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L'associazione culturale “Luc'era c'è!” intervista il prof. Giuliano Volpe
Ripensare la forma e la presenza dell’Università a Lucera. “Luc’era c’è!” intervista il prof. Giuliano Volpe

Lucera, 16.11.2007 - Questa intervista è stata rilasciata all’associazione Luc’era c’è! nel maggio del 2007, ma non abbiamo ritenuto opportuno renderla pubblica in periodo elettorale. Lo facciamo ora che la situazione amministrativa sembra definita, con l’augurio che venga riformulata la politica culturale della nostra città. Il che è fondamentale per la crescita di una comunità. Abbiamo perso un’occasione preziosa ma restano margini di recupero che non devono essere trascurati se vogliamo dare quell’impulso che ci serve per uscire da un’empasse che non è solo culturale ma anche civile ed economica.

Rivolgiamo alcune domande al prof. Giuliano Volpe in quanto punto di riferimento dell’archeologia degli ultimi 10 anni a Lucera, a partire dalla scoperta del sito di San Giusto fino alla nascita del corso di Beni Culturali e al suo radicarsi.
Il corso di laurea doveva significare una rinascita per la città ma così non è stato. L’entusiasmo iniziale per quello che doveva essere un laboratorio a cielo aperto si è trasformato in delusione e amarezza per un progetto che non ha rispettato le aspettative.

Prof. Volpe, può farci un resoconto di questi sei anni di attività?
A Lucera fu previsto un diploma universitario, un livello inferiore a quello attuale. È il sesto anno di attività, con una presenza indicativa di studenti, anche se con qualche calo fisiologico. Si è fatto questo esperimento in maniera molto seria e, complessivamente, mi sento soddisfatto anche se abbiamo la necessità di evidenziare i limiti di questa esperienza. Esaminiamo prima i problemi di natura logistico-finanziaria che il Corso deve affrontare.
1. aspetto logistico: la sede è buona, sia per le aule che per la dislocazione. Quello che non abbiamo mai apprezzato è la convivenza troppo integrata con le altre scuole (media, alberghiero) che impedisce lo stacco necessario che deve essere segnato nel passare dalla Scuola Superiore all’Università. Per maturare, il ragazzo ha bisogno di avvertire il passaggio ad una realtà nuova dove impara a vivere diversamente i suoi spazi, il rapporto con i docenti e con i colleghi.
2. aspetto finanziario: riconosco che il Comune, ha investito grosse risorse in questa operazione, anche se l’erogazione è stentata. Risorse che comunque non sono mai state sufficienti per tenere in piedi una struttura di questo tipo: l’Università sta accumulando debiti e i docenti -supplenti e a contratto- non sono pagati da due anni. Abbiamo dovuto tagliare sull’offerta formativa, cioè sugli insegnamenti. Di più, c’è sperpero di danaro pubblico in quanto gli insegnamenti sono duplicati; basti pensare a tutti gli insegnamenti di Storia (antica, medievale, moderna….), di storia dell’arte, per cui spesso ci sono due contratti, uno per Foggia, l’altro per Lucera, per lo stesso insegnamento. È uno spreco ingiustificato di soldi e di lavoro. Abbiamo talmente sovraccarico di lavoro, a causa della doppia sede, da non aver tempo necessario per la ricerca e quindi per gli studenti.
In ogni caso, quando si parla di finanziamento all’Università, non ci si confonda: è stato erogato puntualmente alla Scuola Forense e non a Beni Culturali.

Non è stato sufficiente avere una sede in un prestigioso complesso storico, come il Convitto Nazionale, per fare di Lucera una cittadella della cultura. Non è così?
Certo, per questo ciò che preme di più chiarire è l’aspetto didattico-culturale.
Il problema didattico culturale serio è che questa non è e non può essere un’università; la quale è una istituzione di alta formazione e ricerca in cui l’allievo vive a stretto contatto con il docente, che assicuri una presenza continua sul posto, e le strutture della ricerca. Un’università siffatta è in grado di richiamare anche da territori esterni studenti e docenti di qualità e può contribuire allo sviluppo culturale e civile della città. Questo non può avvenire a Lucera e non per cattiva volontà. Le strutture stiamo faticando per farle nascere a Foggia: biblioteche, laboratori, la presenza di vari livelli di studenti, seminari, conferenze per dare stimoli agli studenti. A Lucera ci abbiamo provato, ma sul lungo periodo non ha retto. Se tutta la struttura della didattica e della Ricerca sta a Lucera va benissimo (vedi Ravenna con i dipartimenti, le biblioteche, i laboratori) ma se questa presenza decentrata è limitata sostanzialmente solo ad alcune aule in cui veniamo a parlare, non può reggere, né si possono duplicare le strutture. C’è da considerare anche che l’Università italiana ha tre livelli di formazione più il master e a Lucera c’è solo quello di base per cui gli studenti frequentano solo il primo anno, quando sono matricole e poi non frequentano più.

Il progetto avviato con tanto entusiasmo da parte vostra non aveva previsto questi rischi?
È stata una crescita molto tumultuosa di cui nessuno di noi poteva prevedere lo sviluppo. D’altra parte è un fenomeno che ha riguardato tutta l’università italiana. Non c’è stata università italiana che non abbia tentato la strada del decentramento perché sembrava che l’università dovesse andare in ogni campanile per essere presente sul territorio. Io resto convinto che la presenza sul territorio sia un dato importantissimo soprattutto in settori come il nostro, archeologico-culturale, strettamente legato al territorio, ma che non è necessario farlo con la didattica, soprattutto con la didattica di primo livello. Sarebbe molto più efficace usare il finanziamento del Comune per fare attività sul campo, valorizzare la didattica di alto livello, fare un master, per esempio Questo avrebbe un risvolto estremamente vantaggioso per Lucera. è quello che accade a Poggibonsi, un piccolo comune in provincia di Siena. Lì faccio parte del comitato scientifico di un master di secondo livello legato ad un progetto di scavo e di valorizzazione della Rocca di Poggibonsi, dove ci sono i laboratori, c’è alloggio e residenza per studenti e docenti di molte università italiane e anche straniere. Si fanno delle full immersion, cicli di due mesi di lezioni, due mesi di scavo, quindi un coinvolgimento pieno che dà i suoi risultati. Questo tipo di decentramento ha un risvolto positivo per la città e per il territorio e alla fine è molto più efficace questa presenza, che è un’attività didattica di alto livello, che non il corso di laurea. Un altro esempio è la stessa Scuola di Specializzazione forense a Lucera.

Cosa ha impedito l’integrazione tra Università e città?
Èl’aspetto di questa esperienza che mi lascia totalmente deluso, mentre sono felicissimo per altri aspetti.
A Lucera tutto questo mitico radicamento, tutto questo interesse per attività che l’Università avrebbe svolto, avrebbe dovuto svolgere, avrebbe potuto svolgere, non esiste. Io faccio molte più attività in molte altre realtà che non a Lucera. Facendo un discorso di costo-beneficio, non dal punto di vista personalistico ma della città e degli investimenti che la città ha fatto, mi chiedo se il bilancio è positivo. Se a Lucera si accontentano di dire “abbiamo l’Università”, si accontentino pure; ma dal punto di vista reale, cosa sta portando in termini di crescita culturale, di crescita sociale, di intervento nel campo dei Beni Culturali in cui dovremmo operare? In che cosa l’Università ha segnato la sua presenza? In quale ambito dovremmo operare?
Io so soltanto che c’è un Museo nel quale non abbiamo mai messo piede, un Museo che si sta - da quello che so - riallestendo, ripensando. C’è stato un coinvolgimento del corso di Beni Culturali per ripensare il museo di Lucera? No! So che sono state coinvolte altre persone dell’Università ma non certo di quella di Foggia-Lucera.
Siamo stati coinvolti nelle attività di scavo, di ricerca nella città?, nel progetto di una carta archeologica del territorio, di piano paesistico,nelle indagini sul Castello? No!
Né noi potevamo investire in uno scavo i soldi del Comune che servivano invece a pagare i supplenti. Per cui l’investimento che ha fatto il Comune non ha prodotto esiti positivi mentre, paradossalmente, altri comuni (Ascoli Satriano, Canosa di Puglia) che hanno investito somme praticamente irrilevanti rispetto a quelle che ha investito Lucera, hanno conseguito risultati eccellenti. Il comune di Ascoli ha investito 10-20 mila euro ad anno per lo scavo, le ricerche storiche e la biblioteca, mettendoci a disposizione una sede; ha acquistato un’area per gli scavi archeologici. Il sindaco mi ha letteralmente perseguitato perché andassi a fare lo scavo che ormai dura da quattro anni e io gliene sono grato perché è bellissimo. In seguito abbiamo reperito altri fondi e anche un grosso finanziamento della Regione. Insomma, con pochi finanziamenti iniziali del Comune il risultato è che l’Università è molto più presente ad Ascoli che non a Lucera: viviamo lì due mesi con gli studenti, facciamo conferenze, la gente partecipa e il risultato è un sito archeologico, un bellissimo parco archeologico.
San Giusto - Abbiamo scavato, studiato, pubblicato, fatto una mostra. Il risultato è che abbiamo fatto avere un finanziamento al Comune e ora stanno facendo i lavori di restauro e sistemazione del mosaico e io non ne so niente. Ho scritto due lettere all’Amministrazione Comunale per sapere come sia possibile che l’Università non venga coinvolta e loro pensano di accontentarmi dandomi una consulenza, di zittirmi con qualche migliaio di euro. Ho scritto anche una lettera ufficiale al rettore, alla Soprintendenza, alla direzione Regionale chiedendo un coinvolgimento degli studenti in un campo scuola.
La risposta dell’Amministrazione Comunale è stata che loro non possono dare la Direzione lavori all’Università perchè i dispositivi di legge non lo prevedono. Io non voglio il gallone della Direzione lavori, ma da qui a non far sapere niente ce ne corre. Volevo fare un cantiere-scuola con gli studenti ma, con un linguaggio burocratese, mi hanno detto che non era possibile un’operazione nata con l’Università. Noi parliamo di problema metodologico, loro ci rispondono in burocratese.
Il Castello - Mi fa piacere che vengano studiosi stranieri; e alla fine vengo coinvolto solo perché non è simpatico fare un progetto sul castello senza coinvolgere l’università di Lucera.
Dai giornali vengo a sapere di un nuovo scavo archeologico, al Castello, di lavori all’Anfiteatro, della sistemazione dei mosaici di San Giusto; e sempre lavori affidati a singoli liberi professionisti, non all’università. È deprimente!
Alla fine mi chiedo che senso ha stare a Lucera?

Ci risulta che altre università gestiscono finanziamenti statali.
Certo, la regione Puglia ha deciso di stipulare una convenzione con le quattro università pugliesi alle quali verrà affidata la redazione della carta dei Beni Culturali regionale.
Il finanziamento per il parco archeologico di Faragola (Ascoli Satriano) la Regione l’ha dato all’Università e lo gestisce il mio dipartimento e io sono il responsabile unico del procedimento. Quindi si può fare. Abbiamo coinvolto il Comune, che ha la Direzione lavori, ma ho chiesto e ottenuto la consulenza specialistica per la progettazione del Parco archeologico che non è il caso che venga progettato dall’ingegnere comunale. Quindi è possibile un accordo tra Enti, nel caso, tra la Regione che finanzia e l’Università che gestisce. Ancora, sto facendo il consulente per un PIS del comune di Foggia sul sito di san Lorenzo in Carmignano per realizzare un parco archeologico. Quindi non è vero che non si può fare, si può fare, se si vuole; si trova la formula giusta per collaborare.

Vi sono responsabilità addebitabili all’Università?
Noi segnali ne abbiamo dati. In cinque anni abbiamo incontrato tanti assessori alla cultura, ma nessuno ha preso in considerazione le nostre proposte, né hanno accettato di firmare la convenzione tra Amministrazione comunale e Università, per la quale voi stessi di Luc’era c’è! vi siete impegnati molto. Non dimentichiamo però che ci sono anche altre responsabilità: la Soprintendenza che non coinvolge l’Università, anche quando quest’ultima manifesta interesse a seguire i lavori con gli studenti. La stessa direttrice del Museo che ha probabilmente interesse ad avere un suo spazio di attività nella città, non ha considerato interessante un coinvolgimento dell’Università per il riallestimento del museo. Un Museo che è comunale e che avrebbe potuto essere un banco di prova per realizzare una collaborazione con l’università. Tutto questo è difficile da accettare.

Cosa ne pensa della proposta dell’AIAL (Associazione degli Ingegneri e Architetti di Lucera) sullafattibilità di una convenzione tra l’Università e un’associazione che mette a disposizione, gratuitamente, le competenze dei propri tecnici nella fase di progettazione per ottenere i finanziamenti e, soprattutto, per la direzione dei lavori (condotta dei lavori, contabilizzazione, rispetto dei capitolati)?
È possibile una gestione partecipata tra un’associazione e l’Università, ma, mi chiedo, per fare cosa? Noi siamo ad un paradosso: dovremmo impegnarci per creare una convenzione per lavorare in un comune che non ci vuole, mentre devo rallentare le richieste pressanti che vengono da altri comuni tra cui Volturino Alberona, Pietramontecorvino. Lucera è importante ma non è l’unica realtà archeologica della Daunia, anche se è la città dove da sei anni è presente il corso di Beni Culturali. Dipendesse da me, al Castello comincerei uno scavo oggi stesso, ma non me lo consentono. Perché, allora, a fronte di tante opportunità e richieste, mi devo incaponire, scontrarmi, quando altrove ci sono tappeti rossi aperti per andare a lavorare?

Come la città può conoscere questa realtà?
Voi ve ne siete fatto molto carico, per esempio, con il convegno da voi organizzato anche se i discorsi fatti riguardarono solo contributi e aule per la sede del corso. Le promesse di affidarci attività di scavo invece non sono state mantenute.

Non è sufficiente una sede, né dei finanziamenti se non c’è una progettualità politica che faccia diventare città della cultura quella che rappresentava la sede ideale per un Corso di Laurea in Beni Culturali. C’è qualche possibilità di recupero?
Bisognerebbe, senza battaglie ideologiche, ripensare la forma e la presenza dell’Università a Lucera.
Se il Comune decidesse di confermare quel sostegno finanziario, potremmo ripensare insieme le opportunità per Lucera: un master o anche più di un master, perché no? Questo avrebbe un risvolto estremamente più vantaggioso per la città. Finora per scavare avrei dovuto trovare dei soldi extra; nell’ambito di un Master, che potrebbe essere attivato con molta facilità, utilizzando questa stessa sede - che è una bella struttura - è possibile, oltre all’attività didattica, prevedere una certa somma per fare attività sul campo: scavo, ricognizione, carta archeologica che è uno strumento indispensabile per il territorio. Se il Comune ha intenzione di confermare i fondi, ripensando insieme la forma e la presenza, si possono fare tante belle cose.

Vuol dire che lei sarebbe disposto a continuare a lavorare sul territorio di Lucera?
Certo, io voglio continuare a lavorare sul territorio di Lucera. Io ho sempre un progetto di ricognizione sulla valle del Celone che sta andando avanti e potrebbe essere esteso, c’è il progetto della carta archeologica. Perché non riprenderlo? Potendo fare il master per fare ricerca e attività sul campo su questo, perchè no? Mi piacerebbe molto. Noi d’altra parte abbiamo continuato a lavorare sul territorio lucerino: Montaratro, Montedoro. Abbiamo continuato a fare ricognizioni aeree, ricognizioni a terra, prospezioni geofisiche; abbiamo l’intera pianta della prospezione geofisica dell’intero sito di Montedoro, che è un sito bellissimo e che noi pensiamo sia il Pretorium laureianum. Noi vogliamo fare ricerca e attività sul campo e restituire elementi di comprensione del territorio.

Grazie, prof. Volpe, comprendiamo la sua amarezza ma soprattutto cogliamo nelle sue proposte la volontà di offrire a Lucera nuove opportunità di rilancio culturale. Ci lasciamo con l’augurio che il prossimo incontro sia sui temi delle novità in ambito archeologico e di conoscenza più approfondita della nostra città e della sua cultura stratificata nei secoli.

Associazione Culturale Luc’era c’è!

Note – Cos’è un Master?

È un titolo post laurea di perfezionamento scientifico e di alta formazione permanente e ricorrente, successivo al conseguimento della laurea triennale o della laurea specialistica, pensato per studenti ma anche per professionisti che sentano la necessità di riqualificarsi. I master forniscono conoscenze e abilità di carattere professionale, di livello tecnico-operativo o di livello progettuale.
I Master offerti prima della riforma non erano corsi universitari con valore legale.
Il Master Universitario si distingue dagli altri corsi post laurea per la durata di almeno un anno e per l'attribuzione di almeno 60 crediti formativi universitari.
I Master Universitari si differenziano tra primo e secondo livello: si accede ai master di 1° livello a seguito di una laurea triennale, ai master di 2° livello a seguito di una laurea specialistica.
Con le lauree quadriennali pre-riforma si può accedere sia ai Master di 1° livello sia ai master di 2° livello.
I master di 1° livello sono caratterizzati da multidisciplinarietà, mentre i master di 2° livello sono indirizzati alla massima specializzazione.



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