|
|
|
Lucera
sa chi è Michele Siniscalchi?
|
Vai
all'argomento principale | Vai
all'indice
|
Uno
scrittore poco noto alla Lucera attuale
Iniziamo
oggi la pubblicazione dei racconti dello scrittore lucerino Michele
Siniscalchi tratti da libro I Deboli, piccole scene
della vita pubblicati nel 1893.
Avvertenza
al lettore.
Questi bozzetti o quadretti, o piccole scene della vita che si
voglian dire, furon tutti pubblicati nei giornali leterarii dItalia,
i più nella Gazzetta letteraria e nel Capitan Fracassa,
fra il 1883 e il 1886, insieme a moltissimi altri che, probabilmente,
non avranno lonore di essere ristampati. Ma qui il lettore
potrebbe rivolgermi due domamde. Perché non feci prima
il volume? Perché lo faccio ora? Rispondo subito. Una crudele
infermità mi ha tenuto molto tempo lontano dal campo della
letteratura militante, e mi ha impedito, e in certo modo mimpedisce
ancora, di fare qualcosa di meglio, di più forte per fattura
e per mole. A che dunque poteva giovarmi un carezzovele ritorno
sulla fecondità passata se non a rendermi più odioso
lo sterile presente? Ora, tornato il desiderio, torna laffetto
per queste mie creature: e in esse, e nel giudizio che ne aspetto
dal pubblico, cerco lena e speranza per lavvenire. E il
titolo? Perché i deboli? Perché questi componimenti,
fra i tanti da me pubblicati, mi pare che abbiano unintonazione
particolare e un vincolo comune: vi si trova quasi sempre un sentimemto
mite, buono, qualche volta generoso, che è come il segno
costante di una debolezza dellanimo; ma di quella debolezza,
che vien dallaffetto e non dalla passione, che fa spesso
sorridere di compassione o di sprezzo, ma che spesso val più
e meglio di certe finezze ostentatamente austere, egoistiche ed
ammirate. (Lucera, Natale del 1893 - M. Siniscalchi)
DUBBIO
Lavvocato Dobelli
stava nel suo studio, seduto dietro alla scrivania, tutto assorto
nei calcoli. Lo studio era piccino, un po pesante, quasi
uggioso, col soffitto nero, e gli scaffaloni enormi oppressi
da libracci polverosi e da pacchi di manoscritti ingialliti,
fin su in alto che bisognava ascendervi con la scala di legno;
una sola parete restava libera, e ci erano attaccati due quadri
brutti, due litografie: uno rappresentava la famiglia reale,
e laltro gli stemmi della città dItalia.
Sotto cera un divano lungo ed ampio, con la stoffa verde,
un po ammaccato qua e là per la continua pressione.
La scrivania era tutta ingombra di carte: mucchi di pratica
in fascicoli, lettere aperte, con buste accanto sventrate, intimazioni
e protesti. In mezzo emergeva un calamaio colossale di bronzo:
ci era una piccola lampada a spirito, una bacchetta di ceralacca
e un suggello; qua e là dei fermacarte dalabastro
e un sasso antico di Murano. Lavvocato aveva tirato per
metà un cassetto, ci aveva appoggiato su i gomiti, restando
con al schiena curva, con volto chiuso fra le palme e gli occhi
fissi sopra un foglio disteso sulla scrivania: era un atto di
procura, che gli pareva non andasse troppo in regola, e che
studiava con grande attenzione. Dallusciuolo aperto, che
dava sulla terrazza, penetrava un raggio di sole, che metteva
una nota gaia in quella tristezza dellambiente: scherzava
nella striscia bianca del pavimento, e rideva; pareva un biricchino
che accoccolato per terra, ghignasse di fronte allavvocato,
così assorto nella sua lettura. Di fuori, sulla terrazza,
diventava gigante, più grande, più grande sempre,
con le braccia immense, che cingono la terra: lui in alto, con
la faccia irrequieta di ubriaco sublime, con lunico occhio
terribile che acceca. A quellora di mezzogiorno si sentiva
il fremito della via piena che si diffondeva torbidamente per
le vie della città, brulicante di sotto. La terrazza
era come isolata, al di sopra di altre terrazze digradanti con
lieve pendio: sul muricciuolo, che correva intorno, ceran
dei vasi pieni di fiori comuni e di erbe aromatiche: dei garofani
e delle rose dogni mese, qualche gelsomino e una magnolia
colossale; poi grosse macchie verdi di menta e di basilico,
di prezemolo e di cedratina; in un angolo, in fondo, cera
un limone giovane, che ostentava i germogli imbalsamati. In
quel momento cerano due bambini che riempivano laria
dei strilli acuti inseguendo le farfalle, che con lalucce
dorate scintillavano al sole giocondamente. Uno era maschio,
un bellangioletto biondo di forse quattranni, quasi
nudo, con una vesticciuola corta di mussolina, scutrettolando
tutto allegro e felice: era un nipote dellavvocato. Laltro
era sua figlia, quella bella bimba di sette anni, così
graziosa, così elegante, che pareva già una signorina;
aveva gli occhi azzurri della povera mamma morta, i capelli
castani, in anella fini, dolcissime. Il visino, per solito un
po pallido, era animato in questo momento, tutto acceso
al sole; lei si divertiva un mondo a quel giuoco delle farfalle
che non le riusciva dacchiappare, e per ogni nuovo fiasco,
eran strilli e scatti di allegria sfrenata. Poi furono stanchi
e si gettarono per terra a un tratto, sul lastrico infocato,
grondanti di sudore ansanti, quasi febbricitanti: eppure ridevano
ancora. Le farfalle svolazzavano intorno ad essi, rapidamente,
come per burlarsi di loro. Il piccolo Oscar si sollevò
un poco, restando con una mano appoggiato a terra, e con laltra
cercando di acchiapparne una; ma lo sforzo inutile lo fece ricadere
pesantemente con le anche sul lastrico. - Ah,canaglia! - gridò
lui indispettito. La Gigia dette in un altro scoppio di riso.
Dopo, una farfalla si era posata un momento in testa alla fanciulla,
ed era scappata via subito. Lei allora si era levata di botto,
riconquistata da quella foga incessante, da quel desiderio insodisfatto:
e Oscar con essa. Ma gli sforzi erano vani: la farfalla la sapeva
più lunga di loro. Quando si riposarono unaltra
volta, Gigia osservò: - Ci vorrebbe un foglio di carta.
- Per far che? - Vedresti. Si getterebbe loro addosso, come
una rete. - E perché non lo domandi allo zio? La fanciulla
lo guardò esitante. - Vuoi andare tu? - domandò.
- No, no - si schermì Oscar. - E perché? - Ho
paura. - bene, andrò io. E andò. Il padre, quando
se la vide avvicinare adagio, quasi diffedente: - Che vuoi?
- le gridò con una certa asprezza. Lei restò male
e non rispose. - Dì, che vuoi? - Un foglio di carta-.
Lavvocato scattò: - Va via, non mi seccare -. Gigia
scappò rapida; poi, uscita fuori, ruppe in singhiozzi.
Oscar le corse vicino, e voleva sapere. - Mi hai sgridata. Papà
brutto, brutto!
- gemeva dolorosamente. Lavvocato
intanto sera subito pentito dellatto brutale. Ma
che ci poteva fare lui? Allaccostarsi di quella bambina
egli si sentiva rimescolare il sangue e non sapeva vincersi,
unico ricordo vivo, di un dramma domestico, che si era svolto
silenziosamente, quasi inavvertito. Da quatro anni, prima ancora
che morisse sua moglie, egli combatteva una lotta incessante
con se stesso; ma lotta feroce in cui da sé si lacerava
le sue piaghe e si strappava il cuore: fra il dubbio e la fede,
fra tutte le basse violenze di un odio, che non perdona, e i
sublimi slanci della paternità. La colpa di sua moglie,
scoperta ad un tratto fra le lacrime di lei e la fuga vigliacca
di Emanuele, egli avea spezzato il cuore; lui che nel primo
impeto del dolore avrebbe trasceso a chi sa quali violenze,
dopo avea perdonato, senza rimproverare e senza discutere. Così
aveva visto scioglersi rapidamente la bellezza di Isabella,
e sperdersi la sua vitalità infranta dai rimorsi e dal
dolore; laveva vista languire lungamente e spegnersi,
immisericordioso. Con la morte avrebbe potuto dileguarsi ogni
risentimento; ma lui non poteva, chè, quella bambina
crescente come un fiorellino, e rifiorente nella bellezza morta
della madre, era sempre là a testimoniare la sua vergogna,
a ricordargli i suoi dolori. Che sapeva lui se fosse veramente
sua figlia? Un pensiero instintivo diceva di no; uno spirito
maligno gli martellava il dubbio atroce nel cervello e minacciava
di farlo impazzire. Emanuele difatti, era stato sempre per casa,
anche prima che sposassero, e Gigia non era nata che due anni
dopo il loro matrimonio; che Isabella sera abortita dun
primo bimbo. Dunque essi avevano avuto tutto il tempo di disporsi
e di decidersi al tradimento, calpestando tutte le leggi sante
dellamicizia e del dovere. Al letto di morte dellinfedele
egli aveva invocato quella confessione, che ella non poteva
rifiutare; aveva domandato, con lanimo straziato, se quella
creatura era il frutto esacrato della loro colpa. E lei aveva
negato con orrore!
Ma chi sa se non aveva mentito per
pietà della figlia, per timore di legarle un funesto
retaggio di odio e forse di vendetta? Il poveruomo, allinvasione
di tutti quei ricordi che lo stringevano dentro come in un cerchio
di ferro, senza aver egli la forza di spezzarlo e di liberarsene,
si sentì accasciato, soggiogato dallangoscia. Una
intensa sensazione di dolore gli saliva dal cuore alla gola,
ed egli pianse silenziosamente. Richinò la testa da una
parte, abbandonandosi sopra un braccio, e il suo viso bianco
si sconvolse nella contrazione. Egli pensò allora che
aveva quarantanni, e disperò: gli pareva daver
vissuto tanto tanto, e si sentiva vecchio. Che restava a lui?
Quella bimba che lo avrebbe compensato di tutti i suoi dolori,
che egli avrebbe idolatrata, e che invece era costretto ad odiare.
Oh, se avesse potuto credere, se il suo cuore avesse parlato
una volta a rivelargli il gran segreto, oh quale felicità!
Oh, come disperatamente si sarebbe afferrato a lei, in quella
demolizione delle sue vigorie e delle sue passioni! I bimbi
intanto avevano ripreso di fuori il loro gioco prediletto: si
sentivano gli strilli della lotta disuguale, che li metteva
in orgasmo. Una libellula biricchina li faceva correre da più
di mezzora; pareva capisse il gioco, e andava sempre intorno
rapidamente senza mai posarsi e senza allontanarsi di molto,
con mille giri e rigiri che era un turbinio. Gigia si era incaponita
questa volta ad afferrarla, e correva dietro allanimaletto,
che scintillava al sole, per le alucce a colori vivi finissimi.
Oscar correva dietro alla cugina tutto scalmanato, con la vesticciuola
corta, mostrando le gambette grassocce. Ad un tratto la libellula
parve stanca: si posò un istante sopra un vaso di basilico,
poi cadde giù fuori del parapetto e non si mosse. I bimbi
si fermarono sospesi: quella soluzione non lavevano preveduta,
ed ora ne erano contrariati. Si guardavano in volto indecisi.
Oscar sorrideva con quel faccione sudato di mela appiola: Gigia,
tutta rossa anche lei, coi capelli in disordine sugli occhi,
ansava. - Adesso vado a prenderla - disse a un tratto al cugino
che aspettava. - Va! - rispose laltro tutto felice. Gigia
non esitò. Si puntellò con le mani al muricciuolo,
arrampicandosi coi piedi alle scabrosità. Quando fu sopra
dritta, raggiante al sole nel suo vestitino bianco, dette in
giro uno sguardo al trionfo. Oscar batteva le mani per la contentezza.
Lei si lasciò andar giù pian piano, per non spaventar
la libellula, ma questa subito savvertì, e si mosse
La fanciulla ristette immobile. Linsetto sandò
a posare un po più in là, sullorlo
del cornicione. Questo era molto stretto, ma pareva largo pei
rovi che ci erano cresciuti davanti, a la tenue sporgenza dei
tetti. Di sotto ci era labisso, Gigia guardò un
istante la farfalla, e non si mosse, avendo paura di avanzarsi;
ma poi fu presa da un impetuccio di dispetto, e volle tentare
ancora. Allora per andare più cauta, si accoccolò,
e cominciòad avanzare lentamente, quasi insensibilmente
verso la libellula, con la mano distesa, trattenendo il respiro:
il cornicione cigolava lievemente sotto il peso, e si screpolava.
Quando Oscar, che era rimasto a qualche passo dal muro, non
vide più la cugina, invaso ad un tratto da una paura
irragionevole, cominciò a gridare: - Gigia, Gigia
-.
Accorse lavvovato, e vide subito. Gigia, anche lei sorpresa
dalle grida del cugino, sera fermata rialzandosi; ora
sera voltata, e guardava il padre, attonita, senza osare
di muoversi. Lavvocato capì il pericolo, forse
lesagerò, e inorridì. Si sentì ad
un tratto invadere da un impeto di pazzo terrore
- Non
ti muovere, - gridava - non ti muovere!-. La creatura non si
mosse: era diventata pallidissima, e tremava tutta, col presentimento
di un pericolo ignoto, ma grande. Lui si avvicinò al
muro, si spenzolò fuori col corpo, e stese un braccio.
- Dammi la mano - disse con voce tramante, conquistato da una
commozione indomabile. Gigia gli dette una mano: lui lafferrò
con ambo le sue, e lattirò a sé con violenza.
La fanciulla per limpeto stava per precipitare. Quando
fu presso al parapetto, egli la sollevò di peso, e la
chiuse fra le braccia in una stretta disperata, singhiozzando
e gemendo: -figlia mia, figlia mia!
-.
E.Ge.
|
|
|
|