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"News giuridiche", a cura dell'avv. Marco Pagliara
In breve: reati ambientali - appalti (danni a terzi) - abuso d'ufficio

Lucera, 05.03.2010 - La rubrica è rivolta ai lettori, al fine di fornire informazioni sulle novità legislative e giurisprudenziali. Non sostituisce l’indispensabile apporto professionale degli operatori del diritto cui si demanda per l’eventuale approfondimento delle materie trattate.

REATI AMBIENTALI: la Corte di Cassazione Penale, con sentenza del 28.10.2009-11.01.2010 n. 755, Sez. III, ha stabilito che in virtù delle disposizioni di cui all’art. 2043 c.c. l’Ente Provinciale è legittimato a costituirsi parte civile nell’ambito dei procedimenti per reati ambientali – nella fattispecie per il reato di gestione non autorizzata di rifiuti ex art. 256 del D.Lgs. n. 152/2006 –. La decisione assume rilievo in considerazione del fatto che l’art. 311, comma 1º, del D.Lgs. 3.4.2006 n. 152 prevede che è il Ministro dell’Ambiente e della Tutela del Territorio che agisce, anche esercitando l’azione civile in sede penale, per il risarcimento del danno ambientale in forma specifica e, se necessario, per equivalente patrimoniale. Per la Suprema Corte tale ultima disposizione non è incompatibile con la disciplina generale di cui al sopra menzionato art. 2043 c.c. che disciplina il risarcimento per fatto illecito.

APPALTI – DANNI A TERZI: il Tribunale di Roma, con sentenza emessa in data 22.10.2009 n. 21691 ha stabilito che in materia di appalto privato è da ritenersi responsabile, dei danni causati a terzi, la ditta esecutrice dei lavori, la quale assume la custodia del bene e agisce in piena autonomia, essendo in possesso di specifiche competenze tecniche. Per il giudice del merito per esserci la corresponsabilità del committente è necessario fornire la dimostrazione che l’affidamento dell’appalto è avvenuto ad impresa che difettava delle necessarie capacità tecniche per eseguirla correttamente, oppure che l’appaltatore era un semplice esecutore, senza specifica autonomia giacché sottoposto alle direttive precise e vincolanti del committente nella esecuzione del contratto.

ABUSO D’UFFICIO: è disciplinato dall’art. 323 c.p. e presuppone la qualifica di pubblico ufficiale o incaricato di pubblico servizio del soggetto autore del reato, la violazione (tra l’altro) di norme di legge e la intenzionalità della condotta, mirata a procurare ingiusti vantaggi, a sé o a terzi, ovvero danni ingiusti. L’aspetto più interessante della disposizione normativa riguarda la “intenzione”. Pertanto, si può distinguere l’illegittimità dell’atto, che si perfeziona a prescindere da tale elemento, dall’abuso d’ufficio, che è invece costituito da una illegittimità intenzionale. Basti pensare che in base ad una fondamentale regola del diritto amministrativo l’atto non impugnato diventa esecutivo, seppure illegittimo, e non può di certo farsi una errata equazione fra illegittimità amministrativa e illiceità penale, in quanto se ogni provvedimento illegittimo si dovesse tramutare automaticamente in reato di abuso d’ufficio, gli amministratori starebbero sempre sotto processo. Anche le sentenze vengono riformate perché illegittime, cioè contrarie alla legge, non per questo sussiste un abuso del giudice che le ha emesse. Quindi l’atto illegittimo non costituisce, di per sé, reato. La Suprema Corte di Cassazione ha statuito, infatti, che la mera “violazione di legge” non è sufficiente ad integrare la fattispecie dell’abuso, essendo necessario un “quid pluris” (sviamento dalla causa tipica del potere esercitato e nel danno ingiusto prodotto).

Avv. Marco Pagliara



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