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L'eredità di padre Paolo Novero quanto può pesare sui lucerini?
«La cosiddetta “seconda Repubblica” non fa altro che alimentare in me la sana nostalgia di alcuni “politici di razza” troppo facilmente etichettati come farabutti o ricoperti di calunnie, ma che, per la loro statura fanno apparire come assai modesti i politici d’oggi»

Lucera, 17.06.2005 - A circa sei mesi dalla sua scomparsa in quel tragico incidente sulla S.P. 109, che da Lucera porta a San Severo e della quale tanto baccano è stato creato perché si intervenisse per renderla meno pericolosa, ma nulla si è più visto, almeno sin qui, ci sentiamo di riproporre l'intervento di Padre Paolo Novero con cui si presentò al tavolo del convegno "I cattolici in politica" organizzato dall'allora nascente "Circolo A. De Gasperi", promosso dal prof. Mario Cardillo, in data 30 ottobre 2004 presso la sala conferenze del Palazzo Vescovile di Lucera. Crediamo che quell'intervento rappresenti un vademecum da ripassare spesso, poiché è innegabile il valore di questa eredità che padre Paolo ci ha lasciati. Per questo ne pubblichiamo il contenuto integrale.

Tracce per essere credenti capaci di “pensare politicamente”

Un anno prima di essere assassinato dalle Brigate Rosse, l’on. Aldo Moro ebbe a scrivere: «Non è importante che pensiamo le stesse cose, che immaginiamo e speriamo lo stesso identico destino, ma è invece straordinariamente importante che, ferma la fede di ciascuno nel proprio originale contributo per la salvezza dell’uomo e del mondo, tutti abbiano il proprio libero respiro, tutti il proprio spazio intangibile nel quale vivere la propria esperienza di rinnovamento e di verità, tutti collegati l’uno all’altro nella comune accettazione di essenziali ragioni di libertà, di rispetto e di dialogo. La pace civile corrisponde puntualmente a questa grande vicenda del libero progresso umano, nella quale rispetto e riconoscimento emergono spontanei, mentre si lavora ciascuno a proprio modo, ad escludere cose mediocri, per fare posto a cose più grandi».
“Escludere cose mediocri, per fare posto a cose più grandi”... questa espressione di Aldo Moro mi ha guidato in questi giorni, mentre davo forma a ciò che avevo desiderio di esprimere in questo incontro.

Premesse di carattere personale

Il titolo dato al mio intervento è molto vasto, pertanto è giusto fissare dei confini. Non ho intenzione di avventurarmi in un’impossibile sintesi sulla Dottrina Sociale della Chiesa o di tutto ciò che Giovanni Paolo II ha detto in 26 anni di pontificato... sarebbe come navigare in mare aperto. Vorrei semplicemente comunicarvi alcune convinzioni che mi stanno a cuore e che, col passare degli anni, si consolidano sempre di più. Per questo, dovendo dare un titolo al mio intervento, lo definirei così: Tracce per essere credenti capaci di “pensare politicamente”.
Questa relazione è fortemente influenzata dal mio stato d’animo. Da qualche anno potrei dire, a partire da “tangentopoli” e per tutta questa lunga stagione di transizione - mi sento sempre meno uomo di certezze circa la politica, mentre si fanno strada in me varie sensazioni di problematicità, di confusione, pur sentendo forte il desiderio di continuare ad interessarmi della politica in senso alto.
Se dovessi darvi il mio biglietto da visita, potrei dire che mi sento un credente impegnato in una faticosa ricerca, nel tentativo di conciliare le idealità con il mondo reale. Devo riconoscere onestamente di non aver ancora trovato questo equilibrio. I toni appassionati con cui mi esprimo su questi temi, sono il segno di una mia ricerca mai finita.

Per cominciare: tre sensazioni in ordine sparso

Mi pare che nelle comunità cristiane - e Lucera non è esente da questa fatica - non sia sufficientemente chiaro il posto da assegnare alla politica.
Tra i credenti e nelle comunità cristiane, è facile notare stati d’animo e atteggiamenti opposti, circa il rapporto con la politica: interesse o diffidenza, coinvolgimento appassionato o rifiuto, desiderio di formazione o forme preoccupanti d’ignoranza e immaturità, recupero critico del valore della politica o qualunquismo.
I vescovi italiani, in un documento del 1981 dal titolo “La Chiesa italiana e le prospettive del paese”, scrissero che:
«Problema decisivo per l’avvenire è... il rapporto tra le istituzioni pubbliche e la gente: tra le strutture di governo - locale, regionale, nazionale - e la società viva. La sfasatura esistente ormai pesa in modo preoccupante. La gente si sente sempre meno interpretata, sempre meno rappresentata e si disaffeziona al suo paese». Le comunità cristiane non sono risparmiate da questa fatica.
La riforma elettorale in senso maggioritario, ha riacceso in molti la passionalità politica, spesso con i toni forti dell’emotività, ma il cammino verso un di più di maturità civica e d’analisi seria è ancora lungo.
La cosiddetta “seconda Repubblica” non fa altro che alimentare in me la sana nostalgia di alcuni “politici di razza” troppo facilmente etichettati come farabutti o ricoperti di calunnie, ma che, per la loro statura fanno apparire come assai modesti i politici d’oggi.
Rendendomi conto di questo, “gioco” subito a carte scoperte, operando una scelta chiara che fu già del Concilio Vaticano II: la “teologia dell’Incarnazione”.

Una scelta chiara: la teologia dell’incarnazione

Se Dio si è fatto uomo e ha condiviso in tutto l’esistenza dell’uomo, tranne la dimensione del peccato, significa che ogni dimensione umana ha valore, anche quella politica. Per questo, il teologo protestante Dietrich Bonhoeffer scrive che: «I cristiani che stanno sulla terra con un piede solo, staranno con un piede solo anche in paradiso!».
Fare politica significa interessarsi della “polis”, della città, facendosene carico, prendendosi a cuore la crescita della città e dei suoi abitanti, avendo come meta la costruzione della città dell’uomo.
Per questo motivo, proprio perché credente, non sogno una città ideale, utopica, ma ho a cuore un ideale di città che intendo perseguire!
Circa l’ideale di città, lascio parlare Giuseppe Lazzati. In uno dei suoi ultimi contributi, Lazzati ci ha lasciato un testo scarno, ma profetico, capace di fare ancora scuola oggi. Tentando di dare una definizione di politica, scrive così: «Ho sostituito al termine politica l’espressione “costruire la città dell’uomo a misura d'uomo”. Ciò alfine di recuperare ii significato di valore del termine. L’espressione “costruire la città dell’uomo a misura d’uomo” mi sembra godere di particolare validità nel mettere in luce l’espressione e il valore che il termine “politica” contiene».
Quasi in sintonia con la medesima impostazione, diceva Papa Paolo VI: «Costruire oggi la città luogo d’esistenza degli uomini, intravedere un’applicazione originale della giustizia sociale, assumere con responsabilità l’avvenire collettivo è un compito al quale i credenti devono partecipare».
Nel documento del 1981, i vescovi italiani dicono che: «L’assenteismo, il rifugio nel privato, la delega in bianco non sono leciti a nessuno, ma per i cristiani sono peccati di omissione».
Proprio a partire dalla teologia dell’Incarnazione, sono convinto che per i credenti l’ignoranza della politica o - come direbbe il prof. Lazzati – “il disinteresse per la città dell'uomo” siano inammissibili!
Don Lorenzo Milani - in questi anni citato da tutti... forse da troppi;anche da chi lo ha avversato! - ci direbbe che fare politica da cristiani significa passare dal “me ne frego” al “I Care”, vale a dire “mi interessa”, me ne prendo cura, mi sta a cuore! Dunque, la politica è il servizio insostituibile che il credente ha per esprimere la cura della città, per costruire la città dell’Uomo. Azzardo di più: la politica è una strada di santità!

Come si è espresso il Concilio?

Il Concilio conferma la scelta della teologia dell’incarnazione: «Per loro vocazione è proprio dei laici cercare il regno di Dio trattando le cose temporali e ordinandole secondo Dio».
Nella Costituzione Gaudium et Spes, i padri conciliari hanno scritto: «Sbagliano coloro che, sapendo che qui noi non abbiamo una cittadinanza stabile ma che cerchiamo quella futura, pensano che per questo possono trascurare i propri doveri terreni, e non riflettono che invece proprio la fede li obbliga ancora di più a compierli, secondo la vocazione di ciascuno. A loro volta non sono meno in errore coloro che pensano di potersi immergere talmente nelle attività terrene, come se queste fossero del tutto estranee alla vita religiosa, la quale consisterebbe, secondo loro, esclusivamente in atti di culto e in alcuni doveri morali. La dissociazione, che si constata in molti, tra la fede che professano e la loro vita quotidiana, va annoverata tra i più gravi errori del nostro tempo. [...] Il cristiano che trascura i suoi impegni temporali, trascura i suoi doveri verso il prossimo, anzi verso Dio stesso, e mette in pericolo la propria salvezza eterna».

Lo scenario attuale

Con la lucidità e l’equilibrio che gli sono riconosciuti, il card. Martini ha “fotografato” alcuni virus che infettano la politica oggi:

a) La defigurazione dei primato del soggetto, che si traduce in un privilegio di fatto per chi sa rivendicare, con la forza del suo peso economico e sociale, i propri diritti individuali o di gruppo.
b) La fortuna, nell’opinione pubblica e nel costume, di una logica decisionistica che non rispetta le esigenze di una paziente maturazione del consenso o che cerca di estorcerlo con il plebiscito generalizzato o si illude di operare col sondaggio dei desideri, semplificando la complessità della politica, dei suoi tempi e delle sue mediazioni,
c) Il farsi strada di un liberismo utilitaristico che non mette ordine nelle attese e nei bisogni secondo una gerarchia di valori, ma eleva il profitto e l’efficienza o la competitività a fine, subordinando ad essa le ragioni della solidarietà,
d) Il crescendo della politica fatta spettacolo, fatta di scontro verbale accompagnato anche da minacce; una politica intesa come luogo del successo e palcoscenico di personaggi vincenti, che richiedono deleghe a governare non sulla base di programmi vagliati e credibili, bensì sulla base di promesse o prospettive generiche.
e) Da ultimo, una logica della conflittualità che tutto intende nel quadro della relazione amico-nemico, dove con l’amico si ha tutto in comune, col nemico nulla.

In base a questa diagnosi amara del card. Martini, ne segue un costume politico che non si confronta, che non cerca il dialogo finalizzato alla ricerca del vero e del bene, ma che intende il governare come pura decisione presa da chi ha la maggioranza, o come decisione affidata alle sorti emotive di un plebiscito.
Non sono un costituzionalista, ma noto con amarezza come il recente dibattito parlamentare sulla riforma costituzionale non abbia dato una bella lezione di convergenza, facendomi ricordare con nostalgia la generazione di politici presenti all’Assemblea Costituente, così diversi per culture politiche d’appartenenza, ma capaci di convergere in una splendida sintesi.
Come credente, guardo alla modernità con occhi critici e disincantati, consapevole della fragilità e ambiguità di questo processo, ma riconoscendo che, per la scelta dell’incarnazione, questo è il tempo per costruire la città abitabile per l’uomo.
Sono convinto che un rinnovato interesse dei credenti per la politica, debba partire da quella scelta evangelica e profetica, un tempo detta “scelta religiosa”, che è l’affermazione del primato di Dio e dell’evangelo. Non significa un ritirarsi nel sacro, ma piuttosto un ricordare a tutti che la natura e il destino dell’uomo vanno oltre qualsiasi scelta contingente e quindi anche ogni scelta politica.

Il credente ha un sufficiente “senso dello stato”?

È una questione antica. Alcune correnti di pensiero ritengono che i cattolici, a motivo della loro storia e a causa dei condizionamenti dogmatici o della dipendenza dall’autorità ecclesiastica, non abbiano un sufficiente senso dello stato. Su questa stessa linea, molti pensano che il rigore dei principi morali non sia compatibile con una moderna e realistica gestione del potere e con la tutela della laicità dello stato. La vicenda del ministro Rocco Buttiglione è in parte imputabile a questo nodo mai superato.
Anche nel mondo cattolico, ci sono coloro che ritengono che non sia possibile impegnarsi in politica, perché ciò implicherebbe compromessi inaccettabili per chi voglia vivere il Vangelo nella sua interezza.
È pur vero che, se la politica è parte del vivere umano, ciascun uomo che in essa s’impegni, lo fa nell’integrità della sua persona. Inoltre, proprio in forza della scelta teologica dell’Incarnazione, fare politica da cristiani ha valore perché Gesù di Nazareth ha redento tutto ciò che è umano e appartiene all’uomo.
Il credente ha un forte senso dello stato perché custodisce nel suo “codice genetico” la tensione verso il bene comune. Questo è l’ideale di stato che emerge dalla nostra Costituzione, che molti cattolici hanno contribuito a scrivere.
Certamente, non tutte le scelte sono uguali, e non tutte si presentano moralmente accettabili dal credente. Se tutte le posizioni etiche sono equiparate indiscriminatamente - come se le opinioni fossero esposte, l’una accanto all’altra, come merci uguali in un supermercato, con la sola differenza che alcune sono più reclamizzate di altre - è inevitabile che finisca col prevalere la posizione che suona immediatamente più facile, piacevole al momento e meno impegnativa.
Senso dello stato, tutela della laicità e grandi riferimenti etici, non sono in conflitto per il cattolico.

Come può un credente “pensare politicamente” a partire dal Vangelo?

Siamo in una situazione pluralistica e complessa, dove ciò che consideriamo come bene anche morale non sempre può essere tradotto in legge, perché si devono fare i conti col consenso di molti.
Bisogna dunque saper mettere in bilancio una sapiente gradualità, facendo i conti con l’insuccesso o con la difficoltà di ritrovarsi in minoranza o all’opposizione.
È sempre più importante saper elaborare delle proposte politiche che s’ispirino ai valori evangelici e al patrimonio di fede. Allo stesso tempo, non basta aggredire i problemi con dichiarazioni di principio, se non si individuano strumenti di traduzione pratica, che possano essere condivisi.
Non basta, ad esempio, proclamare il valore della famiglia, se poi, in sede legislativa non si tutela e promuove l’istituto familiare.
Ugualmente non basta proclamare il valore della vita nella sua integralità, se non si cercano anche strade politiche condivise, che favoriscano l’amore alla vita con la creazione di condizioni sociali favorevoli alle giovani coppie, al sostegno delle condizioni della donna, alla politica della casa, alla diminuzione del peso fiscale per le famiglie con più figli.
La lentezza nel procedere non significa cedimento.
C’è pure il rischio che, pretendendo l’ottimo, si lasci regredire la situazione a livelli sempre meno umani.

Un credente deve intervenire in politica? ...e in che modo?

Nel suo discorso al convegno ecclesiale di Palermo del 1995, Giovanni Paolo II è stato chiaro ed esplicito al riguardo:
«La Chiesa non deve e non intende coinvolgersi con alcuna scelta di schieramento politico o di partito, come del resto non esprime preferenze per l'una o l'altra soluzione istituzionale o costituzionale che sia rispettosa dell'autentica democrazia».
Tuttavia la Chiesa non deve solo tacere, ma deve anche parlare. Continua il Papa: «Ciò nulla ha a che fare con una “diaspora” culturale dei cattolici, con un loro ritenere ogni idea o visione del mondo compatibile con la fede».
Si tratta, quindi, per la Chiesa, di tacere su quanto riguarda le scelte immediate di schieramenti, e di intervenire sui principi etici, che reggono le scelte politiche per illuminare coloro che “si giocano” in politica da credenti. Quando i vescovi si esprimono pubblicamente, lo fanno per difendere principi etici, non per indicare soluzioni pratiche o indirizzi politici.
Se la Chiesa, a livello di pastori, sceglie la via del silenzio, significa che sono i laici cristiani a doversi esprimere secondo la loro coscienza e competenza, non limitando il loro impegno solo all’ambito sociale o caritativo, ma entrando in politica. Papa Paolo VI, nella lettera Octogesima Adveniens del 1971, scriveva: «Il cristiano ha l'obbligo di partecipare all’organizzazione e alla vita della società politica»; e aggiungeva: «La politicaè una maniera esigente - ma non è la - di vivere l’impegno cristiano a servizio degli altri».

Un credente deve essere necessariamente un moderato?

Alcuni anni fa, il governatore della Banca d’Italia, Antonio Fazio, nella sua relazione annuale, ebbe a dire che, per il rilancio economico del sistema Italia, occorreva un di più di “parresia”.
I giornalisti presenti si scatenarono nelle interpretazioni più bizzarre, senza sapere che Fazio usò un termine biblico tipico del libro degli Atti degli Apostoli: “parresia” significa franchezza, sintonia tra ideali e vita, capacità di parlare apertamente, senza impedimenti, chiamando le cose con il proprio nome, senza pavidità.
Questa “parresia” mi sento di pretenderla dal cattolico in politica, superando timidezze e silenzi che considero insopportabili.
Spesso, in sede nazionale come in quella locale, nei cattolici impegnati in politica, non trovo questo coraggio, ma, anzi, una certa modestia di pensiero, da “fiato corto”, insieme alla grottesca facilità nel passare da un partito all’altro, candidandosi oggi nello schieramento che veniva osteggiato ieri, giustificando tutto ciò con il carattere moderato del proprio impegno.
Sono indignato per questo stile di “trasformismo”!
Qui mi esprimo con “parresia”, come cittadino e credente, prima ancora di essere prete.
Noi cattolici non abbiamo bisogno di andare a rinfoltire la schiera degli opportunisti, che cambiano schieramento, con la facilità con cui un adolescente cambia ragazza con cui uscire il sabato sera!
In merito a questo, ebbe a dire il card. C. M. Martini: «Esiste il pregiudizio diffuso che, chi opera in politica ispirato dalla fede, debba distinguersi sempre e quasi unicamente per la sua moderazione. C’è certamente una moderazione buona, che è il rispetto dell’avversario, lo sforzo di comprendere le sue istanze giuste ...ma per quanto riguarda le proposte, le Encicliche sociali vedono il cristiano come depositario di iniziative coraggiose e d’avanguardia. C’è nella Dottrina Sociale della Chiesa la vocazione ad una socialità avanzata».
Se leggo il programma con cui il Partito Popolare di don Sturzo si presentò sulla scena il 18 gennaio 1919, il famoso proclama “ai liberi e ai forti”, ritrovo la medesima “parresia”.
Ritengo necessario che chi s’impegna lo faccia pensando politicamente in grande, in forza di un grande disegno di società. Diversamente, non è più la costruzione della città dell’uomo quella a cui si tende, ma una convivenza fiacca, opaca, senza forma, dominata solo dalle opportunità del momento e da prospettive da “fiato corto”.
Normalmente questo decadimento dovrebbe essere punito da un calo di consensi elettorali.
Lo auguro, come forma di ragionevole punizione, ma non sempre avviene.

Quale formazione per il credente in politica?

La spiritualità dell’800 ha coniato un’espressione: "educare ad essere buoni cristiani e onesti cittadini”.
Questa espressione la troviamo negli scritti del fondatore della Congregazione religiosa cui appartengo, San Leonardo Murialdo, ma non solo: questa identica traccia la ritrovo nei testi di don Bosco, del Cottolengo, di Piergiorgio Frassati..., come pure in campo anglicano tra gli scritti di Baden Powell, fondatore dello scoutismo.
Quel “buoni cristiani e onesti cittadini” mi sentirei di riscriverlo così: essere persone che s’ispirano al vangelo e vivono con passione la stagione storica in cui sono inseriti!
Buoni cristiani e onesti cittadini, vale a dire: credenti evangelicamente ispirati e storicamente situati. Questo richiede formazione.
I Padri del Concilio si sono espressi sulla stessa linea: «Bisogna curare assiduamente l’educazione civica e politica, oggi particolarmente necessaria, sia per l’insieme del popolo, sia soprattutto per i giovani, affinché tutti i cittadini possano svolgere il loro ruolo nella vita della comunità politica».
Pertanto, alla politica non ci si improvvisa e non ci si avventura da sprovveduti. Sul piano ecclesiale significa affrontare la sfida della formazione.
Anzitutto, al cattolico in politica è richiesta competenza, che nasce da preparazione, aggiornamento, capacità di inventare vie nuove per concretizzare oggi la Dottrina Sociale della Chiesa.
In secondo luogo, è importante che il politico animato da motivazioni di fede, senta forte il primato della vita spirituale, ricordando che più si hanno responsabilità civili e più si deve essere robusti spiritualmente. Alcuni testimoni - come Alcide De Gasperi, Aldo Moro, Giorgio La Pira, Giuseppe Lazzati, Benigno Zaccagnini, Carlo Donat-Cattin, Roberto Ruffilli… - suscitano in me grande ammirazione, perché hanno saputo unire l’impegno politico ad un elevato profilo spirituale, senza ostentare il loro credo o essere tacciati di posizioni “bigotte”.
Competenza e profilo spirituale sono indispensabili. Diversamente, è come avventurarsi nel deserto senza il giusto equipaggiamento. Pertanto, alle comunità cristiane, un credente impegnato in politica deve chiedere formazione.
Dalla sua comunità deve pretendere stimoli per riflettere, inviti ad allargare gli orizzonti, approfondimenti sulla Dottrina Sociale della Chiesa. Su questa stessa linea, il credente impegnato in politica ha bisogno di una comunità cui appartenere sul serio, in grado di offrire stimoli per “pensare in grande” e per nutrire la sua fede.

Sulla corruzione

La Sacra Scrittura condanna questo atteggiamento, senza via di scampo.
In particolare, sono i Profeti ad usare le espressioni più dure e anche colorite.
Ecco un breve “assaggio” dal profeta Isaia: «Come mai la città fedele, Gerusalemme, è diventata una prostituta? (Si tratta della città anche nelle sue organizzazioni politiche e sociali). Ora è piena di assassini, il tuo argento è diventatoscoria, iltuo vino migliore è diluito nell’acqua, i tuoi capi sono complici di ladri. Tutti sono bramosi di regali, ricercano mance, non rendono giustizia all’orfano e la causa della vedova non giunge fino a loro» (cfr. Is 21-23).
Se sfogliamo le pagine del profeta Amos, il tono è identico, se non più forte.
La corruzione è un fenomeno deviante che penetra in profondità nel sistema, come un virus mortale. Diventa sistema, si fa mentalità, metodo ordinario di vita. Eppure la corruzione non può costituire mai un alibi per il disimpegno.
Come va combattuta la corruzione?
Non ho soluzioni e non pretendo di costruire una città perfetta, ma la domanda è seria; non nil posso limitare alla deplorazione e alla rassegnazione.
A partire da “tangentopoli” ho maturato tre convinzioni.

a) È sbagliato l’atteggiamento di chi pensa che tutti i politici siano corrotti, perché non risponde al vero. In realtà, ci sono numerosi uomini politici che vivono con generosità e con trasparenza il loro impegno.
b) Sento il bisogno di chiarire bene il fenomeno della corruzione nelle sue manifestazioni e nelle cause, perché non ogni cosa che potrebbe sembrare illecita, lo è realmente alla dimostrazione dei fatti.
c) Infine, la corruzione va smascherata e perseguita nei suoi effetti perversi, affinché non diventi immoralità istituzionalizzata.

Cosa può fare una comunità cristiana di fronte alla corruzione e al degrado?

Abbiamo a disposizione tre strumenti: la vigilanza, l'indignazione, la denuncia.
Potranno sembrare tre strumenti deboli, ma, a mio giudizio, sono gli unici mezzi a disposizione di una comunità di credenti maturi.
Una comunità cristiana che vuole crescere sensibile alla politica, come forma esigente di carità, deve vigilare per essere in grado di percepire i segnali del degrado, reagirvi prontamente per non cadere nella disaffezione nei confronti del bene comune, e non rassegnarsi alla deriva delle istituzioni pubbliche o al trionfo dei prepotenti e dei furbi.
Scriveva il card. Martini nell’agosto 1992, all’inizio del fenomeno “tangentopoli”: «Esistono gli onesti, trasparenti e, tuttavia, disancorati dalla realtà. Penso ad un’altra categoria di onesti, che pur non commettendo nulla di illecito, non si domandano mai come può mantenersi il loro partito o la corrente. Infine, vado con la mente agli onesti che voltano la testa dall’altra parte quando accade qualcosa, quasi la vicenda della gestione pratica della politica non li riguardasse. E che dire poi di chi ha i numeri per farsi avanti e partecipare, eppure si defila per paura di “sporcarsi le mani” rifiutando responsabilità pubbliche?
Il discorso vale egualmente per i dirigenti pubblici e per la burocrazia. Chi lavora per lo Stato, gli Enti locali, i servizi sanitari e sociali, riceve spesso pochi incentivi, compensi bassi per prestazioni non sempre qualificate, con scarsi controlli.
Vigilare significa però cambiare rotta anche nei confronti del pubblico, impegnarsi perché lo Stato riempia di qualità le strutture dequalificate. Non è morale regalare interi settori all’inefficienza. Una burocrazia più responsabilizzata e professionalmenteconsiderata, rappresenta il primo occhio vigile nei confronti dei politici che puntassero a utilizzare e a sfruttare il pubblico. Sono convinto che una ripresa morale è possibile solo se coinvolge ciascuno.
Nel vigilare sono coinvolti pure i mezzi di comunicazione sociale, i giornali, i servizi informativi delle reti radiotelevisive. Non mi riferisco all’emergenza, quando scoppiano i “casi giudiziari” ed è facile calcare la mano e i toni, bensì al momento in cui i grandi riflettori sono spenti mentre sarebbe necessario tenere accesa la piccola lucerna della coscienza critica.
Vigile deve essere la “galassia” rappresentata dal mondo associativo, dalle organizzazioni culturali, dai promotori di convegni, tavole rotonde, ricerche sofisticate. Fare cultura non è limitarsi a un’operazione di documentazione o di commento; ogni iniziativa dovrebbe essere animata da forte senso dei valori, prospettive di ampio respiro, senso profondo della dignità dell’uomo e della sua trascendenza. Tuttavia, il vigilare non deve essere prevalentemente lasciato alle alte espressioni della gerarchia; deve farsi prassi quotidiana delle parrocchie, dei gruppi, dei movimenti. È una tensione che non può in alcun modo subire allentamenti o scendere a compromessi».

Il valore dell’indignazione

L’indignazione è un modo per restare vigili e per difendere un valore più alto. Occorre sapersi indignare anche quando non si è in maggioranza, anche quando l’indignazione può “costare”. Ecco perché ha senso parlare del “coraggio dell’indignazione”!
Don Giuseppe Dossetti, in un intervento del 1986 in difesa della Costituzione, disse che «…occorre proporsi di conservare una coscienza non solo lucida, ma vigile, capace di opporsi a ogni inizio di male sociale, finche c’è tempo». Sulla stessa linea, il pastore luterano Martin Luter King, premio Nobel per la Pace, assassinato ad Atlanta nel 1968, disse: «Non ho paura delle azioni dei malvagi, ma del silenzio degli onesti!».
Desidero per me, e lo auguro a voi, di non rinfoltire la massa dei muti!

Beni ultimi e beni penultimi!

Infine, non dimentico che la politica si muove nello scenario dei beni penultimi e transitori, cioè della vita presente, mentre la mia attesa è rivolta ai beni ultimi, quelli eterni, di fronte ai quali il tempo presente viene relativizzato. Questo è bene ricordarlo, per non attribuire alla politica delle finalità che non può soddisfare: la politica non esaudisce il mio desiderio di salvezza e di felicità!
La politica ha a cuore il contingente, la fede guarda all’eterno. Questa prospettiva aiuta a relativizzare la politica, che per un credente non può divenire l’assoluto della vita: al di sopra di Cesare c’è Dio.

Conclusione

Concludo ritornando ad Aldo Moro. Mi affascina la sua capacità di vedere l’insieme delle cose, il suo tentativo di cogliere i segnali indicatori per capire dove ci troviamo e dove andiamo.
Indro Montanelli, con il guizzo toscano che gli era tipico, scrisse che se Aldo Moro fosse ancora vivo oggi, ci incanterebbe con quella sua «…accattivante presbiopia politica che gli faceva vedere nitidamente traguardi remoti, e in maniera confusa esigenze impellenti e attuali».
Un mese prima di morire il 28 febbraio 1978 - parlando ai gruppi parlamentari -, Aldo Moro tenne quello che poi è stato definito a posteriori il suo “testamento politico”. Lascio idealmente l’ultima parola ad Aldo Moro, che concludeva così il suo discorso: «Se fosse possibile dire: saltiamo questo tempo e andiamo direttamente a domani, credo che tutti accetteremmo di farlo, ma non è possible; oggi dobbiamo vivere, oggi è la nostra responsabilità; si tratta di essere coraggiosi e fiduciosi al tempo stesso, si tratta di vivere il tempo che ci è stato dato con tutte le sue difficoltà».

p. Paolo Novero



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