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Prosegue il viaggio nel Frizzo dei primi decenni del ‘900
Due chicche estratte dal numero di saggio del 10 aprile del 1909: “Macchiette lucerine: il Cicerone Abramo” e “Note retrospettive: al Garibaldi”

Lucera, 25.05.2007 - Come avevamo promesso tempo fa, continuiamo il nostro viaggio per conoscere l'essenza del Frizzo, primo giornale umoristico di Capitanata fondato per iniziativa di un gruppo di giovani studenti liceali dell'epoca. Dai due pezzi che abbiamo estratto dal numero di saggio del 10 aprile 1909 traspare in modo chiaro la grande similitudine, nei contenuti e nella forma(nonostante il restyling di adattamento alla modernità) con quello che oggi rivive su queste pagine Web. Inevitabilmente ci si accorge di quanto il mondo lucerino non sia affatto cambiato rispetto a circa un secolo addietro… Anzi!
Buona lettura.

Macchiette lucerine
Il “Cicerone” Abramo

Non vi parlerò, o lettori, dell'antico patriarca, perché non ho alcuna voglia di presentarmi a magistrati, con tanto di berrettone fioccato in testa, per rispondere di plagio. Di plagio? Sì, sì: per aver copiato dal canto V della «Genesi», poema di un illustre poeta, a cui piacque vivere all'ombra dell'ignoto e che, a tempo debito, fece ridere l'intera cittadinanza lucerina con le sue… stranezze. È mia intenzione, invece, di parlare del custode del nostro diruto Castello Svevo, il quale ripete una sua frase prediletta, per quanto stereotipata, ad ogni «galantomo» che si benigni di visitare i ruderi del vecchio maniero.
Abraham, non appena scorge dal suo posto di vedetta una persona autorevole, che s'avanza verso il Castello, corre ad accendere una lampada ad olio in una cameretta dove, a guisa di oggetti in un museo, sono allineati una ventina di teschi, tratti da la «fossa di l'impisi». E perché s'interessa tanto dei teschi? Per togliere ai visitatori qualche soldino in suffragio delle anime del Purgatorio, direbbe qualche maligno. No!, rispondo io. Ed allora? Lascio a voi, o lettori, l'arduo compito di spiegare l'enigma… Io passo oltre.
Il custode, portando la mano al berretto, saluta il visitatore, mentre il suo cagnolino scodinzola, persuaso, forse da un bel pezzo, che quelle visite riescano ben gradite al suo padrone; poi, durante la immancabile ricognizione del luogo dove alloggiava la «cavalleria della rocca« mostrando le feritoie donde «i suldati tiravano co' li fucili contro li nimici», da vero antimilitarista Abramo esclama: «Brutta cosa, signurì, è la guerra; dovrebbe abulirsi: vui sapite, signurì, quanta figli di mamma cadono cu lu core trafurato da li palle…». Vi risparmio o buoni lettori, il seguito di questo lirico discorso, che – manco a dirlo – commuove sempre fino alle lagrime i malcapitati curiosi.
Dopo una mezz'ora di chiacchiere, mentre il visitatore esce dalla porta principale, Abramo lo trattiene ancora un po' e, battendo in terra il bastone… del comando, esclama: «Signurì, sentite come interloquivano in questo tubo i suldati della rocca». Come ben sapete, o lettori, il patriarcale custode accenna, o intende accennare a quel comunissimo fenomeno della trasmissione del suono nei mezzi cavi, per cui le sentinelle dal loro posto parlavano con le altre segretamente.
Ed al visitatore che accosta anzioso l'orecchio al muro, Abramo, mentre il presago cagnolino fa capriole per l'allegria, ripete la sua frase preferita se non esattamente storica: «I suldati, dicevano accussì: signurì dateme nu cafè».

Il Saraceno

Note retrospettive
Al Garibaldi

Finalmente una compagnia lirica e una nuova Impresa! Don Mimì farà furore certamente, giacché egli è stato finora così forte da superare ogni ostacolo e finanche… (come dire?)… la jettatura. Non attribuite, forse, alla jettatura del Cavaliere il caso della mano di don Mimì? E dire solamente gli occhiali lo han salvato neutralizzando ogni influenza malefica!… Ma cosa fatta capo ha. Don Mimì ora spera molto dal pubblico, e questo non si mostrerà certo indegno della stima del nuovo impresario. Due saranno le compagnie che agiranno al Garibaldi, forse per reazione alla mezza scritturata dal Cavaliere, e venti saranno le recite!
Ma come faranno le due compagnie a recitare sul non vasto palcoscenico del nostro Massimo? Reciteranno una volta per ciascuna? Ha voluto don Mimì sfruttare per il pubblico nostro la gara e… l'invidia delle due compagnie? Questi crudeli enigmi saranno spiegati molto presto; per ora spettiamo ansiosamente per acclamare don Mimì e augurargli l'impresa ad multos annos, ovvero per dirgli: «Don Mimì, lasciate andare il Garibaldi… non siete pratico… arte con arte», a seconda che la compagnia si mostrerà degna o indegna di tanto impresario. Speriamo che le recite soddisfino pienamente il nostro pubblico, perché in caso contrario dovremmo pregare il Cavaliere a rifondere, per l'arte, del suo, mare solito, scritturando qualche compagnia… non di ventura, per quattro o cinque recite! Ma il geniale impresario, il personale artistico e specialmente il bravo baritono Schotler che entusiasmò tanto il nostro pubblico nel «Rigoletto» e nell'«Elixir d'Amore», ci fanno sperare recite bellissime e complete.
Quod est in votis!

Loki

Apprendiamo all'ultima ora che le famose compagnie scritturate da don Mimì sono ancora un pio desiderio.
Facciamo le più sincere condoglianze all'impresario… delle promesse; due compagnie eran troppo! Ci dicono che in vista di questo straordinario personale artistico: Speranza abbia appigionato altri locali per l'albergo, Pilla abbia trasportato il suo Traballese da Foggia, i viveri siano cominciati a incarire, e i soliti elegantoni preparino già le loro toilettes per riuscire più simpatici alle belle (?) coriste.
Ci dicono anche che Giolitti abbia telefonato per misure di ordine pubblico, e don Mimì per non essere responsabile di ulteriori danni abbia creduto bene di non farla venire più. – N. d. R.

info@ilfrizzo.it



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