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Arte
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Nando Granito le espone “Scorticate vive”
“Art’in fabrica”, presso i locali del “Centro Grafico Francescano” di Foggia (via Manfredonia, 1ª traversa – Tel. 0881/728177), con le opere di Nando Granito esposte dal 21 aprile al 31 maggio dal lunedì al venerdì (orari: 9,00-13,00 – 15,30-18,30)
Foggia,
18.04.2007 - Andare oltre le cose per cercare di cogliere il mistero della loro presenza è come immergersi in una zona di estremo silenzio che anima o colora di assenza il labirinto segreto all’interno del quale è spesso difficile penetrare. È anche, però, l’esercizio rivelatore che dona voce a un dialogo che permette agli interlocutori di mettere a nudo la loro anima. L’anima dell’artista che coglie dentro di sé la chiave magica che apre le porte della realtà, ma anche di quei principi arcani che, al di là della stessa realtà e delle cose quindi, costituiscono le indicibili parole che creano entusiasmo e meraviglia e che si offrono senza suono e senza forma allo sguardo e all’orecchio di chi amabilmente le attende facendosi passaggio e attraversamento. Attraversamento che lega l’artista e le cose stesse, entrambi artefici di una rivelazione che ne percorre le fibre più intime facendone oggetto di poesia. Facendo della realtà elemento duttile che si modella al passaggio della parola e dell’artista un operatore mistico che scende dentro di sé per cogliere o rendere evidenti le analogie che lo collegano al mondo e ai suoi discorsi segreti.
È un esercizio che conduce a una mistica della rappresentazione, spostandoci sul piano figurativo, ma conduce anche alla pratica di un atteggiamento che guida il percorso di ricerca dell’artista che penetra all’interno della materia e predispone il vocabolario delle parole e dei segni nel tentativo di dare forma al mistero.
In questa direzione, credo, si muove la ricerca di Nando Granito e risulta evidente in opere nelle quali il legno si offre come materia duttile, non per essere plasmata per diventare forma che non gli è propria, ma come materia morbida che permette di operare processi di percorso al suo interno, che si fa oggetto di rivelamento e vittima allo stesso tempo, che offre il suo corpo che diviene soglia e passaggio. È il corpo di vecchie tavole di legno, smaltate di verde, recuperate dall’artista, che portano con sé i segni dell’uomo che le ha usate, facendole divenire parte della sua vita, ed escluse poi e abbandonate a un destino di silenzio che le ha fatte uscire dalla storia, lasciandole anzi testimoni di una storia che attraversa e modella le ragioni dell’esistere, creando e distruggendo la presenza delle cose e del loro rapporto col tempo. Un tempo che ha agito sul legno per continui modellamenti e sovrapposizioni mutandone il volto e il suo apparire, cambiando la sua ragione estetica e la sua ragione pratica, adattando la sua pelle anche ai suoi bisogni visivi.
Il processo di decontestualizzazione che l’artista opera, parte proprio dalla pelle, dallo smalto verde che fa da copertura, che caratterizza le tavole; da quella zona di superficie del legno che ha subito le stratificazioni del tempo e che costituisce il margine estremo di protezione, dal quale origina una realtà che rappresenta il suo fuori.
La pelle, in questo caso, è il colore, la patina sottile che avvolge il legno-oggetto, lo smalto verde e che è uno degli elementi di pertinenza che ne hanno fatto oggetto di storia.
Nando Granito inizia proprio da questa parte organica di superficie quasi un’operazione chirurgica, un’operazione di scorticazione, di scarnificazione, di penetrazione nella vita interna del legno, per rompere il velo e potere guardare dentro, per ricercare al di là del verde delle vecchie tavole i processi che si sono sovrapposti e sono stati fonte di storia, non solo, ma evidenzia, con questo suo lavoro, i caratteri di un procedere, guidato quasi da una mistica della contemplazione, che modella, via via che penetra tra le fibre della materia, le strutture percettive che adattano lo sguardo che coglie nel buio incantate vibrazioni di luce. Di ombre anche, davanti alle quali l’artista si sofferma per godere delle sfumature e degli incanti della sotterraneità di un mondo che si rivela.
La sua è un’opera di distruzione della superficie, che mentre scortica quasi accarezza, mentre sfalda è pronta a cogliere i suggerimenti della forma, mentre brucia diviene reliquia, mentre penetra è pronta a fermarsi davanti al porgersi di valori plastici che appagano lo sguardo, oppure chiedono ulteriori sovrapposizioni, aggiunte cromatiche che agiscono sulla visionarietà del vedere.
L’affiorare di cromatismi naturali, di nodosità e venature, di colature sedimentate quasi di linfa che si infiltra e sborda, di sgranature del legno che sembrano segreti cammini che si inoltrano nel buio, si coniuga con le sfaldature di verde che rimangono o sfumano con gli effetti di ustione o degli strati di colore che emergono e l’oscurità non si scopre assenza di luce, ma un mondo che si anima di cromie dimesse tra le quali vibrano abbagli improvvisi davanti ai quali la sospensione dello sguardo crea pause e inattesi stupori.
Per dare limite alla visione, per creare un perimetro all’interno del quale direzionare le ottiche, l’artista agisce nella forma. E lo fa richiamando la sacralità dell’icona, luogo nel quale il temporale e l’eterno si coniugano in immagini che sono soglie, passaggi, da praticare in punta di piedi, con l’atteggiamento reverenziale di chi è consapevole di trovarsi davanti ad un’incomprensibile verità le cui intime relazioni non è possibile penetrare.
Allora l’operazione di “desmaltazione”, di rottura dell’epidermide, di trafittura del legno, assume il carattere di un sacrificio, di un rito che mentre scarnifica libera, mentre brucia e carica di nero i valori di superficie purifica, apre varchi all’immaginario che dirotta su coordinate che non appartengono più probabilmente al tempo e allo spazio.
Le venature e gli squarci, le scorticature, le sfrangiature cromatiche, i giochi di luce e di ombre e i residui di smalto vengono a costituire l’apparato su cui Nando Granito opera una serie di ritorni che riscattano il rito, che danno senso al sacrificio, per cui l’artista torna a dialogare con la terra, con una realtà praticabile nella quale ogni gesto si fa parola di esperienza. Assume la composizione come pagina scritta, magma informe nel quale sprofondare, testo da leggere e rileggere, da interpretare e nel quale imprimere i caratteri di una coscienza rinata attraverso la ricerca di equilibri e di soluzioni compositive; creando ulteriori aperture, a volte, passaggi, o agendo attraverso l’inserimento di altre materie che gli sono proprie – pigmenti, pietra, legno, argilla, corda – che interagiscono con i materiali originari, coi valori della forma, che appartengono alla sua formazione, ma fanno parte anche di una antropologia che gli sta alle spalle dalla quale trae un vocabolario di segni che sono richiami di storia e di memoria. Azione di elaborazione e di recupero discreta comunque, raffinata ed elegante che, nel non tempo dell’opera e nella sua misurata esecuzione, connota il senso di una ricerca che, nel suo procedere determina nell’artista quell’entusiasmo che, passo passo, si fa meraviglia e stupore.
Franco Spena
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