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Lucera: una locandina con l’immagine del rivestimento del Palatium di Federico II
Sarà esposta sabato 29 e domenica 30 settembre, in occasione delle “Giornate Nazionali dei Castelli 2007”, all’interno della fortezza angioina

Lucera, 22.09.2007 - “Samnitum. Urbs. Fueram. Condam. Luceria. Clara Et. Beneventani. Consors. Ditissima. Regni. Diruit. Iratus. Constantius. At. Fridericus. Surgere. Me. Jussit. Pulcram. Fecitque. Potentem”.
Con questi versi incisi sulla porta civitatis Federico II, nel 1233, celebra la fondazione di Lucera.
Il perimetro delle mura della fortificazione voluta dall’imperatore dovrebbe essere quello riportato dal D’Amely nella “Pianta della città di Lucera” (1861), anche se l’autore lo attribuisce al periodo romano. A testimonianza di ciò soccorre il doc. n. 640 del 1301 – “Codice diplomatico dei saraceni di Lucera” – dove viene riportata l’esistenza di tre porte: “Porta Troia”, ancora oggi esistente; “Porta San Iacobi”, lungo la circumvallazione esterna nei pressi della strada che conduce al “seggio”; infine “Porta Casalis Novi” nei pressi del cimitero (la porta prendeva il nome dal collegamento di Lucera con Casalenovum, attuale “Torrione del Casone” sito nel territorio di San Severo, da non confondere con Casalnuovo di Puglia).
C’era, inoltre, la porta civitatis che costituiva la porta principale; essa era situata nei pressi dell’attuale rotonda della circumvallazione esterna; su di essa vi erano incisi i versi sopra citati e da cui, tra l’altro, fece accesso Manfredi nel 1268 (leggi nota 1 a fondo pagina).
Tra l’elenco dei soggiorni di Federico in Capitanata la sua presenza a Lucera è testimoniata già nell’aprile del 1231 e nel dicembre del 1232. Questi soggiorni dell’imperatore potrebbero essere messi in correlazione con l’avvenuta costruzione del Palatium? La cosa non è da escludere se si pensa che entrambi i soggiorni non dovettero essere così brevi. L’imperatore curò molto la dimora lucerina arricchendola con statue in pietra e sculture bronzee da fontana (chissà se l’oggetto descritto dal Craven Keppel il cui «…notevole effetto di un eco ripeteva i suoni  per ben undici volte» rinvenuto nella fortezza di Lucera non fosse collocato proprio nel Palatium). Nella “camera” regia, poi, erano attivi atelier di corte che producevano armi, stoffe, vestiti, gioielli, tappeti e tende.
A proposito della costruzione del Palatium, Gregorio IX, nel 1236, rimproverava all’imperatore la distruzione di molte chiese i cui materiali venivano utilizzati per costruire edifici pagani e, quando nel 1238 il Papa rinnovò il rimprovero, Federico rispose in modo evasivo, dichiarandosi all’oscuro di tutto, aggiungendo però: «…a meno che non si tratti della cattedrale di Lucera, crollataperché vecchia e cadente». Questa affermazione dell’imperatore potrebbe correlarsi con quanto riferito dall’anonimo biografo della vita di Gregorio IX, il quale attesta che il Palatium fu edificato sulle (e con le?) rovine nel luogo dove sorgeva l’antica cattedrale lucerina. Ma a quale cattedrale alludono Federico e l’anonimo biografo? Su questa costruzione «…crollata perché vecchia ecadente» getta luce quel luogo di culto tardo-antico, da dove probabilmente provengono le colonne di colore verde antico oggi visibili in cattedrale, illustrata dal D’Amely ed i cui resti furono rinvenuti nella fortezza di Lucera (la Cattedrale Paleocristiana?). Su questa tesi – avversata da molti storici – Marina Mazzei  ebbe a sottolineare che «…non sembra sia da escludere che il Palatiumpossa essere realmente stato edificato sopra o nei pressi di un tempio più antico, forse un luogocristiano sorto sull’acropoli, sul modello della chiesa di San Pietro di Alba Fucens». Alla stessa cattedrale potrebbe alludere Papa Bendetto XI, con la lettera del 1303, in occasione della costruzione della nuova cattedrale di Lucera, quando dice che «…ecclesia cathedralis ruinis prona et in loco minusdecenti sita extra eiusdem civitatis ambitum?»
(leggi nota 2 a fondo pagina).
Del Palatium e della sua “mirabilis structura”  ne abbiamo conoscenza in una descrizione del canonico Corrado nel 1678. Corrado riporta che all’interno della “Cavalleria” si ergeva l’edificio principale a forme di torre (Palatium), con tre stanze per ogni lato, senza contare le quattro stanze d’angolo; cosicché in tutto vi era una fuga di 16 stanze, che si ripeteva al di sopra in un piano superiore. Egli conta complessivamente 32 stanze regali, senza le «altre comodità» che ci sarebbero state sopra e sotto questi due piani. Su questo punto non vi è però alcuna conferma, poiché in realtà le stanze del Palatium vero e proprio dovevano essere 16, otto per piano, escluso il cortile ed i vari magazzini, ed in questo sembra rispecchiare la disposizione delle otto stanze a piano di Castel del Monte.
In un altro passo della descrizione Corrado lascia intendere che la parte della torre ancora ben conservata fosse quella del lato sud della fortezza (“Verum quia Turris facie, ad meridien versa, adhuc hodie integrapermanente, circa cuius latera Palatium erectum fuisse diximus inscriptio quidam legitur”).
Dalla descrizione, inoltre, si ricava anche che il palazzo-torre doveva essere alto circa 30 m. Prima della sua completa distruzione, fortunatamente, il pittore francese Jean Louis Desprez, nel 1778, su incarico dell’abate Saint-Non, effettuò alcuni disegni del palazzo prima del suo disfacimento. Arricchiti di particolari, questi disegni, assieme a quelli della tavola del D’Amelj, costituiscono un valore unico per la storia di Lucera: solo gli unici ritratti che testimoniano la bellezza architettonica degli interni e degli esterni della residenza imperiale fatta costruire dallo Stupor Mundi.
Dai disegni del Desprez (i quali dovrebbero coincidere con la descrizione dei resti che fa il canonico Corrado un secolo prima relativi al lato sud, sud-ovest della fortezza) si riesce a cogliere alcuni importanti particolari come, per esempio, la ripartizione dei piani e gli elementi architettonici che li decoravano. Il piano terra, con al centro la fontana i cui resti sono ancora visibili, era illuminato da finestre a rombo e a cerchio (leggi nota 3 a fondo pagina). Anche le entrate di questo piano sembrano richiamare la forma architettonica di Castel del Monte. Nel piano superiore la trama ad arcatelle incrociate, poggiante su colonne a capitello tripartita (un esemplare è visibile nel museo civico di Lucera; altri capitelli furono utilizzati per la loggia del monastero di San Bartolomeo) rinviano a forme decorative di gusto orientale già presente nella Sicilia arabo-normanna. Il secondo piano del palazzo – oltre a contenere degli elementi architettonici diversi da quelli dei piani precedenti – era caratterizzato dagli ambienti e dal terrazzo a forma ottagonale. Carlo I d’Angiò, nel 1273, in disprezzo verso Federico e la casa sveva, fece “sigillare” il palazzo imperiale adibendolo ad alloggio militare e a prigione di stato.
Un dato, infine, di particolare interesse ci viene fornito dalla descrizione  del Saint-Non sul  rivestimento del Palatium: «Ciò che trovammo di piùinteressante è il rivestimento di questo palazzo fatto di un marmo composto di selce legata ad uncemento naturale così resistente ed indistruttibile che sopporta il taglio e la lucidatura e chetempo, aria ed acqua non hanno potuto decomporre». Trattasi, evidentemente, di un rivestimento così detto a “Puddinga”, un conglomerato formato da ciottoli di fiume uniti ad un cemento calcareo, una tecnica già in uso in epoca romana.
Sabato 29 e Domenica 30 settembre, all’interno della fortezza angioina, sarà esposta una locandina, in occasione delle “Giornate Nazionali dei Castelli 2007”, ove viene raffigurata l’immagine del rivestimento del palazzo fatto costruire a Lucera da Federico II.
L’illustrazione, riferita ad una foto effettuata nel secolo scorso tra i ruderi della “Cavalleria”, dovrebbe testimoniare il racconto dell’abate Saint-Non sul palazzo federiciano ancora visibile nel 1783.

Nota 1. Il tratto di strada  che dall’attuale “Porta Foggia” conduce verso la rotonda veniva ricordato – negli atti notarili del 600 – come “Via delle porte vecchie”. È da osservare, anche, che in alcuni punti della circumvallazione sembra ancora resistere parte dell’antico vallo che delimitava la fortificazione.
Nota 2. Escludo tuttavia che questa “ecclesia ruinis…” possa essere identificata con la chiesa di San Pardo nè con quella di Santa Maria, fatta costruire all’interno del tenimento di San Giacomo da Papa Lucio III  nel 1182 e neanche con la chiesa o tempio sita nel luogo detto “Tribuna” (Tempio di Diomede?). Che il termine “Tribuna” vada inteso nel senso di un luogo di culto lo si deduce da un atto notarile; in un altro di questi atti si specifica anche che il luogo detto “Tribuna” si trovava lungo la via che portava al “Ponte Galluccio”.
Nota 3. A proposito della fontana e di una cisterna situata sotto la stessa c’è da chiedersi se, prima della costruzione della grande cisterna angioina e del fossato, il palazzo imperiale non fosse alimentato dal collegamento al grande acquedotto romano sito al “piano dei puledri”, la cosa non è da escludere.

e. gemminni

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