Da
bambino venivo ammaliato dai racconti, in vernacolo lucerino, di
mia madre; racconti che, seguendo i canoni delle favole di Esopo
e di Fedro, avevano per protagonisti animali parlanti, generalmente
domestici, che si concludevano con arguti detti o proverbi. Tali
racconti sono continuati anche da grande, quando tornavo al Paese
con la famiglia da Milano per trascorrervi le ferie. Seduto accanto
a lei su di una sediolina di paglia, mentre mi accarezzava i capelli,
mi raccontava gli avvenimenti accaduti durante la mia assenza facendoli
terminare sempre con arguti di dire e detti che, in poche parole,
mettevano in evidenza il degrado morale e culturale del Popolo Lucerino
che, secondo lei, aveva perduto quello spirito «paesano»
che contraddistingueva e animava il loro vivere quotidiano con la
gente e tra la gente.
Quandi le esponevo, in italiano, il mio pensiero mi diceva categoricamente
«...é pparle kume tha ffatte mammete!».
Alla sua morte ho sentito molto la sua mancanza non solo dal punto
di vista fisico, ma anche e soprattutto per quel suo parlare, per
quel linguaggio povero e semplice, ma pieno di saggezza, per i suoi
modi di dire e i proverbi, le cantilene e le ninne nanna che spesso
cantava alle nipotine quando le cullava dolcemente tenendole in
braccio (nzine). Così pian pianino quei modi modi
di dire, quei proverbi, raccolti e catalogati sotto le perole che
ritenevo più idonee, usando fogli mobili di quaderni, sono
diventati tali e tanti che è nata in me lidea di approfondire
non solo quei detti, ma anche le diverse parole che li componevano.
È nato, in questo modo, il progetto di un Dizionario
Enciclopedico del Dialetto Lucerino che racchiudesse non
solo il significato puro e semplice dei singoli vocaboli, ma un
po di tutto della Lucera di un tempo: usi, costumi, vita agreste,
gastronomia, mottetti, cantilene, storia, personaggi noti e non
che sono stati alla base della Cultura della mia Città.
Ciò, naturalmente, doveva restare chiuso nel cassetto dei
miei ricordi ma, col trascorrere dei tempi, ho ritenuto che tanta
richezza di cultura e di umanità non poteva essere, egoisticamente
parlando, di mia esclusiva proprietà, per cui ho deciso di
metterlo a disposizione di tutti.Tra laltro, di tali vocaboli
ho ricercato anche lorigine della lingua dei diversi popoli
che si sono avvicendati alla guida della Città di Santa Maria;
dallarabo: gabbà (chabba), bbuscìje
(bascjaka, boga ron, buca ar), bbuzzarrà (busra),
kajikke (qàid), scialle (schal), sceruppe
(sharub), mulaggnane (badindgian), perkoke (al barquq),
ecc.; allislamico: bbedone (bidha); al latino:
fracete (fracidus), lozze (ortia), sputazze
(sputaculum), maaggne (macanea), makkature (mucus),
rassce (raia), ecc.; al provenzale: magaggne
(maganhar), pastunake (pastenaga), pegghjà
(pilhar), rekulizzje (regulecia, regulicia), kavedare
(chaudiera), kuratèlle (corada), galìje
(Galhart), gronoggne (granolha); al greco: kresommele
(chyso-mele), kukkuuaje (kikkabizo), ketuggne (kydonion),
cekorje (kichòreia), fasule (fasomlion, phàselos),
lahanèlle (laganon), langele (iggelaw), zurle
(zurlos), petrusine (petroselinon), ngamarà
(gammarijv), kaosse (chàos) ecc.; al francese:
palanghine (palanquin), perkalle (percale), stranghegghjione
(entraguillen), bbaskugghje (bascule), kurrìve
(corroux), ecc.; al francone: frisscke (frisk); allo
spagnolo: jettà (jittar), junge (junco),
ciakkanèlle (chacona), kurnacchje (cloya),
pappasale (pappasal); allebraico: Messìje
(mashiab),; al tedesco: pekèssce (pekesche),
zippere (zippel), ssckaffe (schlappe) ecc.; al
portoghese: petazze (pedàzo), urge (orge),
chjekà (chegar); al gotico: ufe (ufjò),
bannele (bann); al germanico: zèkke
(tikko), sgreggnà (grimian), takkere (taika)
ecc.; al catalano: sogre (sogre).
Spero che i lucerini veraci, i cultori dei dialetti, i letterati
e quanti hanno a cuore la vita e la Cultura della nostra Lucera,
Città dai natali nobilissimi e che ha espresso uomini di
valore internazionale in tutti i campi dello scibile umano, apprezzino
questo mio lavoro che mi è costato anni di ricerca e di fatiche.
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