È “off limits” l’Archivio Storico Comunale
Armadietti metallici ne chiudono un lato, impedendo la compulsazione di carte e documenti esposti alla consunzione del tempo e lasciati, come se nulla fosse, al loro destino
Lucera, 17.02.2008 - Dovrebbe consentire l’accesso alla consultazione degli elenchi, dei faldoni e dei plichi documentali in genere (tutti, peraltro, ancora e solo in forma cartacea) a quanti – studiosi, ricercatori, laureandi/laureati e meri cittadini – si pongono in caccia di qualche nozione sfuggita alla storia ufficiale. E del resto non sarebbe la prima volta.
E invece in un angolo dell’Archivio Comunale di Lucera non è possibile, addirittura, schiudere le porte dei vetusti armadi in legno che custodiscono indici, registri e inventari.
Si presenta sprangata alla men peggio la doppia anta che il visitatore intravede nel mezzo del budello, in cui prende forma il corridoio, sito al primo piano di palazzo Mozzagrugno, attuale sede del Comune di Lucera.
A chiudere la strada ad ogni tentativo di “letterale” fruizione – non pochi quelli già andati a vuoto – è innanzitutto la presenza, maldestramente giustificata dagli operatori dell’Ente, di due ingombranti mobili da ufficio.

Complementi d’arredo “et similia” che, non trovando spazi di sorta presso lo Sportello per le Opere Pubbliche, ad angolo con il camminatoio residuano a far bella mostra di sé, lungo la linea di transito, usualmente praticata dall’utenza cittadina. E sottraendo alla vista, nel retro, un fascio di polverosa suppellettile, affastellatavi alla rinfusa, senza un eccessivo gusto per il decoro istituzionale. Magari quello che, in verità, si dovrebbe ad una struttura frequentata nel quotidiano e dal pubblico.
Ad avvedersene per primi, trasmettendone cognizione alle competenti autorità tecnico-amministrative, furono un paio di volontari del Servizio Civile Nazionale, intervenuti nell’ambito del progetto “Vivere Lucera, nella scuola, nella cultura e nel turismo”, che ha cessato di essere alla data del 14 dicembre 2006. Mica ieri insomma.
Unici a prendersi carico della segnalazione furono, all’epoca, i funzionari e con loro i dipendenti dell’UTC (l’Ufficio Tecnico Comunale), che sia pur in tempi non troppo improntati alla celerità, provvidero un anno e mezzo fa al dirottamento di due armadietti metallici. Pur a qualche metro di distanza dal luogo indicato.

Prima dell’intervento di rimozione, il mobilio “accessorio” precedeva una coppia di schedari in uso all’Archivio Municipale e rinvenibili all’esterno dell’Ufficio Protocollo. Le cui strutture, preda di riconosciuti fenomeni di assorbimento e rilascio dell’umidità “meteorica” visibile sulle superfici esterne delle murature, non facilitano l’operato degli addetti perlopiù precari: socialmente utili (fate un po’ voi…) e collaboratori a progetto.
Meglio non se la passano i faldoncini e le cartelle, stipati con carloneria davvero poco “tassonomica” e con spirito di somma ignavia, negli scaffaletti che cingono parte del corridoio interno.
Verrebbe da dire che si è nel giusto, allorquando si afferma che l’Amministrazione Pubblica affoga in un “mare magnum”, un autentico marasma di incartamenti, mai troppo preservati dalle ingiurie del tempo e dall’incuria dell’uomo. Tanto più che non sfugge manco all’occhio dei meno “vigili”, l’esistenza e l’insistenza di infiltrazioni di acqua piovana in più parti nella struttura comunale centrale, inidonea al mantenimento di standard minimi di decoro e funzionalità. Imposti, ora come ora, dal quantomai recente impianto legislativo e normativo, senza che transiti in cavalleria la fin qui mancata applicazione del promovimento principe, rintracciabile nella stesura della documentazione di condotta programmatica del sindaco Vincenzo Morlacco. Che pure dalla sua avrebbe un fratello “maestro di storia patria”.
I riferimenti, non casuali, sono tutti alla “valorizzazione e la collimante razionalizzazione dell’assetto istituzionale”.

È quanto si sosteneva nella nota di intenti, redatta dall’attuale primo cittadino e spedita alla cittadinanza-elettrice di Lucera, prima di porsi a mo’ di lettera morta o poco altro.
Rispetto alle pratiche epistolari tanto in voga, ci sovviene un aforisma di più affidabile saviezza, quello che così dispone: “verba vana aut risui apta non loqui”. Tacere nell’ora in cui le uniche esternazioni vocali/verbali che si proferiscono assumono valenza risibile.
Lo suggeriva il personaggio di Jorge da Burgos, il benedettino cieco e leale alla regola monastica, nel best-seller“ Il nome della Rosa”; instillando nella propria asserzione una spendibilità valida, anche e soprattutto, al nostro tempo.
In vena di sentenza, nel richiamo alla classicità letteraria, perché allora non riflettere sul monito di uno come Terenziano Mauro: “pro captu lectoris habent sua fata libelli”. Libri o carta straccia, stando a chi se ne serve, vanno incontro, sempre e comunque, all’ineluttabilità del destino che gli è proprio.
Anche se si tratta di un fato malevolo. Come, per l'appunto, nel caso nostro.
Costantino Montuori |