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Il giusto processo e la separazione delle carriere
a cura dell'Avv. Antonio Dello Preite

Il 24 e 25 novembre 2004, l’Unione delle Camere Penali Italiane, l’associazione che rappresenta i circa ottomila avvocati penalisti italiani, ha indetto due giornate di astensione dalle udienze per protestare contro il disegno di legge (che ormai si può dire legge) di riforma dell’Ordinamento Giudiziario (dove sono inquadrati, per intenderci, i magistrati giudicanti ed i pubblici ministeri).
Sono il Presidente della Camera Penale di Lucera e, come rappresentante dell’Avvocatura penalista del Foro Lucerino, condivido pienamente le ragioni di questa “astensione” (o sciopero, se vi piace di più).
Ma dobbiamo fare un passo indietro, perché parlare di questo argomento vuol dire parlare del cosiddetto giusto processo.
Cosa significa questo termine? Forse che l’attuale processo non è giusto? Ed in cosa consisterebbe questa “ingiustizia”? Cerco di spiegarvelo in poche battute.
Il nostro sistema processuale penale (contenuto nel codice di procedura penale) prevede come debba svolgersi un processo nei confronti di un imputato, dall’inizio delle indagini sino alla sua condanna o assoluzione (di questo ne ho parlato più ampiamente nel precedente articolo “Come funziona la Giustizia Penale”, sempre su “il Frizzo”).
Il nostro attuale codice Vassalli è entrato in vigore il 25 ottobre 1989 e sostituisce il vecchio codice Rocco, promulgato nel 1930, in pieno regime fascista.
Il nostro attuale codice è accusatorio ed è allineato sui sistemi processuali europei e nordamericani più avanzati, mentre l’abrogato codice Rocco era di tipo inquisitorio (n.b.: la Francia ha ancora questo sistema).
Cosa vuol dire sistema accusatorio ?
Con una legge di riforma costituzionale del 23 novembre 1999 n° 2, è stato cambiato l’art. 111 della Costituzione, che oggi così recita: “…La giurisdizione si attua mediante il giusto processo regolato dalla legge. Ogni processo si svolge nel contradditorio tra le parti, in condizioni di parità, davanti a giudice terzo e imparziale. La legge ne assicura la ragionevole durata. Nel processo penale, la legge assicura che la persona accusata di un reato sia, nel più breve tempo possibile, informata riservatamente della natura e dei motivi dell'accusa elevata a suo carico; disponga del tempo e delle condizioni necessari per preparare la sua difesa; abbia la facoltà, davanti al giudice, di interrogare o di far interrogare le persone che rendono dichiarazioni a suo carico, di ottenere la convocazione e l'interrogatorio di persone a sua difesa nelle stesse condizioni dell'accusa e l'acquisizione di ogni altro mezzo di prova a suo favore; sia assistita da un interprete se non comprende o non parla la lingua impiegata nel processo. Il processo penale è regolato dal principio del contradditorio nella formazione della prova. La colpevolezza dell'imputato non può essere provata sulla base di dichiarazioni rese da chi, per libera scelta, si è sempre volontariamente sottratto all'interrogatorio da parte dell'imputato o del suo difensore. La legge regola i casi la cui formazione della prova non ha luogo in contradditorio per consenso dell'imputato o per accertata impossibilità di natura oggettiva o per effetto di provata condotta illecita…”.
In queste poche battute, la Costituzione delinea i principi direttori del moderno processo penale (e, comunque, non solo di quello).
In cosa differisce l’abrogato processo inquisitorio da quello attuale? Mentre oggi la prova si forma nel contraddittorio delle parti innanzi ad un giudice terzo ed imparziale (rammentate questa frase!), il vecchio codice prevedeva l’acquisizione della prova in segreto, senza partecipazione del difensore.
Nel vecchio codice il PM poteva far arrestare una persona in piena autonomia e fare l’istruzione sommaria del fatto, passando le carte, poi, al suo Collega Giudice Istruttore che, nel segreto del suo ufficio, sentiva testimoni periti e quant’altro ritenesse opportuno.
Alla fine di quest’attività, il Giudice Istruttore emetteva l’ordinanza di rinvio a Giudizio innanzi al Tribunale o alla Corte d’Assise e solo allora - a cose fatte - il Difensore poteva leggere e conoscere gli atti, abbozzando, quindi, una difesa “a posteriori”.
Addirittura in Pretura, dove il Giudice era monocratico, il Magistrato era egli stesso prima inquisitore come PM e poi Giudice!
Il nuovo processo ha eliminato questi “mostri” processuali, ma ha lasciato in piedi il vecchio ordinamento giudiziario e non lo ha adeguato alle nuove normative.
Molte battaglie sono state combattute dall’Unione delle Camere Penali e da esse soltanto: voglio qui citare alcuni importanti traguardi: la legge sulle indagini difensive, la legge sulla difesa d’ufficio, la legge sul patrocinio dei non abbienti a spese dello Stato, la legge Carotti (che ridisegnava il Codice sulle nuove indicazioni costituzionali) ed altro ancora.
Tutte queste importantissime innovazioni sono state varate a larga maggioranza e con ampi consensi dell’opposizione, dal vecchio parlamento di “centrosinistra”.
La battaglia più importante che rimaneva era quella sulla separazione delle carriere e di tanto l’attuale premier ne aveva sposato la causa a gran voce, almeno durante la campagna elettorale.
Ma poi, per problemi personali e di rapporti con gli alleati di governo, il Nostro si è “ammorbidito” ed ha fatto un “pasticciaccio” che accontenta i Magistrati, ma non risolve il fondamentale problema.
Cosa vuol dire separazione delle carriere?
Vuol dire che, se, come dice la nostra Costituzione, “…ogni processo si svolge nel contradditorio tra le parti, in condizioni di parità, davanti ad un giudice terzo e imparziale…”, allora il Giudice che giudica ed il Pubblico Ministero che accusa non possono essere colleghi!!!
Vuol dire che chi nasce Pubblico Ministero, deve morire Pubblico Ministero e non può, durante la carriera, passare a fare il Giudice che giudica, perché egli ha sempre accusato e questa sua legittima e sacrosanta attività inquinerebbe quella imparzialità necessaria per giudicare… E viceversa, questo vale per il Giudice che passa a fare il Pubblico Ministero.
Si badi bene: da qualche parte accusano le Camere Penali di voler privare il Pubblico Ministero, con questa battaglia, della sua indipendenza. Nulla di più falso. Le Camere Penali vogliono un Pubblico Ministero libero ed autonomo, ma che rimanga sempre e solo Pubblico Ministero.
Faccio un esempio molto elementare per far capire questo concetto.
Ammettiamo che il giudizio riguardi una partita di calcio. C’è l’ avvocato difensore e l’imputato che hanno la maglietta nerazzurra ed il Pubblico Ministero che ha la maglietta bianconera. L’arbitro ha la maglietta bianconera come quella del Pubblico Ministero. La giochereste una partita così?
Credo proprio di no. A risentirci su “Il Frizzo”.

Avv. Antonio Dello Preite



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