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Quali sono i presupposti per ottenere il diritto all’equa riparazione in caso di violazione del termine ragionevole del processo?
Nel nostro ordinamento giuridico non può l’individuo esercitare arbitrariamente le proprie ragioni. Ne consegue che lo Stato deve assicurare con efficacia il servizio giustizia, giacché diversamente viene a mancare un caposaldo essenziale della civile convivenza

Lucera, 16.03.2006 - È noto ormai, anche ai non addetti ai lavori, che lo Stato italiano ha dovuto subire numerose condanne da parte della Corte europea dei diritti dell’uomo a causa dell’eccessiva lunghezza dei processi.
Una risposta è stata data dal legislatore statale mediante l’approvazione della cosiddetta legge Pinto, n.89 del 24 marzo 2001, che ha previsto il diritto all’equa riparazione per chi abbia subito un danno, patrimoniale o non patrimoniale, in conseguenza della violazione della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, in particolare, per mancato rispetto del termine ragionevole di durata del procedimento.
La relativa domanda può essere proposta innanzi alle Corti d’Appello competenti per i procedimenti riguardanti i magistrati, nella forma del ricorso nei confronti del Ministro della Giustizia (quando trattasi di procedimenti del Giudice Ordinario), al fine di ottenere un indennizzo.
La suddetta domanda può essere proposta, a pena di decadenza, durante la pendenza del procedimento o nel termine di sei mesi, decorrenti dal momento in cui la sentenza, che ha concluso il processo, sia divenuta definitiva.
La Corte d’Appello adita determina il risarcimento dovuto al danneggiato sia sotto il profilo della perdita subita sia sotto il profilo del mancato guadagno e, se il danno non può essere provato dal ricorrente nel suo preciso ammontare, lo liquida con valutazione equitativa.
Il predetto danno, però, può essere determinato esclusivamente in relazione al periodo eccedente il termine ragionevole del processo.
La normativa succitata è di grande rilevanza, in quanto riconosce e da’ attuazione concreta alla Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo. Ogni individuo, infatti, deve necessariamente aver diritto ad un processo avente una durata ragionevole.
Troppe sono le vicende processuali che vedono coinvolti i cittadini italiani e che si protraggono per decine di anni. Durante il lungo lasso di tempo che, spesso (per fortuna non sempre), intercorre tra l’inizio e la fine di un processo, gli individui vedono frustrato il soddisfacimento di un proprio diritto o sono costretti a portare l’enorme fardello costituito dall’essere imputati in un processo penale.
Le responsabilità per le eccessive lungaggini processuali sono di certo ascrivibili alle notorie carenze di organizzazione e di funzionamento degli uffici giudiziari, più che a responsabilità specifiche dei Magistrati, quindi al Ministero della Giustizia.
Sono arcinote, infatti, le croniche carenze della “macchina” giudiziaria dello Stato italiano, più volte condannato dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, che ha ravvisato nel cosiddetto “accumulo di inadempienze” nei processi italiani “una pratica incompatibile con la Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo”.
La carenza di magistrati togati, l’insufficienza dei mezzi e di ausiliari a sostegno degli stessi, costituiscono dati di fatto oggettivi che caratterizzano strutturalmente le peculiarità negative del nostro sistema giustizia e le sue conseguenti inefficenze.
Tutto ciò risulta inaccettabile, a fronte del diritto di ogni persona a veder esaminata e giudicata la propria posizione in un tempo ragionevole o di vedersi riconosciuto un diritto.
È inaccettabile, ad esempio, che un cittadino che viene perseguito penalmente dallo Stato debba attendere, a volte, oltre un decennio per vedersi definitivamente assolto e giudicato innocente. Durante questo arco di tempo le accuse pendenti sono suscettibili di arrecare tribolazioni e afflizioni e di danneggiare il diritto all’immagine della persona umana e le carriere professionali.
Nel nostro ordinamento giuridico, inoltre, non può l’individuo esercitare arbitrariamente le proprie ragioni. Ne consegue che lo Stato deve assicurare con efficacia il servizio giustizia, giacché diversamente viene a mancare un caposaldo essenziale della civile convivenza.

Marco Pagliara
Avvocato del Foro di Lucera



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