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Il
sogno di Libera
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Capoiale,
sulla duna della memoria
I remi
affondavano nellacqua che li avvolgeva come soffice voile,
e nel loro ritmare davano un piacevole suono. Scandivano i liquidi
istanti di quella giornata per scivolare poi sulle vite di ognuno
e correre via nel sole e nel vento. I vogatori spingevano i
due sandali facendoli filare sullacqua. Laria era
quella mattutina, quando il fresco non ha ancora ceduto il passo
alla calura. Due grandi ceste coperte da bianchi lenzuoli troneggiavano
nel mezzo e intorno, su banchetti e piccole sedie impagliate,
cerano i bambini. Le donne erano sedute sul bordo delle
imbarcazioni e guardavano i mariti che conducevano le loro famiglie
al mare. Tutto era lieve, le angustie erano sparite giù
nel fondo limaccioso del lago e sembrava che non dovessero più
riemergere. La leggera brezza muoveva i vestiti come piccole
bandiere al vento. Il nero e il rosso delle imbarcazioni si
rimirava nel verde sfumato della laguna. Le ombrose colline
di mirto e di timo si stagliavano su di essa coronandola fino
al limitare dellistmo che divideva il lago dal mare. Una
folaga sfiorò quasi limbarcazione, e il cane, fino
ad allora accovacciato ai piedi di Giovanni, cominciò
ad abbaiare, ma bastò un cenno del padrone perché
smettesse. Libera guardava suo padre mentre remava, i muscoli
si muovevano ritmicamente, contraendosi per lo sforzo, mettendo
in evidenza quella pelle dorata senza tempo. Fu la prima a saltare
giù non appena la barca di suo padre scivolò sulla
riva vischiosa. Qualcuno le gridò di non allontanarsi
ma lei era già tra le canne. Il sole si era alzato e
inondava completamente quel paesaggio lacustre. Dagli eucalipti
giungeva il frinire delle cicale, messaggere di luce e di caldo.
Le donne e i bambini erano sbarcati su quella riva di vacanza,
mentre i papà tornavano al lavoro. Avrebbero smesso per
lora di pranzo per ritrovarsi in famiglia. Libera camminava
davanti a tutti, non voleva perdere un solo istante di quella
giornata. La sabbiosa stradina che percorreva listmo conduceva
alla pineta, lì si fermarono, vicino ad un cespuglio
di lentisco. Libera staccò una bacca e la odorò,
sapeva di mare e di vento. Le donne indossarono leggere vestaglie
e portarono con sé le canne e le lenzuola. Attraverso
la stradina che costeggiava le dune arrivarono in spiaggia.
Larenile era deserto, erano gli unici ospiti. Le bianche
lenzuola furono trasformate in parasoli per proteggersi dal
cocente sole.
Libera era salita sulla duna più alta e da lì
osservava quella piccola allegra banda. Sua mamma indossava
un vestitino azzurro, sembrava una giovane sirena e da lontano
la chiamava: Libera vieni a fare colazione. Ma lei
non scendeva, appollaiata sopra la duna si godeva lo spettacolo.
Era come in trance e la sua anima sembrava fondersi con quella
sottile sabbia. Le voci le arrivavano attutite e la calura sfumava
le immagini. Libera! Vieni! Cominciò a scendere
ma un ciuffo derba la fece incespicare, cadde a faccia
in giù e cominciò a scivolare per il pendio della
duna. Si lasciò andare, era così piacevole quel
viaggio. Quando fu arrivata tutti risero, ma poi i bambini la
imitarono. Scivolare dalla duna era diventato un vero divertimento.
Fino a che il mare non ebbe la meglio e col suo refrigerio li
prese tutti fra le onde.
Ora era di nuovo là, ma la duna era quasi scomparsa,
mozzata dallo scempio di una casa abusiva e larenile si
era incredibilmente ristretto. Salì piano sulla parte
rimasta, provò a chiudere gli occhi e a vedere col cuore.
Voleva rivivere quella giornata, anche se erano trascorsi molti
anni. Ora da sopra la duna vedeva la leggerezza di quella giornata
e suo padre che arrivava con la fatica sul volto, la gioia nel
cuore, e la chiamava. Ma lei non scendeva, aveva paura di aprire
gli occhi, sapeva che una volta aperti niente sarebbe stato
come prima.
Rita
Pelusi
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