Le rovine
Per volere dei santi numi,
Servio vi pose custodi
della città di eterno spirito.
La stessa Roma egemone
scardinò la cinta;
il Tempo impietoso,
artefice di gloria, di rovina,
e di sospiro inquieto,
la logorò negl’anni.
Non vedete più il cielo.
Oggi siete prigioniere
di questa stazione,
né la gente vi degna
del suo sguardo:
non c’è tempo,
bisogna correre veloci
a prendere la metro!
Oggetto di arredo
per il McDonald’s qui a fianco.
Vetri di bottiglia infranti,
qualche mozzicone spento,
la puzza di piscio,
una targa affissa
racconta la vostra storia;
la memoria è preservata.
Questo è il vostro compenso,
Povere vecchiette!
A voi la dignitosa pensione,
per voi che foste erette enormi
fin lassù, dove volava la grande aquila reale.
È inevitabile che il mio pensiero ritorni,
come piccolo falco al suo nido ancestrale,
all’antica città dauna,
che di luce era il suo passato.
Le possenti mura,
serravano fortemente
la ben nota fama,
che il fedele leone,
dalla giovane criniera,
si guadagnò contro
il Sannio, nemico astuto,
prima che la corona sveva
edificasse la sua dimora
sul colle più alto,
e prima che il duomo
di Nostra Signora Assunta
fosse innalzato dagl’Angioini
sul sangue saraceno.
Oggi le rovine,
pennellate dal sangue
del sole morente,
cingono appena
la grande fame di lavoro
e la meschina indifferenza,
che mal si nascondono,
non solo per viltà,
tra palazzi crollati e crollanti,
appuntati e cementati,
tra macchine sfreccianti
sui viali ben sistemati,
tra giovani ben vestiti e festanti
nei pochi pub di questa città.