Vitantonio Napolitano, la testimonianza del dott. Vincenzo Bizzarri
Sabato 4 aprile, Teatro Garibaldi, ore 19:00 - Lucera
Lucera, 07.04.2009 - «Vitantonio Napolitano nasce a Lucera il 28 gennaio 1901.
Il padre Luigi è un funzionario della Procura del Re presso il Tribunale di Lucera, a quei tempi, unico nella provincia di Foggia e quindi sede per tutti i processi penali e civili.
Tribunale che rappresentava la fucina per tanti illustri giuristi che, con il loro ingegno e la loro cultura, hanno dato lustro e contribuito allo sviluppo della Capitanata, terra di immensi latifondi ed abitata, allora, da una popolazione bracciantile oppressa, sfruttata e terribilmente povera.
Due aspetti messi magistralmente in evidenza nel libro di Napolitano, pubblicato tre anni prima della sua morte e dal titolo “50 anni di vita politica italiana” quando, nel primo capitolo, interamente dedicato a Lucera, parla, con tanto senso di orgoglio, del Tribunale non solo perché vi prestava la sua opera, come integerrimo funzionario, suo padre, di cui parla con tanta fierezza, ma ancor di più per la vetrina che la istituzione rappresentava quale laboratorio di cultura giuridica per la miriade di professionisti della Giustizia vuoi essi Magistrati o illustri principi del foro che celebravano e discutevano i processi.
Infatti, nel suo racconto, tra gli altri, ricorda avvocati famosi come Gaetano Manfredi, Enrico Ferri, Giovanni Porzio e lo stesso Enrico De Nicola, illustri professionisti meridionali tutti appartenenti alla famosa scuola napoletana di studi giuridici e che avvicendandosi, nei processi, con i colleghi del luogo, affascinavano ed incantavano, con la loro eloquenza, tutti, nessuno escluso: dal contadino analfabeta che correva in Tribunale per seguire il processo, alla signora appartenente alla buona società che ne faceva oggetto di conversazione nei salotti culturali e mondani dell’epoca ove si discuteva dei delitti passionali e di quelli d’onore, con la stessa intensità, grosso modo, di come siamo abituati a vedere oggi, nei salotti televisivi.
È veramente uno spaccato bellissimo – inizio secolo ventesimo – quello che fa della nostra città Vitantonio Napolitano nel capitolo dedicato alla sua Lucera.
Non trascura nulla, inizia spaziando con i ricordi trasmessi dal padre, e risale, navigando anche a ritroso nel tempo, all’impresa dei mille, alla proclamazione dell’unità d’Italia, alla imminenza della Grande Guerra.
Si avverte nei suoi scritti il senso di appartenenza all’epoca e la consapevolezza di essere diventato a tutti gli effetti cittadino di una Patria unita, finalmente redenta, non trascurando, nel contempo, di ricordare episodi riconducibili alla sua Città natia.
Infatti, nel far cenno all’ondata di povertà post unitaria che attraversa l’Italia, descrive, quasi con rabbia, l’immagine, impressa nella sua mente, dei braccianti che, riuniti nella piazzetta, attendevano il caporale, il curatolo o il fattore, per essere, novelli schiavi, avviati al lavoro dopo attento esame fisico, non trascurando di mettere in evidenza la delusione scolpita nei volti degli esclusi connessa alla speranza di poter essere più fortunati l’indomani.
E poi, l’arrivo dell’estate, la luce nuova dopo le rigidità dell’inverno, le nuove speranze, le messi ondeggianti del tavoliere, pronte per essere mietute, rigorosamente a mano, anche da altri disperati provenienti dai paesi rivieraschi limitrofi indicati come i marinesi.
Di loro fa una descrizione lacerante.
“Essi dormivano all’addiaccio, uno a fianco dell’altro, alla luce delle fioche lampade della illuminazione cittadina, quasi – sono parole sue – tappeto umano che lambiva i piedi degli edifici offrendo all’occasionale passante una immagine dantesca”.
Ed ancora ritorna a citare il padre, schierato con Ruggero Bonghi, e costretto a contrapporsi al proprio genitore ed agli zii materni che erano invece dei fedelissimi di Antonio Salandra, altro grande conterraneo.
E riferisce di un episodio raccontato dal padre quale testimone oculare quando Ruggero Bonghi, ripreso da parte avversa in campagna elettorale perché non portava la cravatta, ebbe a rispondere: “Sì, è vero, non porto la cravatta, ma ho con me la grammatica greca”, zittendo così l’avversario.
Altri tempi, altri personaggi.
Ed ancora tra i ricordi della sua giovinezza egli descrive le passeggiate al Belvedere – la nostra villa comunale – decantando la visione del bellissimo panorama, oggi a noi precluso per una forestazione senza pianificazione avvenuta negli anni cinquanta.
Nel suo racconto della vita quotidiana cittadina dell’epoca, quasi a voler fare dimenticare le sofferenze e le miserie, non trascura di mettere in evidenza gli aspetti ludici e ricorda le esibizioni delle bande musicali.
Con la sua descrizione, si palpa, si tocca con mano, si respira quasi l’atmosfera gioiosa di Piazza Duomo vestita a festa i giovedì e le domeniche, stracolma di gente convenuta per ascoltare la grande musica, il melodramma italiano, le cui struggenti melodie venivano diffuse con l’unico mezzo allora possibile, le bande musicali, che ancora oggi affascinano molti di noi.
Un ricordo lo fa anche dei Circoli – tre per la precisione – che si affacciano nella piazza Duomo e frequentati – ricorda – rigorosamente per l’epoca, rispettivamente dall’alta società, da magistrati e da professionisti il primo, da impiegati il secondo e da agricoltori il terzo.
Divisioni di seguito per fortuna scongiurate con la loro unificazione nell’attuale Circolo Unione che, con i suoi quasi 150 anni di vita, opera ancora oggi, come allora, come contenitore culturale e luogo di aggregazione sociale.
Uno spaccato dei tempi andati che divideva oltre gli uomini anche le coscienze.
Ultimo degli struggenti ricordi giovanili lucerini, la descrizione che fa dei viaggi al Santuario dell’Incoronata, distante quasi 40 chilometri, a bordo di variopinti caratteristici carretti ed offerto ai ragazzi, molto spesso, non solo quale momento di vita religiosa, ma forse come premio per chi era stato diligente.
Soffuso il ricordo ma non meno importante il ruolo della mamma – Anna Camurani – impegnata, oltre che nelle quotidiane azioni domestiche, anche a far quadrare le spese familiari per – parole testuali usate –: “…arrivare al 27 di ogni mese e consentire al proprio marito, di cui era orgogliosa, di non fare brutte figure nella sua qualità di impiegato addetto al funzionamento della Giustizia”.
Poi il padre viene trasferito alla Pretura della vicina San Severo e, con rammarico, lascia, insieme alla sua famiglia, la natia Lucera.

Nella nuova sede non si adegua completamente, trova una società diversa, non fa cenno dei compagni di classe, ma parla, con tanta considerazione ed affetto, di un sacerdote, Salvatore Fittoli, un professore di lettere, già apprezzato discepolo di Francesco De Sanctis, ed a cui il padre si rivolge perché segua negli studi del latino il figlio che evidentemente non dimostra tanta propensione per tale materia.
Riconosce allo stesso non solo i meriti per la grande cultura, ma ancora di più per le doti morali quando riferisce che il professore-sacerdote rinuncia al compenso a lui dovuto avendo capito di trovarsi di fronte ad una famiglia non agiata ed elargisce doni al suo discepolo.
Ricorda infatti di una edizione in pergamena del 700 delle opere di Virgilio donatagli dal sacerdote.
E poi, nel racconto dei suoi tre anni trascorsi a San Severo, ricorda della grande emozione che provava, insieme alla sua famiglia, al solo pensiero di ritornare nella sua amata Lucera in occasione di festività o ricorrenze familiari, facendo uso come mezzo di locomozione di una diligenza che impiegava tre ore per raggiungere la meta durante le quali ascoltava i racconti, quasi fantastici, del cocchiere Michelino.
Poi il salto.
Il padre, che non aveva altra mira che quella di trasferire la famiglia in un grande centro per consentire al suo unico figlio gli studi universitari, ottiene la sede di Firenze e la famiglia, con le poche masserizie e a bordo di un carro ferroviario, lo raggiunge.
Ragazzo, adolescente, si ambienta subito, trova amici aperti e cordiali ed insegnanti eccelsi, tra cui menziona un tale professore – Giovanni Moro, docente di italiano – autore di una antologia.
Siamo nel 1914, si è già verificato l’attentato di Serajevo.
Nubi dense minacciano l’Europa.
Si avvertono nel giovane i primi fervori nazionalistici, D’Annunzio lo affascina, le dimostrazioni studentesche a favore dell’intervento italico si susseguono ed in una di queste conosce Jean Luchaire, un francese nel cui salotto di casa, che lui frequenta, venivano accolti esponenti del mondo intellettuale come Gaetano Salvemini e lo storico Guglielmo Ferrero.
Insieme all’amico francese compie i primi passi verso il giornalismo perché insieme fonda la rivista bilingue in italiano e francese – I giovani autori (Les jeunes auteurs) – nella quale, mentre il francese si dedica ai romanzi di cappa e spada, lui si interessa di problemi e vicende legate alla sua terra natale, come l’acquedotto pugliese o dei saraceni di Lucera.
In questo periodo, vissuto con grande intensità, all’età di 16 anni, diventa presidente della sezione fiorentina della Lega Latina della Gioventù tesa a promuovere, consolidare e sviluppare i sentimenti di fratellanza tra le giovani generazioni dei paesi latini ed a curare le rivendicazioni italiane per il ritorno di Trento e Trieste e la Dalmazia alla Madre Patria.
Subito dopo lascia Firenze per Roma, il padre è stato trasferito presso il Ministero di Grazia e Giustizia e così perde completamente di vista l’amico francese destinato purtroppo ad una tragica fine.
Infatti, successivamente, nel 1946, viene giustiziato per aver fatto parte del governo francese di Laval che aveva collaborato con i tedeschi occupanti la Francia.
A Roma, studente del famoso Liceo Mamiani, nel 1918 consegue, tra la sessione estiva e quella autunnale, la maturità classica entrando, nel contempo, in questo intervallo, nella redazione dell’agenzia di stampa “VOLTA” e intraprendendo, definitivamente, la strada del giornalismo.
Nell’inverno del 1918, la guerra è stata appena vinta, ritorna a Lucera e vi rimane per due mesi, per riposarsi dalle fatiche della maturità e dai postumi della spagnola, la terribile epidemia che aveva imperversato in Europa provocando solo in Italia 400.000 vittime.
L’anno successivo entra a far parte dell’IDEA NAZIONALE.
Lo stesso anno è redattore parlamentare dell’ufficio romano di corrispondenza de LA NAZIONE di Firenze e de IL MATTINO di Napoli.
Si laurea in Giurisprudenza, esercita per brevissimo tempo l’attività forense e ritorna al suo primo amore, scegliendo definitivamente l’attività giornalistica.
Redattore de il Popolo di Roma lascia l’incarico dopo l’8 settembre del ‘43 perché si rifiuta di collaborare con i tedeschi.
Dopo la guerra entra a far parte della redazione del RISORGIMENTO LIBERALE, indi nel TEMPO ed infine nel MESSAGGERO come redattore parlamentare, non trascurando le collaborazioni con i grandi giornali: IL CORRIERE DELLA SERA, LA GAZZETTA DEL POPOLO, LA GAZZETTA DEL MEZZOGIORNO, IL GLOBO, LA NAZIONE, IL PICCOLO, IL GIORNALE DI CATANIA E IL SECOLO XIX, spaziando così dal nord al sud con imparzialità e sempre teso comunque a raccontare la verità.
La lettura del suo volume – 600 pagine – scorre veloce come un film.
La storia italiana politica e parlamentare a cavallo delle due guerre mondiali e quella immediatamente successiva fin quasi ai tempi nostri, come in un lungometraggio, è raccontata con estrema precisione ed è densa di fatti, episodi, aneddoti, curiosità, particolari che mettono in evidenza l’altissimo spirito di osservazione di Napolitano e la maniera semplice e senza fronzoli con cui viene diffusa la notizia nel rispetto delle regole politiche e parlamentari, esigendo sempre e comunque il rispetto per la sua professionalità.
La sua attività di scrittore lo porta a scrivere nel 1944 il testo “25 Luglio” in cui con meticolosità, precisione ed obiettività ha descritto gli avvenimenti connessi alla caduta del fascismo, che hanno rappresentato, per la violenza della guerra fratricida successivamente scatenatasi, una pagina di lutti e tragedie su cui non ritengo soffermarmi in questa occasione.
Nella sua lunga carriera di giornalista parlamentare ha descritto avvenimenti e circostanze relativi ad una miriade di personaggi e uomini politici della storia italiana, da Mussolini, ai Re d’Italia – Vittorio Emanuele III ed Umberto –, da Armando Diaz a Thaon di Revel, da De Gasperi a Togliatti, da Segni a Leone a De Nicola a Nenni e così via, fino ad arrivare ai tempi a noi molto più vicini, a Saragat, Tambroni, Malagodi, Covelli, Almirante, Moro, Fanfani, Pertini ed a tutti quelli che si sono avvicendati nell’agone politico unitamente ai tanti altri personaggi anche meno noti come l’on. Paolo Lissia, sconosciuto a tutti e il cui incontro, per il nostro Protagonista, deve aver rappresentato invece un momento molto importante della sua vita.
Egli infatti, a 21 anni, per difendere la sua professionalità e il suo onore non esita, a costo della propria vita, di battersi in duello con il predetto deputato – novello sottosegretario alle finanze – per non aver voluto alterare il senso di un suo scritto che non era stato di gradimento dell’allora Ministro delle Finanze.
Il diniego opposto di cambiare il senso dell’articolo genera un tale violento alterco che sfocia addirittura in un duello all’arma bianca – la sciabola –, vietato dalla legge ma disciplinato dal codice d’onore all’epoca in voga.
È il 13 dicembre 1922, lo stesso Mussolini, essendo coinvolto un membro del governo, autorizza il duello.
Lo scontro si sta svolgendo all’interno di uno stabilimento cinematografico, quando, al 17° assalto viene interrotto – racconta Napolitano – perché l’avversario, nel rispondere ad un suo affondo, lo ferisce all’avambraccio destro.
Rispetto delle regole e lealtà sono stati i principi basilari che hanno contraddistinto il dr. Napolitano nel corso della sua lunga attività professionale.
Doti non sempre comuni, specialmente se rapportate ai tempi nostri.
Al Presidente del Consiglio Alcide De Gasperi, che gli propone la direzione del Giornale Radio, oppone il rifiuto temendo di dover perdere la propria obbiettività e indipendenza.
Nel cinquantennale tour professionale, con grande professionalità, ha tracciato la cronaca politica della storia italiana di un periodo intensissimo per avvenimenti nazionali e mondiali curando di evidenziare e raccontare, con precisione millimetrica nei suoi scritti, fatti, momenti, drammatici e lieti, riguardanti personalità indiscusse, il tutto impreziosito con aneddoti e battute.
Riesce a cogliere, con garbo, tutti gli aspetti e le curiosità della vita parlamentare, dalle battute alle ingiurie, dagli scandali alle tecniche e agli espedienti tipici della vita parlamentare.
Il suo libro è una vera e propria antologia dei fatti avvenuti in 50 anni nel Parlamento Italiano.
Del parlamentare riesce a mettere in evidenza quasi tutte le caratteristiche personali.
Ricostruisce dialoghi, incontri, scontri e scaramucce che potevano a volte sembrare teatro ed erano invece realtà.
La sua è una fotografia del Parlamento a 360 gradi che gli serve per dimostrare che anche sotto le folte barbe dei politici d’inizio secolo o all’ombra dei baffi imponenti, fiorisce spesso una eloquenza sottesa, molte volte, ad uno schietto umorismo e ad una pungente, a volte, cattiveria tipica degli ambienti politici.
Egli è stato un uomo libero sempre, anche nei tempi difficili in cui la libertà in parte veniva conculcata.
Per questo motivo conquista il rispetto di tutti.
Infatti autorità e colleghi giornalisti per i 50 anni della sua vita professionale lo onorano in vita, tributandogli una grande manifestazione di affetto nella sede dell’Ordine Nazionale dei Giornalisti in Roma innanzi alle più alte cariche dello Stato dell’epoca per insignirlo di medaglia d’oro per la sua cultura, per la eccezionale capacità professionale e per la costante fedeltà ai princìpi morali.
Muore il 10 luglio 1973 e viene, per sua espressa volontà, sepolto nel Cimitero di Lucera.
Il sen. Giulio Andreotti – commemorandolo sulla rivista “Concretezza” – lo definisce: “Grande maestro di giornalismo”.
Il grande giornalista Enrico Mattei, due giorni dopo la morte, con un memorabile articolo su Il Tempo dal titolo “Requiem per un amico”, lo descrive usando questi termini: “Infaticabile ha amato il giornalismo a cui gli ha dato tutto se stesso. Non ha tradito, non s’è venduto, non s’è arricchito”.
Grande rispetto pertanto ed onori oggi, anche se tardivi, per quello che ha rappresentato ed ancora di più la nostra stima per i valori indelebili professionali ed etici che ha trasmesso a tutti ed ai suoi figli in particolare, accorsi da tutta l’Italia con le loro famiglie per onorare ancora una volta il loro Genitore ed ai quali rivolgo il saluto affettuoso scusandomi se non sono stato sufficientemente all’altezza dell’arduo compito ricevuto.
Lucera lo annoveri, con orgoglio, tra i suoi figli migliori, additandolo come esempio alle generazioni future».
Dott. Vincenzo Bizzarri
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