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Il prezioso quadro che attende il restauro è nel deposito del locale museo civico Fiorelli
La storia come identità e orgoglio di un popolo. S.O.S. per il patrimonio storico-artistico di Lucera. Salviamo il dipinto di Francesco II di Borbone, il Re del Sud!

Lucera, 27.09.2007 - Sabato 29 settembre, in prima serata Tv, sarà trasmesso il documentario “Viaggio nel Regno delle due Sicilie: alla scoperta dei suoi gioelli” nella trasmissione “Ulisse. Il piacere della scoperta”, il programma condotto da Alberto Angela. È un documentario da vedere perchè si preannuncia interessante, specie per quanto concerne quella “verità storica” di cui si fa cenno in questo articolo.

Presso il deposito del museo civico di Lucera giace da anni – abbandonato in condizioni allarmanti, come si evince dalla foto – un dipinto datato 1859 e firmato (L. Riz.?) che ritrae Francesco II di Borbone, l’ultimo Re delle due Sicilie. L’importanza artistica di questo quadro, oltre che dalle mere vicende storiche è rappresentato dal fatto che dipinti di questo genere ne sono rimasti pochi (ciò è dovuto anche alla brevità del regno di questo Re), e tutti conservati in importanti collezioni museali. L’S.O.S. quindi, viene lanciato (prima che sia troppo tardi) affinché enti, organizzazioni ed associazioni culturali della città (e non solo) si facciano promotori, in particolare con un contributo economico, per salvare da sicura distruzione il prezioso dipinto restituendo alla città un pezzo di “verità storica” e non quella camuffata.
Francesco II (1836-1894) salì sul trono nel maggio del 1859 in seguito alla morte di suo padre Ferdinando II. Il giovane Re, che nel frattempo aveva contratto matrimonio con Maria Sofia, sorella della celebre imperatrice Sissi, ereditò un regno ben amministrato, ordinato e finanziariamente stabile, ma in parte estraneo, se questa può essere una colpa, alla vita politica e diplomatica europea. A proposito delle finanze, ancora oggi ci si chiede che fine hanno fatto i cinque milioni di ducati presi dal Banco di Palermo personalmente dal “Dittatore” Giuseppe Garibaldi. E dei sei milioni di ducati requisiti alla Real Casa Borbonica quale uso se ne fece? Le vicende storiche che ne seguirono sono note, ma non per i testi scolastici. Nel settembre del 1860 i reali lasciarono Napoli diretti a Gaeta accompagnati dai circa 50 mila fedelissimi soldati, mentre al contrario gli alti ufficiali si consegnarono, senza perdere tempo, ai piemontesi. Pagine memorabili raccontano la resistenza a Gaeta. Il 14 febbraio del 1861 vi fu la resa degli assediati, ed il Re e la Regina si imbarcarono sulla nave francese Mouette. Così, il Prof. Pier Giusto Jaeger narra l’ultima sfilata dei Borbone nel suo libro “L’ultimo Re di Napoli”: «Francesco II e Maria Sofia uscirono dalla casa matta, seguiti dai principi reali, da ministri, generali, diplomatici, nobili e domestici. Re Francesco indossava la solita semplice uniforme, priva di decorazione; Maria Sofia portava un cappellino con una piuma verde. Dalla casa matta alla porta di mare c’erano forse trecento metri. Lo stretto corridoio nel quale si avanzava il corteo reale era segnato da due ali di soldati in ordine serrato, spalla contro spalla, dietro i quali premeva la folla di altri soldati e cittadini. Dalle finestre e dai balconi, il resto della popolazione assisteva allo spettacolo. La banda intonò l’inno borbonico del Paisiello, che tante volte aveva risuonato sugli spalti durante i bombardamenti. Dapprima l’emozione fu contenuta, anche se gran parte dei soldati, laceri e smunti, piangevano senza vergogna mentre mostravano le armi, gridando “Viva ‘O Re!”. Ben presto, però, qualcuno si gettò ai piedi del Re per baciargli la mano e le vesti; soldati e ufficiali si abbracciarono singhiozzando, e alcuni di essi si strapparono le spalline dell’uniforme, spezzando la spada contro le pietre della strada. La popolazione partecipava alla commozione generale, agitando i fazzoletti dai balconi. Il breve percorso richiese così molto tempo. In mezzo alla folla piangente Francesco e Maria Sofia, pallidissimi, avanzarono lentamente, salutando con la mano».
Ci sembra doveroso citare, infine, per il rispetto alla persona, il proclama reale che Francesco II emanò l’8 dicembre 1861 in occasione della festa dell’Immacolata Concezione, indirizzandolo ai sudditi ormai già sotto il dominio del nuovo Re. Un proclama, come i lettori potranno evincere dalle sue parole, ancora oggi commovente che dimostra la grandezza di questo Re in un particolare momento in cui assieme ai pochi fedeli rimastigli al fianco ed alla giovane e battagliera Regina Maria Sofia di Baviera tenne alto il vessillo gigliato sulla fortezza di Gaeta.

Proclama Reale – Gaeta, 8 Dicembre 1860

Popoli delle due Sicilie,
da questa Piazza dove difendo più che la mia corona l’indipendenza della patria comune, si alza la voce del vostro Sovrano per consolarvi nelle vostre miserie, per promettervi tempi più felici. Traditi ugualmente, ugualmente spogliati risorgeremo allo stesso tempo dalle nostre sventure chè mai à durato lungamente l’opera della iniquità né sono eterne le usurpazioni.
Ho lasciato perdersi nel disprezzo le calunnie; ò guardato con isdegno i tradimenti, mentre che tradimenti e calunnie attaccavano soltanto la mia persona; ò combattuto non per me ma per l’onore del nome che portiamo. Ma quanto veggo i miei sudditi che tanto amo in preda a tutti a tutti i mali della dominazione straniera, quando li vedo come popoli conquistati portando il loro sangue e le loro sostanze ad altri paesi, calpestati dal piede di straniero padrone, consolato soltanto dalla lealtà di questa prode armata, dallo spettacolo delle nobili proteste che da tutti gli angoli del Regno si alzano contro il trionfo della violenza e dell’astuzia.
Io sono napoletano; nato tra voi, non ò respirato altra aria, non ò veduto altri paesi, non conosco altro che il suolo natio. Tutte le mie affezioni non dentro il Regno: i vostri costumi sono i miei costumi; la vostra lingua è la mia lingua; le vostre ambizioni mie ambizioni. Erede di una antica dinastia che à regnato in queste belle contrade per lunghi anni ricostituendone l’indipendenza e l’autonomia, non vengo dopo avere spogliato del loro patrimonio gli orfani, dei suoi beni la Chiesa ad impadronirmi con forza straniera della più deliziosa parte d’Italia. Sono un principe vostro che à sacrificato tutto al suo desiderio di conservare la pace, la concordia, la prosperità tra’ i sudditi.
Il mondo intiero l’à veduto; per non versare il sangue ò preferito rischiare la mia corona. I traditori pagati dal nemico straniero sedevano accanto a’ fedeli nel mio consiglio; ma nella sincerità del mio cuore, io non poteva credere al tradimento. Mi costava troppo punire; mi doleva aprire, dopo tante nostre sventure un’era di persecuzione; e così la slealtà di pochi e la clemenza mia ànno aiutata l’invasione piemontese pria per mezzo degli avventurieri rivoluzionarii e poi della sua armata regolare, paralizzando la fedeltà de’ miei popoli, il valore de’ miei soldati.
In mano a cospirazioni continue non ò fatto versare una goccia di sangue ed ànno accusata la mia condotta di debolezza. Se l’amore il più tenero pe’ miei sudditi, se la fiducia naturale della gioventù meritano questo onore, sono stato certamente debole. Nel momento in che era sicura la rovina de’ miei nemici, ò fermato il braccio de’ miei generali per non consumare la distruzione di Palermo: ò preferito lasciare Napoli, la mia propria casa, la mia diletta capitale per non esporla agli orrori di un bombardamento, come quelli che ànno avuto luogo più tardi in Capua e in Ancona.
Ho creduto di buona fede che il Re del Piemonte che si diceva mio fratello, mio amico, che mi protestava disapprovare la invasione di Garibaldi, che negoziava col mio governo una alleanza intime pe’ veri interessi d’Italia, non avrebbe rotto tutt’i patti e violate tutte le leggi, per invadere i miei Stati in piena pace, senza motivo né dichiarazione di guerra. Se questi erano i miei torti, preferisco le mie sventure a’ trionfi de’ miei avversari.
Io aveva data una amnistia, aveva aperte le porte della patria a tutti gli esuli, conceduto a’ miei popoli una costituzione. Non ò mancato certo alle mie promesse. Mi preparava a garantire alla Sicilia istituzioni libere che consacrassero con un parlamento separato la sua indipendenza amministrativa ed economica rimuovendo ad un tratto ogni motivo di sfiducia e di scontento. Aveva chiamato a’ miei consigli quegli uomini che mi sembrarono più accettabili all’opinione pubblica in quelle circostanze, ed in quanto me lo à permesso l’incessante aggressione di che sono stato vittima, ò lavorato con ardore alle riforme, a’ progressi, ai vantaggi del comune paese.
Non sono i miei sudditi che mi hanno combattuto contro; non mi strappano il Regno le discordie intestine, ma mi vince l’ingiustificabile invasione d’un nemico straniero. Le due Sicilie, salvo Gaeta e Messina, questi ultimi asili della loro indipendenza, si trovano nelle mani del Piemonte. Che ha dato questa rivoluzione ai miei popoli di Napoli e di Sicilia? Vedete lo stato che presenta il paese. Le finanze un tempo così floride sono completamente rovinate: l’amministrazione è un caos:la sicurezza individuale non esiste. Le prigioni sono piene di sospetti: invece della libertà, lo stato di assedio regna nelle provincie, ed un generale straniero pubblica la legge marziale, decreta la fucilazione istantanea per tutti quelli dei miei sudditi che non s’inchinino alla bandiera di Sardegna. L’assassinio è ricompensato; il regicidio merita una apoteosi; il rispetto al culto santo de’ nostri padri è chiamato fanatismo; i promotori della guerra civile, i traditori al proprio paese ricevono pensioni che paga il pacifico contribuente. L’anarchia è da per tutto. Avventurieri stranieri àn rimestato tutto, per saziare l’avidità o le passioni dei loro compagni. Uomini che non àanno mai veduta questa parte d’Italia, o che àanno dimenticato in lunga assenza i suoi bisogni, formano il vostro governo. In vece delle libere istituzioni che io vi aveva date e che era mio desiderio sviluppare, avete avuta la più sfrenata dittatura, e la legge marziale sostituisce adesso la costituzione.
Sparisce sotto i colpi de’ vostri dominatori l’antica monarchia di Ruggiero e di Carlo 3°, e le due Sicilie sono state dichiarate provincie di un Regno lontano. Napoli e Palermo saranno governati da Prefetti venuti da Torino.
Ci è un rimedio per questi mali, per le calamità più grandi che prevedo. La concordia, la risoluzione, la fede nell’avvenire. Unitevi intorno ai al trono de’ vostri padri. Che l’oblio copra per sempre gli errori di tutti; che il passato non sia mai il pretesto di vendetta, ma pel futuro salutare. Io ò fiducia nella giustizia della Provvidenza, e qualunque sia la mia sorte, resterò fedele a’ miei popoli ed alle istituzioni che ò loro accordate. Indipendenza amministrativa ed economica tra le due Sicilie con parlamento separati: amnistia completa di tutti i fatti politici; questo è il mio programma. Fuori di queste basi non ci sarà pel paese, che dispotismo o anarchia.
Difensore della sua indipendenza, io resto e combatto qui per non abbandonare così santo e caro deposito. Se l’autorità ritorna nelle mie mani, sarà per tutelare tutt’ ì diritti, rispettare tutte le proprietà, garantire le persone e le sostanze de’ miei sudditi contro ogni sorta di oppressione e di saccheggio. E se la Provvidenza nei suoi alti disegni permette che cada sotto i colpi del nemico straniero l’ultimo baluardo della monarchia, mi ritirerò con la coscienza sana, con incrollabile fede, con immutabile risoluzione; ed aspettando l’ora inevitabile della giustizia, farò i più fervidi voti per la prosperità della mia patria, per la felicità di questi popoli che formano la più grande e più diletta parte della mia famiglia.
Preghiamo il Sommo Iddio e la invitta Immacolata protettrice speciale del nostro paese, onde si degnino sostener la nostra causa.
Firmato - FRANCESCO

e. gemminni

info@ilfrizzo.it



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