Riccardo del Giudice, la testimonianza dell'avv. Marcello Prignano
Sabato 4 aprile, Teatro Garibaldi, ore 19:00 - Lucera
Lucera, 15.04.2009 - «Oggi Lucera ha adempiuto un obbligo morale verso uno dei suoi figli più illustri e più fedeli alla sua terra di origine, intitolando a suo nome una piazza del centro storico sulla quale si affaccia un edificio che contiene le testimonianze più preziose dell’antica storia di Lucera: il museo Fiorelli e la pinacoteca comunale.
Don Riccardo avrà ben motivo di essere lieto della scelta di questo sito perché è poco distante dalla “bottega” paterna, della quale frequentemente ed orgogliosamente parlava, e molto vicino all’abitazione di Francesco Piccolo, suo collega di studi ed amico.
Il riconoscimento arriva un po’ in ritardo, essendo decorsi 24 anni dalla sua morte. Mi piace ricordare che il Consiglio dell’Ordine degli avvocati di Lucera, che commemorò Riccardo Del Giudice con la bella parola di Ettore Visciani pochi mesi dopo la sua morte, chiese al Comune di intitolargli una strada, ritenendo che si potesse fare una eccezione al rituale decorso dei dieci anni dalla morte. Il sindaco dell’epoca fu sensibile alla richiesta, ma poi non se ne fece più nulla. Perciò oggi è una bella giornata.
Di Riccardo Del Giudice si è parlato molto ed egregiamente. Nel 2005 lo hanno ricordato sotto diversi angoli visuali il prof. Parlato ed il nostro Paolo Trastulli. Pochi mesi prima della morte, nell'ottobre 1984, la Famiglia Dauna di Roma lo invitò per una conversazione che fu in effetti una ennesima e mirabile testimonianza di affetto per Lucera, dalla quale il suo cuore non fu mai lontano.
Giustamente Ettore Visciani diceva di Riccardo del Giudice che era uno studioso ed un giurista imprestato alla politica. Infatti con la politica, intendendo per politica quella del partito fascista, non ebbe un rapporto facile, anzi direi alquanto travagliato; ed in questo travaglio gli furono compagni alcune figure di primo piano che con lui militarono nel partito durante il ventennio; fra questi in particolare Giuseppe Bottai con il quale condivise anche la responsabilità del Ministero della educazione nazionale.
Ma, come è stato giustamente posto in luce, la personalità di Del Giudice rifulse nella sua illuminata e lungimirante attività sindacale. Probabilmente questa sua vocazione aveva radici antiche, a giudicare dal suo frequente riferirsi all’angoscia che provava da fanciullo nel vedere i contadini all’addiaccio lungo le mura della Cattedrale di Lucera, al tempo della mietitura, in attesa della “giornata”.
Infatti nel 1924, e quindi giovanissimo, così si esprimeva: “Contro la preponderanza padronale vi è la necessità di una forte organizzazione sindacale che mediante la collaborazione delle classi risolva i problemi economici e politici della questione sociale e non disperda il grande contributo portato dalla guerra e dai grandi movimenti popolari del dopoguerra al problema nazionale dell’Unità e della partecipazione del proletariato alla vita pubblica”.
Tutta la sua intensa attività degli anni della maturità fu una coerente attuazione di queste linee programmatiche che si era proposte negli anni giovanili.
In proposito quale avvocato, e quasi come doveroso debito di riconoscenza, desidero ricordare che la legge sul processo del lavoro del 1973 ha un precedente nel decreto legislativo n. 1036 del 21 maggio 1934 che dettava le “Norme per la decisione delle controversie di lavoro”; decreto alla cui redazione collaborò il nostro Del Giudice.
Della legge del 1973 si è parlato come di un evento rivoluzionario; ma per amore di verità va detto che i principi processuali che vi si trovano trasfusi sono per gran parte gli stessi già contenuti nel decreto del 1934 che poi confluì nel codice Chiovenda i cui principi ispiratori della oralità, concentrazione e immediatezza sappiano bene che fine avrebbero fatto.
Del Giudice fu oratore efficace. Per cognizione diretta direi che più che oratore fu un conversatore ed un ragionatore, con un eloquio scorrevole e pacato che, soprattutto quando parlava della piccola patria, raggiungeva forme di lirismo contenuto ma efficace.
In lui si coniugavano la cultura filosofica e la cultura giuridica. Conseguì infatti la laurea in legge dopo il ventennio fascista e la dolorosa parentesi dell’internamento a Padula. Il 18 settembre 1948 si iscriveva all’Albo degli avvocati di Lucera; ennesima affettuosa manifestazione di attaccamento al suo paese. Ed al Consiglio dell’Ordine di Lucera, quando chiuse lo Studio di Roma, donava gran parte della sua biblioteca con libri molto rari.
Dunque Del Giudice fu professore ed anche avvocato, trattando soprattutto di diritto marittimo.
A me, avvocato, ha colpito un episodio narrato da Ettore Visciani che è, fra l’altro, un esempio di deontologia forense in un periodo nel quale questa grossa parola non esisteva, ma esisteva il rispetto fra colleghi. Oggi parliamo tutti di deontologia ma pochi sanno cosa sia il rispetto e l’educazione.

Dunque Del Giudice insieme con Ettore Visciani patrocinava una delicata causa di diritto marittimo davanti alla Cassazione e svolse una arringa È stata ricordata l’azione tenace e coraggiosa, dati i tempi, del podestà Alfonso de Peppo, il cui carteggio mi è stato donato dal figlio Federico e che conservo gelosamente. Ricorderò gli interventi di mio nonno, di Giambattista Gifuni e soprattutto di mio padre, del quale potrei dire, che è stato il “manovale” della restituzione del tribunale, per l’attività capillare e tenace svolta fra la Corte di appello di Bari, i Ministeri e personalità varie, fra le quali spiccava Romolo Caggese che era amico di mio padre ma, soprattutto, era molto amico di Mussolini.
Del Giudice è stata certamente la mente direttiva.
Dell’ultima conversazione di Del Giudice alla Famiglia dauna ha parlato efficacemente ed affettuosamente soprattutto Paolo Trastulli. È bello notare che i ricordi di del Giudice, anche se ancorati alla sua “piccola patria” lucerina non scadono mai in un discorso localistico ma proiettano i fatti e le persone di Lucera nella grande patria. Non per niente Lucera non fu mai infeudata ma sempre partecipe in piena autonomia della vita regionale e nazionale.

Dopo la morte improvvisa di mio padre, Del Giudice continuò ad avere frequenti rapporti, soprattutto epistolari, con me. Ne fui e ne sono onorato. Avevo avuto poche occasioni di incontrarlo, anche se in famiglia era un nome ed una figura ricorrente. E penso che, nella sua squisita sensibilità e con l’alto senso dell’amicizia che aveva, vedeva nel rapporto con me il perpetuarsi di una antica amicizia improvvisamente stroncata.
“Ed ora basta”, diceva don Riccardo nel chiudere la conversazione dell’ottobre 1984 alla Famiglia Dauna; “vi auguro che il sole splenda sempre sulle vostre case e sul vostro lavoro e serene siano le vostre notti sotto la silente luna”.
Non so se si sia reso conto don Riccardo che così dicendo richiamava poeticamente le figure evangeliche della luce e delle tenebre. Chi opera il male ha paura della luce e preferisce le tenebre.
Augurando lo splendore del sole sul lavoro degli uomini Riccardo Del Giudice invitava ad operare il bene, l’honeste vivere, e non il male che ha paura della luce.
E poi chi ha la coscienza tranquilla per avere bene operato, riposa sereno come serena e riposante è la luce lunare».
Marcello Prignano
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