavandaio di concludere un trattato di alleanza con il comune di Genova. La ratifica di questo trattato avvenne, da parte del re, il 4 gennaio 1270 in Napoli.
Il 27 luglio il re chiede di conoscere quali terre rimasero a lui fedele in occasione della venuta di Corradino in Italia. (Per la Capitanata furono: Sant’Eustachio, San Leucio, Montenero, Casalfelice, Cagnano, San Vito, Campomarino, Pesquizio, Torremaggiore, San Nicandro, Bovino, Casalnuovo, Larino, Bisaccia, San Chirico, Rodi, Termoli e Rignano). Il 25 agosto, dall’assedio di Lucera, il re scrive al Doge di Venezia, Lorenzo Tiepolo, per tornare a raccomandare perché si restituiscano certe merci del mercante Bessone de Aquis suo suddito o del loro equivalente in 80 libbre turovesi a lui rubate dalla propria nave da pirati sudditi della Repubblica. Il 27 agosto del 1269 (leggi nota 7 a fondo pagina), dopo mesi di mirabile resistenza, furono abbattute le mura e la città fu accerchiata; ai saraceni stanchi ed affamati, che a mala pena si reggevano in piedi, non rimase che arrendersi e senza alcuna condizione (Leggi nota 8 a fondo pagina).
A Lucera, nella contrada il “Seggio” esiste un insediamento il cui suolo è completamente sparso di materiale antico. Un fossato artificiale delimita un’altura circondata da una valle (castrum circundatum vallis). È qui che Carlo I d’Angiò eresse, nel 1269, il suo accampamento “Castrum Sancti Iacobi tunc ante Luceriam in predicta obsidione firmatum pro habilitatenostri exsercitus” diventando il luogo per un buon periodo di tempo, la cancelleria ufficiale della casa angioina. Barry Jones, nel 1964, durante una ricognizione in questa zona, parla di un accampamento angioino senza però fornire ulteriori chiarimenti (Leggi nota 9 a fondo pagina). Il Luogo è ovunque sparso di detriti; qua e là, in superficie, si vedono piccoli frammenti di ceramica a bande rosse risalenti al periodo normanno, oltre a quelli in protomaiolica tipici del periodo svevo-angiono, tegole di varie dimensioni e qualche resto di marmo scanalato. Il sito, quasi certamente di origine romana, era situato nelle vicinanze della strada che conduceva ad Arpi ed era compreso nell’importante centuriazione di Lucera. Vi doveva sorgere qualche importante complesso edilizio, forse  una villa ed un tempio (eventuali indagini archeologiche, se ci saranno, potrebbero far luce sulla questione e svelare l’arcano) (Leggi nota 10 a fondo pagina). Verso l’interno, coperte da vegetazione, vi sono fosse dove si conservavano derrate agricole (Leggi nota 11 a fondo pagina).
Si parlava prima dei ruderi contrassegnati da “C. della Madonna” che  potrebbero o meno appartenere alla chiesa di Santa Maria fatta costruire da Lucio III. È interessante notare che come segno di dipendenza di questa chiesa alla Santa Sede il Papa, oltre a donare una lapidem benedictum, indirizzò all’abate Benincasa ed al convento di Cava una bolla nella quale dichiarava che la nuova chiesa era “sub protectione beati Petri” e quindi direttamente dipendente dal Vaticano. A proposito della costruzione di questa chiesa, che genericamente viene descritta come costruita nel casale San Giacomo, Kehr, in “PapsturKunde”, riferisce che “Beatae Mariae Virginis in Villa Sancti Iacobi de Luceria”. Non si sa se questa indicazione vada intesa nel senso di villa antica o invece di vico (villaggio) (Leggi nota 12 a fondo pagina). A tal proposito è da osservare che  per un’analoga descrizione a proposito di un mandato di Federico per “Villa Apricena” – a cui si può aggiungere un’altra testimonianza come quella di Nicolò da Calvi a proposito della vita di Papa Innocenzo IV“In Apulia in Villa que Calseburgum” (Salsiburgo) – la Calò Mariani sostiene che per “Villa Apricena”«…è lecito pensare a una villa antica, più o meno estesamente conservata». Alla luce di questa affermazione si può pensare  lo stesso per “Villa Sancti Iacobi”? La chiesa di Santa Maria fu costruita laddove sorgeva una villa antica? “Il Seggio”? Tutte domande  che attendono risposte, le quali potrebbero arrivare solo attraverso le sopra citate indagini archeologiche che consentirebbero alla città di riappropriarsi di un pezzo della sua storia…
E che storia!

Note

Nota 1.“Porta San Iacobi” era situata lungo l’attuale circumvallazione esterna (c.d. zona “Porte Vecchie”), quasi di fronte alla carreggiata che conduce al “Seggio”. Il  nome deriva proprio dalla vicinanza al territorio di San Giacomo. Da questa porta dovevano diramarsi, oltre alla strada che conduceva a Palmori, due strade: una che conduceva al casale ed  un’altra che portava al castrum.
Nota 2. Il casale fu confermato al Monastero di Cava da Federico II nel 1221.
Nota 3. È certamente la confinazione antioraria del territorio di San Giacomo descritta nel verbale di restituzione ai Cavensi del 1284.
Nota 4. Nei pressi del casale di San Giacomo vi era anche la chiesa di Sant’Erasmo, di proprietà dell’episcopio lucerino che insieme al casale, come si evince dall’atto di restituzione di San Giacomo, era situato accanto ad una “carrara antica” e ad una torre  nelle vicinanze della città. Nel 1301 il vescovo Aimardo ne rivendica il diritto.
Nota 5. In una carta di metà ‘800 un terreno della zona del “Seggio” è contrassegnato dal toponimo “San Giacomo”.
Nota 6.“…Saraceni proper penuriam victuliam et diversis generibus preliorum gravari…”. Tra il 1268 e il 1269 ci fu una gravissima crisi cerealicola. Nel maggio del 1269, durante l’assedio, il mastro massaro di Capitanata dichiara che “…in partibus capitanate non credimus habere fruncutum”.
Nota 7. Il 29 agosto “in campis ante luceriam” risulta che il re diede ordine, per accelerare i tempi, a due galee preparate per la missione al doge di Venezia di andare ad imbarcare nel porto di Siponto l’ambasceria del re d’Ungheria che doveva ritornare a Zara.
Nota 8. Alcuni capi della resistenza saracena, poi condannati a grave pene, furono Guglielmo de Parisio, frate ospitaliere, ed il figlio naturale di Re Corrado IV. I cristiani fatti prigionieri furono quasi tutti sterminati, mentre alla maggior parte dei saraceni fu concesso, nel settembre dello stesso anno, un indulto. A questa diversità di trattamento allude il trovatore Calega Panzano nella serventese con i seguenti versi indirizzati a Carlo d’Angiò: “Grecs cridar ni Latinis no pot ab lui trobar Trega mi paz, mas li can descrezen De Nucheira l’agron a lur talem, e podon be Bafumet aut cridar”.
Nota 9. Come contributo a questa indagine vorrei segnalare che qualche anno fa durante una visita in questo posto ebbi modo di incontrare una persona anziana, proprietaria di una parte dei terreni, che mi riferì di aver portato via da questo luogo ben 10-12 camion di materiale antico!!!
Nota 10. Negli anni ‘50 vi furono rivenute delle tombe. Appena si sale la “motta” si incontra una piccola casetta con intorno e sopra il  tetto dei mattoni risalenti, forse, all’epoca romana.
Nota 11. A San Giacomo vi era una masseria regia; con la riforma del 1278 vengono immessi 15 buoi, 100 vacche e 100 scrofe, per “aumentare i campi delle masserie a maggior vantaggio della nostra Curia”.
Nota 12. In un antico documento, a proposito della costruzione della chiesa di San Giacomo, si parla di “vico que dicitur lamacupa”.

e. gemminni

info@ilfrizzo.it



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