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Un mondo più giusto è prerogativa del socialismo?
Ci sono nuove classi, nuove oligarchie internazionali di potere che non conoscono confini nazionali; che dettano le nuove leggi del mercato introducendo ingiustizia e guerre planetarie. Il socialismo sarebbe perciò chiamato a dare nuove risposte con nuovi strumenti

Lucera, 01.11.2006 - La sinistra si sta accorgendo da un pezzo che le sue proposte politiche non hanno più fascino perché sconfessate continuamente dalla realtà di tutti i giorni in quei regimi che sono passati dalla teoria ai fatti. Non tenta neanche più di contrapporre il riformismo socialista al riformismo estremista.
Tuttavia la sinistra si sente obbligata a dare una risposta nuova alle sfide della società moderna che, in effetti, ne rimettono in discussione i fondamenti. Sono quindi le cose nuove del mondo, la vita concreta, i nuovi rapporti internazionali che le impongono una pausa di riflessione. Dopo il secolo delle classi e dello Stato, si sente in dovere di trovare e di affermare una nuova funzione storica, di avere ancora un ruolo essenziale per ciò che riguarda la soluzione dei giganteschi problemi del nuovo mondo globalizzato. Dopo la rivoluzione industriale in cui come forza storica si è creduta detentrice di un compito di “salvezza” per le classi più disagiate, per dare loro un ruolo sulla scena politica, avendo conseguito, non senza tremendi scossoni, la realizzazione della società democratica e laica, oggi cerca la riposta da dare ai nuovi e urgenti problemi che incombono a livello planetario. Ma come dare queste risposte se gli mancano gli strumenti? Il vecchio bagaglio storico-culturale riferentesi più che altro alla civiltà occidentale è sufficiente per dare delle risposte ai nuovi problemi? La forza del vecchio socialismo consisteva non tanto nel saper dare delle riposte immediate di giustizia sociale ai problemi immediati delle classi nei singoli paesi, quanto nel prospettare a livello internazionale l’dea di un mondo nuovo, un mondo finalmente più giusto, senza classi e senza soprusi. Ci sono nuove classi, nuove oligarchie internazionali di potere che non conoscono confini nazionali; che dettano le nuove leggi del mercato introducendo ingiustizia e guerre planetarie. Il socialismo sarebbe perciò chiamato a dare nuove risposte con nuovi strumenti. Quali strumenti, ci chiediamo, e dove prendere questi strumenti? Bisogna concepire un nuovo soggetto politico non più legato alla realtà degli stati? Bisogna inseguire le gradi idee, un grande ideale di giustizia planetaria?
Ma il socialismo non aveva già un ideale del genere? Perché non sta funzionando e non ha funzionato? Dopo aver affermato l’autonomia della politica non più legittimata dalla Chiesa, dopo avere affermato i diritti del cittadino, dopo avere scoperto che la struttura giuridica non è separabile dai rapporti di produzione (Marx), dove trovare le risposte ai nuovi rapporti di forza di natura planetaria? E anche se i vecchi strumenti sono oramai anchilosati, vediamo che i rapporti tra gli uomini e tra uomini e cose rimane sempre lo stesso. Il socialismo vorrebbe quindi prendere coscienza di questa nuova complessità delle relazioni e della politica, magari volendo sovrascivere al progetto di politico di uguaglianza sociale un’idea nuova di portata veramente internazionale, dove non si parlerebbe più di contadini e operai, delle razzze non più bisognose in occidente, ma di mercati, di banche e assicurazioni, di gruppi finanziari e industriali internazionali, magari con la scusa di far sfuggire le masse alle nuove guerre di religione.

Carlo Ruggiero



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