Cume se parlave a qquèje timbe!
Terza Parte
Lucera, 05.10.2004 - Sicuramente, il "dialetto" è il germe di quella lingua parlata dai letterati e dai poeti, dopo varie evoluzioni, usando vocaboli e regole attinte dal latino e dal greco. Certo, all'origine l'uomo ha dovuto inventare qualcosa per comunicare con il suo simile e conservare il ricordo di avvenimenti importanti: prima la scrittura e le figure, successivamente segni e suoni delle lettere dell'alfabeto che si sono mescolate in svariate combinazioni. Alcuni popoli conobbero il cosiddetto alfabeto "ideografico", per mezzo del quale si rappresentavano gli oggetti con dei segni grafici che permettessero di roconoscerli attraverso l'osservazione visiva. Nacquero, così, gli "ideogrammi".
Il dialetto lucerino non è, come qualcuno può pensare, una lingua "strana", ma reale, facile e comprensibile. Con un pò di pratica della lettura e con l'applicazione di poche regole, essenziali per la scrittura, si riesce a gustarne la bellezza, il sapore di questo patrimonio lasciatoci dai nostri carissimi avi.
La sua parlata è caratterizzata da un suono forte, trascinato e pieno. Per esempio, la parola "Tatarusse", che vuole indicare "nonno", formato da "Tata" (papà) e "russe" (vecchio o grosso), a mio modesto parere non è un termine lucerino, in quanto la componente "Tata" è caratteristica di alcuni paesi del subappennino.
Romano Petroianni
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