Tra
antico e moderno: gli ultimi echi del Natale Cristiano
Nella memoria
popolare si va sempre più attenuando leco della
festività natalizia cui si accompagnava, in una vaga
atmosfera di religiosa attesa, la potenza suggestiva di usanze
domestiche e di lente liturgìe scaturite dai sensi
fattisi anima. Erano intimi raccoglimenti penetrati dagli
aromi di rustiche pietanze e dalle lievi volute di fumi dincenso
vaganti, con le serene note di una ninna nanna, per fuggevoli
volte di chiese confidenti.
Festa ornata dingenuità, forse. Ma il Natale così
era: festa di semplicità, di quieta poesia della famiglia
finalmente riunita nellattesa del Cristo Redentore che
irrompe negli spazi della natura umana per illuminarne il cammino
verso la speranza rigenerante. Insomma, il Natale era nellaria,
quasi creatura corporea, testimone di una pietas cristiana che
nellamore per il prossimo attuava evangelici princìpi
di solidarietà umana.
A San Severo (così come in molte città della Capitanata
ricorderete) precedeva la festa, tra i preparativi dobbligo,
lallestimento del presepe che nelle dimore di più
larga prosapia occupava, per consuetudine, langolo del
salotto buono. Ma andava bene uno qualunque degli altri angoli
della casa, purché rispondente allesigenza di un
confortante colpo díocchio. Nelle abitazioni più
umili, costituite non di rado da un unico locale al piano terra,
che un gioco di tende trasformava in cucina, camera da pranzo,
camera da letto, si preferiva la vetrina dingresso, dietro
alla quale essenziali scene della Natività rivelavano
al mondo che anche in quella famiglia di pochi mezzi si attendeva
la nascita del Ninno con rinnovata cristiana fiducia.
E tuttavia, dal semplice gruppo di cartapesta, di cera o di
gesso, raffigurante la grotta con sacra famiglia bue ed asinello,
al composito presepe di pregiate eterogenee statuine lignee
di scuola napoletana, inserite in complesse scenografie allargate
a contesti sempre più distanti dalla originale realtà,
tutto era un vivace ingegnarsi nella riproduzione di momenti
di vita che la fantasia andava sistemando con sciolta libertà
storica. Spesso scintillante per artificiosi lapislazzuli e
inserita in paesaggi fiabeschi compresi tra castelli medievali,
ruderi di antichi templi, specchi dacqua e cime innevate,
la grotta era meta di una umanità variopinta estratta
da epoche diverse: preti e monache oranti, notabili paludati
e servienti, dame in carrozza e cavalieri catafratti uniti a
popolani, artigiani, pastori e greggi le più promiscue
e pittoresche. Si piegavano alle bizzarrie delle mode perfino
San Giuseppe, la Madonna ed i re Magi, sovente agghindati con
barocca ricercatezza.
Dalla fissità dellinsieme compositivo, conchiuso
spesso da cieli notturni punteggiati di argentei asterischi,
dai quali immancabilmente pendeva, sulla verticale della vuota
mangiatoia, la luminosa stella caudata, si levava comunque una
certa sospesa atmosfera di miracoloso evento che la sparsa eco
di motivi natalizi contribuiva ad esaltare. Provenienti dalla
terra dAbruzzo, forse seguendo le antiche vie erbose
aperte dalla transumanza, calavano infatti in terra di Capitanata
suoni e costumi di zampogne e zampognari. E tutto negli zampognari
sapeva di neve e di Natale. La loro caratteristica tranquilla
immagine, con cappello a cono, pesante cappa avvolta sul corpetto
di lanosa pelle di pecora e gambali intrecciati su ciocie di
ispido pelo caprino, era preceduta dalle acute note della cennamella
che limpide zampillavano sui toni gravi, continui, della zampogna.
(continua)