Nel secondo centenario della fondazione del Real Collegio di Lucera (1807-2007)
Lucera, che non era più il centro geografico della provincia, rimaneva il fulcro della vita intellettuale della Capitanata e dei territori contermini
Lucera, 04.07.2007 - Ricorre quest’anno il secondo centenario della fondazione del principale istituto di istruzione di Lucera e di tutta la Capitanata. Duecento anni sono passati da quel 30 maggio 1807, giorno in cui Giuseppe Bonaparte, Re di Napoli, emanò la legge per lo stabilimento dei Collegi nella Capitale e nelle province del Regno. Era detto nell’art. 1: «Saranno stabiliti due collegi reali per la provincia di Napoli, ed uno per ognuna delle Province del nostro Regno nelle città, che destineremo, diretti alla educazione ed istruzione della gioventù nelle scienze ed arti liberali».
Già prima che la legge fosse emanata era stato stabilito che sede del Real Collegio per la provincia di Capitanata fosse Lucera; perché con precedente decreto del 29 marzo dello stesso anno il monastero dei Celestini in Lucera era stato destinato ad uso di un Collegio.
Lucera, che non era più il centro geografico della provincia, rimaneva il fulcro della vita intellettuale della Capitanata e dei territori contermini; la sede naturale del nuovo Istituto di cultura classica, mediante il quale, per la prima volta nel Mezzogiorno d'Italia, lo Stato assumeva il compito di educare e di istruire le classi medie. Con decreto del 26 novembre 1807 fu assegnata al Collegio di Lucera una cospicua dotazione in rendite e in frutti capitali di pertinenza demaniale. Il 22 dicembre 1807 furono nominati il Rettore, il Vice-Rettore e l’Economo; il 20 gennaio 1808 gli Amministratori, che furono due notabili lucerini. Agli inizi del 1808 l’Istituto cominciò a funzionare.
La Legge del 1807 e l’annesso Regolamento di funzionamento sono documenti pieni di civile sapienza e del più illuminato criterio pedagogico che i tempi consentissero. Per la prima volta si parlava di «educazione del corpo e dello spirito» connessa all’istruzione. Per la prima volta agli educatori era detto che essi dovevano formare «l’uomo e il cittadino» e ai giovani si parlava di amore per la patria e di fortezza d’animo, senza di cui «svaniscono tutte le virtù».
Con la Restaurazione i Reali Collegi, fra i quali quello di Lucera, furono mantenuti dal governo borbonico. Solamente furono modificati, ma non di molto, i programmi dell’insegnamento, secondo il mutato spirito dei tempi e le nomine dei docenti furono sottoposte all’approvazione degli Ordinari diocesani.
Del suo Collegio la Città di Lucera fu sempre fiera e gelosa; e volle ingrandirlo aggiungendovi a sue spese, nel 1837, cattedre di Diritto e Procedura, così da equipararlo agli Istituti che allora prendevano il nome di Licei e avevano cattedre universitarie. Anche a spese del Comune fu istituito un corso di Agricoltura pratica, segno della modernità degli amministratori di quel tempo.

Con un decreto del 25 febbraio 1854 il Real Collegio di Lucera fu affidato alla cura dei Padri della Compagnia di Gesù. Per il nostro Istituto furono anni di incremento e di prosperità. A richiamarvi alunni numerosi contribuì, nel 1857, la sua elevazione a Liceo, con l’aggiunta di cattedre di Giurisprudenza, di Medicina, di Chirurgia minore e di Ostetricia.
I Collegi retti dai Gesuiti erano i meglio tenuti ed anche i più moderni e progressivi nell’indirizzo degli studi. A Lucera, in quei pochi anni, furono ampliati e migliorati i locali, stretti ancora nel vecchio perimetro del monastero dei Celestini; si costruirono il grande refettorio, una parte delle scuole, il gabinetto di Fisica. I Padri volgevano in mente maggiori disegni; ma nell’agosto del 1860, mentre Garibaldi procedeva alla liberazione del Regno, essi venivano tacciati di assolutismo e di compressione di ogni idealità civile, finendo per essere scacciati per sempre. Da quel giorno il Collegio di Lucera ridiventò Istituto laico, di Stato, e fu qualificato, in conformità alle nuove disposizioni, Liceo-Ginnasiale e Convitto Nazionale.
Il primo regolamento dei Convitti Nazionali, promulgato nelle Province del Mezzogiorno col Decreto luogotenenziale del 10 aprile 1861, dichiarava che essi dovevano infondere nei giovani «un amore immenso per la patria italiana, coordinato con tutti i doveri dell’uomo e fortificato dalla pietà verso Dio e da un puro e alto senso morale».
Dopo il 1870 la media tradizionale di 50/60 alunni fu stabilmente superata; si superò il centinaio nel 1880; furono 200 e più negli anni scolastici 1884-85 e 1885-86. In quei due anni il Convitto Nazionale di Lucera fu, per frequenza di alunni interni, il primo in Italia; e riconquistò il primato nel ‘94-‘95 e ‘95-‘96. Già intitolato a Carlo Antonio Broggia (1865), un economista napoletano del secolo XVIII, perseguitato da Re Carlo III, nome illustre di certo, ma che poco diceva all’anima di questa popolazione, nel 1896, morto Ruggero Bonghi – «miracoloso cervello, al quale nessun altro della sua generazione poté essere paragonato per la immensurabile energia onde ogni ramo dell’umano sapere era investito ed elaborato» (A. Salandra) – per iniziativa delle autorità locali e col consenso del Governo, il Collegio di Lucera fu intitolato alla memoria di Ruggero Bonghi, sommo rappresentante di una generazione di grandi meridionali che consacrarono tutte le loro energie al progetto della grande Nazione italiana che Lucera rivendicò come il suo figlio più glorioso. Un grande nome e una grande memoria che imposero, per restarne degni, alti doveri.
E furono anni fervidi per la vita del Collegio-Liceo: sulle sue cattedre si alternano una schiera di valorosi insegnanti ed insigni educatori, di professori e studiosi che tracciarono il solco di una seria tradizione di studi e fecero della Scuola un’istituzione esemplare in tutto il Regno. Tra coloro che vi lasciarono una traccia indelebile, i professori Ferdinando Cristiani, l’amico Trombino del Carducci, Carlo Bevilacqua e Manara Valgimigli, il primo futuro genero e il secondo discepolo dello stesso Carducci; Cordenons, Generoso Bozzini, padre di Umberto, Pietro Rivoire, Luigi Credaro, poi Ministro della Pubblica Istruzione, Placido Cesareo, Carlo Pascal, Antonio Aliotta, Giuseppe Saitta, Ezio Levi, Attilio Piovano, Ernesto Pontieri, Augusto Serena. Tra i presidi don Vittore Arcinetti (1876-1884), autore di una pregevole monografia sulla storia del Convitto, Luigi Gamberale (1892-1898), amico di Pascoli, di D’Annunzio e dei migliori scrittori del suo tempo, «il primo preside d'Italia» secondo la definizione del ministro Ferdinando Martini, Giuseppe Taormina (1908-1912), apprezzato dal Valgimigli, il latinista Giovanni Cupaiuolo (1915-1918), Roberto D'Alfonso (1918-1924), fino allo storico e scrittore Pasquale Soccio (1950-1975). Tra gli scolari che per anni vissero momenti essenziali della loro formazione umana e culturale, l’élite della provincia e la futura classe dirigente della Capitanata.
Massimiliano Monaco
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