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La speranza è sempre l’ultima (o la prima) a morire?
La Letteratura: Arcobaleno cromato di Emozioni di Pace, Lingua di Terra nel Mare-Muro Rosso Mediante la quale Abbattere le Frontiere tra Oriente e Occidente ed Erigervi i Confini del Passato rispetto al Presente e al Futuro

Lucera, 23.09.2009 - Oserei esordire questa sorta di rendiconto consuntivo, per usare un termine economico-aziendale, circa la serie di incontri culturali che si sono avvicendati in queste sere nelle piazze più suggestive di Lucera, con una frase dal significato profondo, formulata dal celeberrimo autore siriano Saadallah Wannus e citata dal moderatore arabo-palestinese Mustafa Qossoqsi nella puntata di apertura ufficiale del Festival: «Siamo condannati alla speranza!».
Ebbene sì, desidererei partire proprio da questa mera esclamazione, per volgere lo sguardo, invito che lancio anche a quanti non hanno preso parte a questa rassegna, che io definirei, usando un’espressione un po’ bassa e forse anche un po’ volgare, Ballarò (mercato) di discussione sul tema dell’adolescenza, verso un qualcosa che non è tangibile e sensibile di tatto, dato che ci troviamo di fronte ad un’astrazione ovvero ad un sentimento ragionevole, la speranza appunto, speranza intesa quale desiderio tanto agognato, che ci si aspetti un giorno possa divenire realtà, speranza che, soprattutto in caso di non raggiungimento dei fini prefissatisi, porta ad una rassegnazione che forse rende ancora più pentiti di averla tratta da qualche entità superiore, un avo, un genitore, il proprio Dio, il condottiero politico del proprio paese, ecc. e di averla tenuta in serbo, poiché il dolore e la contrizione che si provano quando si ci accorge che è risultato vano alimentare tale ardore nel proprio cuore per così tanto tempo, è troppo struggente per decidere di tramandarla alla propria prole oppure ai posteri attraverso la letteratura.
Giovedì 17 settembre, ancora una volta il Teatro Garibaldi a fare da scenografia all’evento inaugurale del Festival, posizione quest’ultima diversamente assunta dalla stupenda Piazza Duomo in cui è ubicata la trecentesca Basilica Cattedrale, già moschea all’epoca dell’impero svevo-federiciano, se le condizioni atmosferiche fossero state effettivamente settembrine e non di già più adatte e frequenti durante la stagione autunnale; ancora una volta le stesse categorie di ascoltatori, di tanto in tanto calatisi nel ruolo di intervistatori dell’ospite della serata. A stravolgere questo schema piuttosto standard, che al contrario avrebbe reso il Festival un po’ monotono, sarà proprio il timido scrittore, nonché autore del libro “Arabi danzanti”, di cui molte copie sono state largamente acquistate seduta stante e diffuse tra i lettori presenti in sala, il quale forse si sarebbe sentito molto più a suo agio nel “Salotto di Pietra” di cui sopra, soprattutto dopo aver appreso del radicato legame che intercorre tra le proprie origini arabe e la nostra terra, la nostra desiderata Lucera, a detta dello stesso Sayed. Alla “tavola rotonda”, oltre allo scrittore, sono presenti: il moderatore Mustafa Qossoqsi, anche lui palestinese e testimone del mancato riconoscimento della loro identità nazionale, Maria Assunta Tutolo, cantastorie, dalla voce suadente e accalappiante, e la traduttrice di lingua araba, nonché interprete in gambissima di lingua italiana, la fascinosa, dal punto di vista del suo estetismo culturale ben evidente, Anjela Al-Raies.
Ad introdurci a quella che sarà la trattazione della serata, è Mustafa Qossoqsi, dotato di un ampio vocabolario italiano e di un ricchissimo bagaglio culturale locale non alla normale portata di uno studente che trascorre un non lungo periodo di tempo all’estero, che gli ha permesso di puntare l’attenzione, in maniera microscopica, al periodo adolescenziale vissuto in maniera del tutto mortificante da un ragazzo quale Sayed che, anziché concentrarsi sull’analisi generica della propria sessualità ed anche indagine introspettiva che gli avrebbe consentito di scavare nel proprio intimo, per poi scovare quella maledetta felicità di cui si ha bisogno necessariamente per tirare avanti nelle relazioni sociali, cerca di viaggiare all’esplorazione di un universo cognitivo di una identità che invece ha a che fare con una mancata coscienza nazionale che, logicamente, porta a sentire il bisogno di guardarsi dentro, carpendo e cercando di capire dove siano state piantate le proprie radici generazionali, di carattere non solo sociale e di appartenenza ad una nazione piuttosto che ad un’altra ma anche di natura morale e filosofico-ideologica.
Ed ecco che viene naturale, d’ora in avanti, focalizzare la propria riflessione e comprendere appieno, senza cioè la mediazione di alcun mezzo di comunicazione di massa, come si suole chiamarli gli organi di stampa, nostri informatori circa il tutto e niente molto spesso, quella che è un’altra questione scottante, diplomatica e militare in Palestina-Israele, parallelismo quest’ultimo, rispetto alla problematica minore dell’adolescenza, dalla quale pur sempre scaturiscono degli effetti sconcertanti sul futuro di ciascuno, che è venuto ad emergere ad ogni appuntamento della kermesse culturale, così da poter contrassegnare ciascuna conferenza, rispettivamente: Palestina-Israele / Arabi-Sionisti / Adolescenza secondo Kashua; Il boom delle ideologie rivoluzionare nel ’68 / Stasi dell’età adolescenziale nel terzo millennio / Adolescenza secondo Lidia Ravera; Lavoro nero / Morti bianche / Le pene del primo amore / Adolescenza secondo Anna Pavignano; Il falso caso dell’impudica Meryem / Le donne in un viaggio solo andata verso Istanbul / Turchi contro Curdi / Adolescenza secondo Livaneli ed infine Barbarie ed Amore-Adolescenza vissuta e testimoniata nelle carceri secondo René Frégni.

Proprio così, Sayed Kashua, per sciogliersi un po’ e rompere la cortina di ghiaccio che si è eretto per sentirsi meno in soggezione, ha cominciato il discorso parlando della nostra Lucera come di un paese che lui ha sempre immaginato e che gli è familiare, congetturando l’ipotesi che i ponti con il mondo arabo-saraceno, innalzati all’epoca del Magno Imperatore Federico II, non siano mai stati tagliati e che probabilmente lui sia stato rapito ivi dai suoi genitori e trapiantato in Israele.
Una fantasticheria, quest’ultima, che ha provocato un riso dolce da parte del pubblico, in segno di asserzione circa il sentirsi fortemente sensibilizzati da un giovane come lui che, allo scopo di evadere da un mondo che non gli è proprio, e che lo ha così abbeverato di false speranze da non volere più nutrire oggi quella sete e quel desiderio di esaurire l’arsura di fiducia in un capovolgimento degli eventi e, conseguentemente, ad infonderla ai suoi figli, da fargli cercare disperatamente un rifugio confortevole, arrivando a pensare addirittura di comprare casa da noi e trasferirsi qui definitivamente o in attesa che gli venga riconosciuta la sua nazionalità israeliana. Ed ecco che inizia a parlarci di come ha vissuto la sua adolescenza, lui, un misero arabo proveniente da un villaggio che per diventare un bravo ingegnere di armi di distruzione di massa (almeno questa era quello che desiderava e che si aspettava suo papà), si trasferisce a malincuore in una città più grande, dove frequenterà un collegio ebraico, al fine di approfondire ovvero venirne a conoscenza per la prima volta straordinarie discipline. Un soggiorno di studio, quello di Sayed, che lo renderà ancora più schiavo di questa esasperante ricerca della felicità, da cui trascenderà un tale condizionamento da parte dei coetanei ebrei circa le loro mode e le loro tendenze, di emulazione dello stile di vita occidentale, una conduzione della propria giovinezza questa che è tanto progressista quanto distruttrice dei più alti valori morali e che, rispetto alla tradizione fin troppo conservatrice del villaggio di Beit Tzafafa in cui vive la sua famiglia, è all’altra estremità, da fargli considerare allo stesso Sayed, lontano dalla sua isolata terra, l’idea di ripudiare e di rinnegare le proprie origini, ad esempio ritenendo da quel momento in poi la musica araba antica rispetto alla musica pop ascoltata dai suoi amici-nemici, tanto da esortare il padre di metterla a tacere ogniqualvolta la si ascoltava in macchina.

Sotto certi aspetti, quindi, il romanzo “Arabi danzanti”, accolto con clamore da parte della categoria di lettori di estrazione ebraica, meno da parte da parte degli stessi compaesani di Sayed, che lo hanno ritenuto un traditore della propria patria nonché capro espiatorio di una cospirazione, di un complotto ordito alle spalle di loro stessi assieme ai capi del governo sionista, per infangare ancora di più e cancellare del tutto la porzione della popolazione che abita nei territori d’Israele di religione musulmana, è una narrazione che ha come fonte d’ispirazione la biografia dello stesso autore palestinese, il quale molto si è dato da fare, invece, per dar voce alla minoranza della quale fa parte, ai fini di una maggiore apertura del mondo ebraico verso il mondo arabo, che non è l’erba della quale ogni volta se ne fa’ un fascio circa la causa primaria del terrorismo internazionale ai danni dei paesi occidentali, ma che deve essere riconosciuta quale facente parte dell’amalgama etnica che ha fatto sì che oggi poi tutto il mondo fosse una Torre di Babele, così da accelerare il processo di diserzione da parte di tutti quei militanti che combattono ai fini della ridefinizione dei confini geografico-politici dei due stati.
Accomiatandosi il Kashua col sogno di poter percepire anche nel suo paese un giorno quell’atmosfera di calma e di pace che ha ritrovato fra le cinta murarie della nostra città, condividerà anche lui il pensiero del suo connazionale Mustafa alle parole che la speranza costante ed assillante sia veramente la causa della loro condanna all’infelicità e ad una morte dell’anima che si va via via approssimando, che è poi l’apostrofe con la quale ho inteso cominciare questa dissertazione.
Venerdì è invece la volta dell’autrice dello scandaloso romanzo “Porci con le ali”, il primo da lei pubblicato, la rivoluzionaria, per certi versi trasformista e per di più narcisista quanto a lei adolescente, Lidia Ravera. Nell’oscurità illuminata (bell’ossimoro vero?) delle mura di Piazzetta del Vecchio, sita nel cuore della città e raggiungibile attraverso viuzze caratteristiche dalla particolare pavimentazione fatta di ciottoli di media grandezza (forse inadatti e meno armonici rispetto ad altri slarghi e piazzette e viuzze), un lavoro di restauro che ha rivestito questi posti di un’antica aura, refrigerati da un venticello fresco a tratti piacevole e a tratti tagliente, si è discussi circa il tema primario di questi eventi culturali che, come già detto in precedenza, si connette con altre tematiche sociologiche ma anche storico-politiche, presentandoci, la Ravera, l’ultima sua fatica letteraria, a sua stessa detta frutto di una sorta di operazione di copia e incolla dai quaderni e diari scritti all’epoca in cui è stata ambientata la storia e tuttora custoditi in archivio, romanzo dal titolo “La guerra dei figli”.
Con l’interazione del filosofo di formazione, nonché poeta e scrittore Beppe Sebaste, si è affrontati la questione, considerando il fattore tempo, che sembra oggi non essere più determinante ai fini del cambiamento epocale dopo il quale si accederà poi all’età adulta.
Sono stati soffocati da un velo di immaturità quegli ideali politici e religiosi per i quali si battevano gli adolescenti di quegli anni e, quindi, conseguentemente, non essendoci più un futuro verso il quale protendersi e vederli tramutati in qualcosa di concreto, anche a causa del permanente precariato, che non si riferisce soltanto all’ambito economico e professionale, ma anche all’ambito della socialità, così da avere timore di andare via di casa e di affrontare autonomamente il progetto di mettere su famiglia, si vive continuamente e costantemente nel presente, senza permettere all’oggi di poter divenire ieri né domani. Così facendo, ci si stacca dall'apparato della catena evoluzionistica del tempo, paragonabile alla catena di montaggio di una fabbrica presso la quale stacanovisticamente bisogna non interrompere mai il ciclo di produzione, e si finisce col non ritrovarsi più sul “più bello” di una storia, quest’ultima fattibile di narrazione in quanto accaduta in un passato remoto o quantomeno recente ed in questo senso dando non più l’opportunità all’individuo di procacciarsi il cosiddetto “cibo per la mente” ogniqualvolta lo necessiti, anche in un tempo prossimo.
Se mi fossi prefissato di stendere un saggio summa su quelli che sono stati gli intrattenimenti che hanno animato lo scenario della “ex colonia romana”, avrei dovuto continuare su questo fronte, redicendo tutto quanto di questi accadimenti, il che non aggiungerebbe nulla alla riflessione di ogni lettore secondo cui per arricchirsi ancor più e scoprire da sé quelli che poi sono i segreti e i tesori nascosti nella letteratura e nei libri, bisogna passare all’esecuzione di una lettura analitica circa i romanzi su cui ci si è concentrati, dipanandosi poi attraverso tutte le possibili vie d’interpretazione circa l’intenzione dello scrittore di trasmettere esperienze personali vissute od inventate, ma in ogni caso frutti del proprio ingegno, al fine di non far mai decadere la scrittura creativa e la letteratura dal ruolo di fonte massima, gerarchicamente suprema rispetto a fonti di ogni altro genere, che ricopre, “abbeveratoio” verso cui dirigersi per attingere informazioni di qualsivoglia natura, avallando di non rimanere mai con la bocca asciutta e con la giara vacante. Appunto perché sarebbe servito troppo spazio bianco per annoverare il tutto, mi sono limitato, nel senso più largo del termine, a citare solamente alcune considerazioni di due soli ospiti, punti di vista per nulla minimalisti né riduttivi, ma comunque rappresentativi di tutto il filo con il quale si è intessuti questa trama dal ricamo chiacchierino, nulla togliendo agli altri partecipanti della manifestazione, ai quali ho dedicato comunque la mia Anteprima.
N.B.: per i lettori accaniti, la cui libreria immagino sia già stracolma e traboccante di testi, come la mia d’altronde, raccomando comunque di scavare un bel cantuccio anche per i romanzi concernenti i temi di cui sopra, ossia:

Arabi danzanti, di Sayed Kashua;
La guerra dei figli, di Lidia Ravera;
In bilico sul mare, di Anna Pavignano;
Felicità, di Ömer Zülfü Livaneli;
La città dell’oblio, di René Frégni.

Ebrahim, Danilo Maceria

 



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