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Filosofia

Essere e tempo, Dio e la salvezza
Molti temi trattati in questo articolo saranno affrontati dal prof. Luigi Bredice nel prossimo incontro che avrà per titolo “L’Esistenzialismo”, nell’ambito della rassegna “Caffè Filosofico” il prossimo 23 settembre presso il Circolo Unione di Lucera

Lucera, 01.09.2017 - In Essere e tempo (1927) Heidegger si concentrava sui singoli individui e si impegnava nell’analisi dell’esistenza umana: nel suo esser gettato nel mondo l’esistenza autentica consapevole è per l’uomo essere per la morte o essere per il nulla, perché è l’esperienza del nulla a suscitare in noi l’angoscia che ci libera dall’esistenza inautentica ripetitiva della banalità e degli affanni della vita quotidiana persa nella chiacchiera e nella curiosità e presa dalle cose tra lo stress e la noia.
Quello di Heidegger è ben lungi dall’essere uno sterile e vuoto irrazionalismo nichilistico o, peggio, materialismo positivistico. Tutt’altro!
È noto che a distanza di molti anni egli pronunciò l’ormai celebre frase: “Ormai soltanto un Dio ci può salvare”.
Come rilevato da Leonardo Boff questa frase non viene da un qualche papa, ma è di Martin Heidegger (1889-1976), uno dei più profondi filosofi tedeschi del secolo XX in un’intervista concessa al settimanale Der Spiegel il giorno 23 settembre 1966 ma resa nota soltanto il giorno 31 maggio 1976, una settimana dopo la sua morte. Heidegger è sempre stato un acuto osservatore dei destini spaventosi della nostra civiltà tecnologica. La tecnologia, la spersonalizzazione della scienza, la disumanizzazione della civiltà è entrata prima a far parte del nostro orizzonte quotidiano ma ha poi finito per invaderlo ed occuparlo del tutto sicché può dirsi che tutto oggi è dominato dalla tecnica.
Heidegger imputa tutto ciò alla crisi della filosofia che egli intravede addirittura a partire da Platone in poi nella deriva “ontica” (riduzione dell’essere a ente, quindi ad oggetto minuziosamente scrutabile e misurabile) della metafisica laddove questa dovrebbe essere soprattutto indagine intorno al soggetto dell’essere, quell’uomo che il filosofo definisce con il neologismo “esserci” (“dasein” in tedesco).
Non so se sia così. Non posso né voglio pronunciarmi ovviamente contro un monumento della filosofia di tutti i tempi come Heidegger anche se una lancia in favore di Platone, dell’immortalità dell’anima e dell’innatismo delle idee (idea come patrimonio psicologico dell’anima immortale) andrebbe spezzata.

Certo è che l’analisi di Heidegger mette in piena luce un fenomeno che è indubitabile ma che, prima di lui e se si trascuri la breve parentesi di Soren Kierkegaard, era passato inspiegabilmente sotto silenzio, ossia quello che potremmo dire della “spersonalizzazione della filosofia”: la svalutazione dell’individuo con l’esaltazione, da un lato, dell’assoluto e, dall’altro, del materialismo, hanno di fatto ridotto l’Uomo a merce se non “in cenere” come nel famoso detto popolare a contenuto moraleggiante nel quale vengono scomodati Bacco, Tabacco e Venere.
Tralasciando i vizi privati che, assecondati e sfruttati anch’essi dal consumismo, per comprendere appieno la misura degli effetti distruttivi derivanti dalla svalutazione dell’individuo si pensi per un attimo a come lemmi un tempo economici – analogamente a tutte le innovazioni tecnologiche (l’economia è una tecnica, anzi la più formidabile) – siano entrati nel lessico quotidiano: termini come “forza-lavoro” o “risorse umane”, categorie astratte e asettiche nelle quali vengono ammassati i singoli individui, con le loro speranze, paure, aspirazioni e ideali.

Una scienza senza coscienza. Un Moloch terribile che tutto ammassa, macina e trasforma in nome del Dio denaro: «Non bisogna cadere nell’errore interpretativo per cui la tecnica non è né buona né cattiva e che l’efficacia o gli svantaggi dipendano da come la si utilizzi. La tecnica ci domina. Non necessita di alcun principio etico, e tantomeno della politica, perché rappresenta la forma più evoluta di totalitarismo. Non produce caos ma ordine. Pronta a colonizzare, grazie anche al capitalismo, ogni ambiente e a diventare fattore regolativo della intera esistenza sociale e individuale. Ma se Dio è morto e la filosofia non può più “pensarsi”, allora non sembrano intravedersi molte speranze per l’umanità. Una nuova alba potrà presentarsi solo con una “frattura della Storia” perché il tempo della fine e dell’inizio si svelerà solo quando avremmo attraversato il massimo pericolo nichilistico» (Luigi Iannone, Umanità al tramonto – Critica della ragion tecnica, 2016, IPOC Editore).
Una tecnica che tutto invade e tutto può, appropriandosi del lavoro che dovrebbe essere un diritto e un valore etico e, invece, diviene una forma di soggezione alle categorie economiche e ai poteri finanziari, ma svalutando anche il valore della stessa vita umana divenuta merce di scambio e di consumo.
Non ultime e trascurabili le implicazioni etiche (ridotte al lumicino) nel dibattito circa lo sfruttamento degli embrioni umani, degli organi e della clonazione anche degli esseri umani, sacrificate sull’altare (laico) della tecnica.
Per giungere infine alle armi di distruzioni di massa: se esistono perché non sfruttarle magari per bombardare la non allineata Corea del Nord?
Volendo, avremmo nella nostra tradizione culturale un’altra mentalità, nella tradizione cristiana, ma addirittura anche nei presocratici come Eraclito, tra gli altri, che ancora vedevano la connessione organica tra l’essere umano e la natura, tra il divino e il terreno e alimentavano un senso di appartenenza a un Tutto più grande. Il sapere non stava al servizio del potere ma della vita e della contemplazione del mistero dell’essere. Oggi tutto ciò non è più. Appare antico, patetico, non “al passo dei tempi” secondo il frasario del pensiero unico tecnologicamente, economicamente e (ahimè!) politicamente corretto.
Ecco perché Heidegger giunge alla conclusione: “La filosofia non potrà realizzare direttamente nessun cambiamento dell’attuale situazione del mondo”. Questo non vale solo per la filosofia, ma principalmente per tutta l’attività del pensiero umano.
“Soltanto un Dio ci può salvare” (Nur noch ein Gott kann uns retten).
Se non un intervento trascendente soltanto la fede negli ideali etici assoluti, di giustizia, libertà ed eguaglianza, potrà arginare la distruttiva ed autoreferenziale deriva tecnologica.
Altrimenti sarà la fine. Del genere umano.
Ettore Orlando

Nota dell’autore – Questi ed altri temi saranno affrontati dal prof. Luigi Bredice nel prossimo incontro dal titolo “L’Esistenzialismo” nell’ambito della rassegna “Caffè Filosofico” (nel cui contesto ricordiamo anche gli interventi di Diego Fusaro e Luigi Iannone) che si terrà il giorno 23.9.2016 presso il Circolo Unione di Lucera.

Ettore Orlando



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