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La tavola di Natale vista da Beppe Barra
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Tra "minestra maritata" e le usanze divorziate

Il popolare attore e cantante (che forse potremmo avere a Lucera il prossimo anno in occasione di un particolare evento) racconta al "Mattino" di Napoli il “suo” Natale da piccolo, che sembra essere uscito da un'antica favola.
Il Natale di una volta! Me lo ricordo con tanata nostalgia, il Natale di una volta… Il Natale di qand'ero bambino! Lo aspettavamo con ansia, nella nostra casa di Procida, che era posta sulla Terra Murata, a picco sul mare. Quando scendeva la sera, qualche lumino acceso sul presepe riusciva ad armonizzarsi perfettamente con l'illuminazione a petrolio della stanza, rendendo l'atmosfera di attesa sempre più misteriosa e ovattata, come se si fosse tutti rinchiusi tra pareti di sughero. Poi c'erano gli odori. Indimendicabile quello della colla di pesce, usata per costruire il presepe.. Ma si dileguava presto, scompariva rapidamente, pechè veniva, comunque, sopraffatto dai profumi provenienti dalla cucina. È lì che si scatenava la gara tra le donne della casa. Quante donne aveva la casa! Donne che badavano solo alla casa. Quante zie! Quante nonne, longeve, arzille ed estrememente efficienti! Tutte assieme si scatenavano nel preparare mille cose, litigando per la precedenza nell’uso antico dell’unico “forno di campagna” disponibile. La “bagarre” avveniva specialmente con i dolci. Era lì che la competizione durava più a lungo e assumeva i toni più aspri. Torte di vario tipo e di varie dimensioni, paste di mandorle, roccocò, susamielli, raffaiuoli e sperlonghe di “struffoli”, imbandierati di corallini multicolori, come nelle feste di Piedigrotta. Qualche volta, una delle nonne preparava anche i dolcetti che si chiamavano “Divino amore”: non ho mai saputo l’origine di questo nome, ma mi fa piacere credere che fosse per il loro sapore. Erano favolosi. Di tutto il pranzo di Natale - minestra maritata, pollo, l’immancabile capitone - la pietanza che mi colpiva più di tutte era l’insalata di rinforzo, a base di cavolfiori lessati e conditi con olive, acciughe e tutte le verdure che, conservate sott’aceto, costituiscono la “giardiniera”. Confesso di avere le idee confuse anche sul perché l’insalata di “rinforzo” si chiamasse così: penso perché servisse a stimolare l’appetito e quindi a “rinforzare” la mangiata natalizia. Di certo ricordo che non la si mangiava mai tutta, ne rimaneva sempre un bel po’; il giorno dopo tutti andavano a piluccare le olive, le acciughe e la “giardiniera”, per cui, alla fine, il piatto si riduceva a un mucchio di cavolfiori dall’aria triste e abbandonata. Poi c’erano le “ciociole”, frutta secca, noci, nocciole, mandorle, fichi bianchi e neri, le castagne dette “del prete”, uva passita. Molte delle “ciociole” erano frutto della raccolta che facevamo noi da bambini andando a chiedere la “’nferta” presso tutte le case. La brigata dei questuanti doveva essere, per consuetudine, guidata da una vecchia vergine, alla quale veniva affidato l’incarico di vestire ogni Natale il Bambino Gesù che si trovava nella chiesa di San Michele. La comitiva andava in giro bussando alle varie porte, ad ogni sosta così salmodiando: «che ‘nferta me faje, cara Signora, si ciente vote all’ora te chiammavo? Fangela ricca, fangela bona, Ca’ Ddio te la perdona. Te la perdona a nuje, a tutte quante. Stienne lu tavulone e fatte avante». La messe non era ricca; noi ragazzi raccoglievamo soprattutto “ciociole” e il che ci contentava e ci divertiva. Oggi l’antica usanza non c’è più. La globalizzazione la sta sostituendo con Halloween, la “festa delle cocozze” importata dall’America. Peccato, varrebbe la pena di tornare alla nostra “n’ferta” casalinga che riusciva a farci divertire con così poco. Il Natale di una volta! Si mangiava tanto a Natale! Come era ricca la tavola! Si dirà che anche oggi la tavola del Natale è ricca, ed è certamente vero. Solo che a quel tempo una tavola così la si poteva imbandire soltanto durante le feste. Oggi chiunque può imbandirla in qualsiasi mercoledì di un qualsiasi mese di aprile; non è la stessa cosa! E poi oggi si trova tutto quello che serve. A quei tempi, invece, il negozio del fruttivendolo era come un calendario: bastava dare un’occhiata alla merce esposta e potevi dire in che mese ti trovavi. Questi erano gli orologi naturali e ti aiutavano a vivere il trascorrere del tempo. Di questi tempi invece si sente dire, sempre più spesso: «È passato un altro anno e non me ne sono accorto!». Ciononostante, Buon Natale e Buone Feste a tutti quanti!

Eduardo Gemminni



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