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Quando
il Natale era "Natale"
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(
continua
dalla pag. precedente)
- Quando ancora erano adottate dal buon vicinato, le edicole devozionali
erette allincontro dei trivi erano i punti di stazionamento
della coppia degli zampognari questuanti. Ma il suono delle novene,
recitate in musica malinconicamente lieta, inondava
ogni strada, si aggirava per le pareti di casa, e si sentiva che
era Natale, la festa della famiglia.
Alla vigilia il rito sacrificale imponeva al desco familiare cene
disadorne: vuote scorpelle fritte (le pizzefritte,
come le chiamano a Lucera), baccalà con broccoli e capitone
alla brace. Non si prendeva cibo però, per usanza dantica
data, senza prima consegnare al fuoco frammenti di ogni pietanza
destinati alla Madonna partoriente.
La notte si attendeva il lieto evento in chiesa. Il Re del Cielo
scendeva dalle stelle tra i canti commossi dei devoti,
e davanti al Bambino adagiato sulla paglia della povera mangiatoia
si traeva consolazione per le proprie miserie terrene con il rafforzarsi
della speranza.
Durante la lunga notte ceci e fave abbrustolite segnavano, sulle
cartelle numerate, le tappe verso la fortunata tombola che non
arricchiva, ma era segno apotropaico di un anno prossimo migliore.
Con il gioco delle carte ed il mercante in fiera si
tirava poi la veglia fino allalba.
Ed era ancora Natale, festa della famiglia. Era il giorno di ingegnare
il vestito nuovo, ed offrire così una nuova immagine di
sè durante lo struscio estenuante che menava su e giù
per il viale della Villa. Al pranzo sanseverese, per esempio,
la zuppetta era dobbligo: strati alternati di pane raffermo,
di carne di tacchino sfilacciata, di scariola e di scamorza cotti
nel brodo. E poi i dolci, primi tra i diversi simbolismi a rimarcare,
attraverso la ostentata abbondanza, la volontà di immettersi
in migliori itinerari con laiuto del Redentore: fragranti
e fragili nevole (le crustole lucerine); cartellate condite di
mostocotto o miele; losangiche scarole fritte (le pettole lucerine),
di impasto dolce cosparso di mille perline colorate; e mandorle
atterrate cementate con zucchero e miele. E si bevevano bicchierini
di liquori casalinghi: rosolio al limone, alla menta, allamarena.
La mberta, il dono in denaro destinato ai più giovani,
simboleggiava la dote iniziale sulla quale fare affidamento tutto
lanno; e perché la sorpresa la impreziosisse, era
consuetudine nasconderla sotto i tovaglioli della tavola imbandita.
Era anche quello il momento degli scambi dei doni tra amici e
parenti, prima che la intrusione culturale dellalbero di
Natale ne modificasse il rituale.
Relitto di culti pagani depoca romana, pare tuttavia che
sia la Germania la terra del primo vincolo spirituale dellalbero
di abete con il Natale cristiano. Infatti, un tardo mito germanico
narra che San Vilfredo, nellatto di abbattere una quercia
venerata dai Druidi, vide scatenarsi una tempesta che distrusse
limponente albero dai cui resti spuntò, miracolosamente,
un giovane abete che stava a simboleggiare la nascita di Cristo.
Lalbero di Natale è di recente importazione nelle
nostre contrade. Il suo uso domestico risale, forse, al periodo
immediatamente successivo alla seconda guerra mondiale. Ma la
sua semplicità e versatilità dimpiego nei
richiami commerciali, distaccandolo dalla originale immagine di
emblema della vita infinita, ne ha favorito la rapida
e larga diffusione fuori dellambito familiare, quasi intonandolo
ai diversi costumi che, specialmente tra le nuove generazioni,
accompagnano le feste natalizie. Verrebbe da pensare, così,
che il Natale, con lingresso dellambiguo alberello
di abete, cessi di essere la festa del presepe racchiusa tra le
pareti di casa, per diffondersi nelle strade, nei negozi, nei
ritrovi pubblici, indossando non più il vestito nuovo dello
struscio, ma labito della quotidianità. (continua)
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